lunedì 21 gennaio 2019

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E a Siracusa "Le rane" gracidano più forte di Ficarra e Picone

Recensioni

Non sono stati i due noti attori comici palermitani il vero piattoforte della messinscena di Giorgio Barberio Corsetti che chiude il 53° ciclo di rappresentazioni classiche dellInda. Meglio di loro il connubbio tra coro e canto a cappella dei Sei Ottavi, e i due attori, Gabriele Benedetti e Roberto Rustioni, che hanno incarnato la tenzone tra Euripide e Eschilo


di Gianni Nicola Caracoglia

La fantasia salverà il potere ed una risata ci disseppellirà. Parafrasando il noto slogan rivoluzionario del '68, rileggiamo l'intento di Aristofane con "Le rane", sua dissacrante parodia della discesa agli inferi del dio Dioniso, “responsabile” al ramo dell’estasi e del teatro nel “governo” sacro dell’Olimpo, il quale svolge questa missione tragicomica nel mondo dei morti per riportare in vita Euripide, scomparso da poco rispetto alla scrittura del testo nel 405 a. C., e soprattutto salvare idealmente la patria, Atene, che aveva vissuto la breve parentesi della oligarchia e rischiava di perdere la supremazia del mondo della Grecia antica. Un intento che finirà per cambiare i suoi obiettivi in corsa quando alla fine dell’agone, giudice lo stesso Dioniso, che vede contrapposti i due scrittori tragici più diversi fra loro e contrapposti, Euripide, l'innovatore, che rappresenta l’autore un po’ alla moda dei tempi che ha avvicinato la tragedia alla realtà quotidiana perdendone di vista gli alti ideali di teatro civico meglio rappresentati dalla scrittura di Eschilo, sarà quest’ultimo ad essere preferito per tornare fra i vivi e riportare l’onore della cultura alta alla decadente patria dell’Aldiqua.

Valentino Picone e Salvo Ficarra

Anche per l’Istituto del dramma Antico, il suo direttore artistico Roberto Andò, e per il regista Giorgio Barberio Corsetti che ha ripreso il testo di Aristofane per la terza e ultima rappresentazione classica di questo 53° ciclo che si avvia alla conclusione con l’ultima messinscena che ha debuttato ieri e che sarà replicata ogni sera fino a domenica 9 luglio, l’obiettivo era, tramite la commedia delle commedie, disseppellire definitivamente il teatro siracusano dalle stagioni altalenanti delle gestioni pre-commissariali, teatro dallo scorso anno affidato dal ministro dei beni Culturali Dario Franceschini a Pier Francesco Pinelli, il quale ha dalla sua di aver imposto, in questo breve lasso di tempo, un sistema, il cosiddetto sistema Inda che nella sua “autosufficienza” ha un il suo pilastro fondante. Il teatro deve vivere sulle proprie gambe economiche.

Valentino Picone e Salvo Ficarra

Intento sacrosanto, se non fosse stato affidato anche a mosse “ardite”, ai limiti dell’azzardo. La prima mossa ardita, quest’anno, è stata quella del teatro virtuale di Marco Baliani che ha consegnato la scena classica alla tecnologia in una versione di “Sette contro Tebe” di Eschilo degna di una multisala. Molto meglio la saga popolare di Matteo Binasco per le sue "Fenicie" di Euripide che almeno ha salvato il pathos. La seconda mossa ardita, è stata scegliere i nomi più eclatanti che ci potevano essere, quelli di Salvo Ficarra e Valentino Picone per il loro debutto nel teatro classico nei ruoli di Dioniso e del suo servo “biondo” Xantia, anime (in pena) della messinscena di Barberio Corsetti de “Le rane". Il testo di Aristofane sembra aver “inventato” i due attori palermitani, tanto sono loro Dioniso e Xantia, “nati stanchi” quasi 2500 anni fa. Dove sta l’azzardo? Far apparire la scelta come esclusivamente artistica. Diciamo che lo è stata, considerata ripeto la naturalezza dei due attori siciliani con i pilastri della scena di Aristofane, ma dove l’estrema popolarità del duo, in maniera indotta, ha finito per creare il necessario “hype”, il richiamo dell’evento. La scommessa era far sì che Ficarra e Picone non fossero quelli del cabaret o del cinema che tutti conoscono: scommessa in parte persa perché dal ruolo di comico "cattivo" e comico "buono" (Totò e Peppino docet) non sono affatto usciti.

