giovedì 20 settembre 2018

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Due millenni e mezzo dopo, a Siracusa fa ancora male il riso amaro de "I Cavalieri"

Recensioni

Grazie a un cast di grandi attori, da Antonio Catania a Gigio Alberti a Francesco Pannofino, superata da parte del regista Giampiero Solari la sfida della commedia che chiude il cerchio del 54° festival del Teatro greco dell'Inda. Sbeffeggiare con forza i potenti, e il popolo facilmente raggirabile nella scelta dei suoi rappresentanti, fa sì ridere ma anche incazzarsi


di Gianni Nicola Caracoglia

Certe volte sembra di sparare sulla Croce Rossa, tanto è facile il bersaglio: la politica, anzi la classe politica al potere. Della narrazione irriverente contro gli abusi del potere in nome di un millantato bene comune è stato maestro Aristofane, tra i massimi autori della commedia greca antica, tra i più rappresentati in epoca contemporanea, che torna in scena a Siracusa per il 54° Festival del teatro greco, dopo il successo dello scorso anno de “Le rane”, grazie alla coppia rodata Ficarra e Picone, successo corroborato dalle nuove repliche dal 12 al 15 luglio e dalla ripresa televisiva su Rai Uno in autunno.

Gigio Alberti (Paflagone) e Antonio Catania (Demo), foto di Maria Pia Ballarino

Questa volta il direttore artistico Roberto Andò, per la commedia che chiude idealmente il festival dopo le tragedie “Eracle” e “Edipo a Colono”, ha scelto di rappresentare “I Cavalieri”, opera mai apparsa sul Temenite aretuseo, e per la messinscena (che replica fino all’8 luglio) di quella commedia che l’autore greco usò quasi come una fionda contro Cleone, il demagogo protagonista della guerra del Peloponneso contro Sparta e alla guida di Atene, ha chiamato Giampiero Solari, uomo di teatro, innanzitutto, che in Italia, però, si è creato anche una ottima reputazione di autore e regista televisivo grazie ad alcuni fortunatissimi show con big della canzone, da Gianni Morandi a Renato Zero, e della comicità, da Fiorello a Giorgio Panariello. Il concept di quest’anno a Siracusa, dopo tutto, è l’ascesa e il declino di ogni tipo di potere, sia quello del tiranno, che dell’eroe che del governo, perché “la metafora del potere è metafora della vita stessa, è apologo morale che ci obbliga a riflettere sulla precarietà della sorte umana, sulla sua mutevolezza imperscrutabile e spesso irragionevole” come scrive Luciano Canfora, “l’ideologo” dell’Istituto nazionale del dramma antico. E così dopo la surrealtà di Emma Dante con il suo “Eracle”, la iper-realtà di Yannis Kokkos con il suo “Edipo a Colono”, la realtà tout court è la patata bollente di Solari con “I Cavalieri”.

E’ facile, dicevamo, prendersela con la classe politica al potere, lo è certamente oggi, soprattutto nell’Italia repubblicana da 70 anni ancora alla ricerca della forma democratica perfetta, ma non lo è sempre stato. Non lo era ai tempi di Aristofane, e le bellissime maschere di scena a Siracusa, opera della costumista Daniela Cernigliaro, che il sempre più bravo coro degli allievi dell’Inda indossa, rappresentano quella maschere che gli attori dei tempi spesso usavano anche come schermo per non esporsi a causa dei violenti attacchi ai potenti che venivano dalla scena. Oggi, invece, non è facile rappresentare la critica al potere, perché è facile scadere nella banalità o nella piaggeria nell’epoca del tutti contro tutti, bersagliati come siamo dalle continue invettive dei politici dei nostri giorni, e non solo in Italia (leggi Trump), amplificate da quel mostruoso marchingegno di demagogia che sono i social network, dove i partigiani dell’una o l’altra fazione ormai usano quotidianamente linguaggi beceri da taverna. Chissà cosa ne avrebbe pensato Aristofane dei social…

Alberti (Paflagone), Roy Paci (corifeo) e il coro dei cavalieri, foto Maria Pia Ballarino

In questo Solari (affiancato alla regia da Alfio Scuderi) è stato bravo a dare leggerezza ad un testo “cattivo” dove Aristofane sviscera tutta la sua idiosincrasia verso la democrazia, ma non per simpatie aristocratiche ma in nome di un populismo a modo suo fondato sul bene comune del popolo legato alla semplicità della vita. La leggerezza è stata, però, ben amministrata da un cast di attori perfetti a dare corpo, è proprio il caso di dirlo, al disegno dissacratorio. Primus inter pares, Gigio Alberti, che conosciamo al servizio del grande cinema italiano di Gabriele Salvatores e Paolo Virzì, un ottimo Paflagone, il conciapelli servitore di Demo il rappresentante del popolo, acido nella voce quando rivendica la sua abilità a rubare ma per il bene di tutti, e adulatore come pochi quando si interfaccia con il suo “padrone”. Ha proprio il fisico del rozzo salsicciaio Francesco Pannofino, quel salsicciaio, con tanto di cordone suino al collo, che addirittura gli oracoli vogliono come “degno” sostituto di Paflagone. “Tu sei la feccia dell’umanità, sei molto adatto alla politica” gli spiattella in faccia il servo Demostene, un incontenibile Giovanni Esposito, che non si frena nel mettere in gioco la sua spudorata napoletanità, ben spalleggiato da Sergio Mancinelli che incarna il timido servitore Nicia.

Francesco Pannofino, il salsicciaio, foto