Gabriele Portoghese il Corifeo

Nonostante l’hype, però, alla prima, il pubblico c’è stato ma non in maniera piena, notevoli i vuoti (colpa il caldo eccessivo delle ore diurne?) e neanche alla fine tanto caloroso. Nessuna ovazione finale – anzi molti i commenti a caldo ben lontani dall’entusiasmo - per una messinscena lunga e strutturata dal regista romano che ha cercato di equilibrare il ruolo del servo Xantia (Picone) per non farlo sparire troppo rispetto al dispettoso Dioniso che dal punto di vista iconografico è stato perfettamente rappresentato dallo sguardo sempre sopra le righe di Salvo Ficarra. L’unico problema è stato quello di salvaguardare un equilibrio di coppia comica - non nella testa di Aristofane - che ha faticato a entrare nei tempi lunghi della rappresentazione classica, finendone per uscire non protagonisti quando i veri attori classici sono entrati in gioco.
C’è voluto tempo per poter godere finalmente della scena scarna e dinamica di Massimo Troncanetti che si è animata quando sono entrati in scena i Sei Ottavi, gruppo palermitano a cappella (un X-Factor alle loro spalle), cui è stata affidata l’anima musicale della scena: sentire gracidare il “Brechechechè, coà, coà” in chiave swing e blues, con i sei cantori vestiti da Blues Brothers in verde, dà un tocco di elegante briosità ad un testo anche poco elegante, tradotto da Olimpia Imperio nella sua nuda e cruda realtà dissacratoria che talvolta strappa qualche risolino, soprattutto ai più giovani, ma più per la strampalatezza della situazione narrata – divinità e umile servitore che si scambiano ruoli e abiti nel più classico dei ruoli comici -, che per l’abilità di parola e movenza dei due attori palermitani.

I Sei Ottavi in versione rane


C’è molta musica nella parte centrale della messinscena, sempre musicata a voce dai Sei Ottavi, con i ragazzi dell’Accademia d’Arte del Dramma Antico – primus inter pares un ottimo corifeo ovvero Gabriele Portoghese - che ben incarnano il Coro dei sacri iniziati ai Misteri Eleusini e i Dannati e danno vita alle affascinanti marionette ispirate alle sculture di Gianni Dessì e costruite dal siracusano Carlo Gilè, che aggiungono vivacità ad uno scorrere non sempre fluido. Il tocco è quello del musical, o meglio ancora della commedia musicale di stampo italiano, un po' "Hair" in versione Garinei e Giovannini.

Gabriele Benedetti è Euripide

Lo spettacolo trova la sua migliore espressione nell’agone finale fra Euripide, reso come un modaiolo e televisivo cultore del reality da Gabriele Benedetti e Eschilo incarnato dal “carnale” Roberto Rustioni, tutto votato ai sani principi della poesia del sublime. Qui il teatro della Grecia antica ritrova la sua ragion d’essere in questo dibattito sulla vera essenza della poesia per la scena, finalizzata alla crescita civile e politica della patria. Scelta che alla fine cede il passo proprio alla politica perché la scelta di Dioniso su Eschilo è dettata non solo dalla forza dei suoi versi ma soprattutto dal suo buon senso su come far uscire la città dal suo stato di crisi perenne.

Roberto Rustioni è Eschilo

Lo stratagemma di Aristofane, se umanamente possibile, sarebbe certo un toccasana anche oggi per risolvere i soliti innumerevoli problemi delle civiltà contemporanee. E forse il primo che dovrebbe vedere quesro lavoro dovrebbe essere l'ex ministro Tremonti, quello che... con la cultura non si mangia. E se personalmente chi scrive la tenzone la farebbe fare a John Lennon, il sognatore, e a Fabrizio De André, il cantore degli ultimi, per riportarli in vita entrambi, Barberio Corsetti sceglie di premiare Ezra Pound, poeta anch'egli del sublime, l’antipatriota che si sentiva più patriota di tutti, e indirettamente, ed ecumenicamente, anche Pier Paolo Pasolini, il santo infame, il narratore senza confini, riproponendo come atto finale un frammento dell’intervista veneziana dell’intellettuale italiano al suo “collega” americano del 1968, per raccoglierne quasi l’eredità di rivoluzionario outsider della cultura, pur partendo da pensieri opposti, testimone sancito dalla parola “amici”.

Plutone nella maschera di Carlo Gilè


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 30 giugno 2017
Aggiornato il 03 luglio 2017 alle 13:18



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Gianni Nicola Caracoglia

Giornalista, amante della musica, rock soprattutto, e amante delle cose buone. Che di questi tempi sono veramente poche... I suoi articoli su SicilyMag


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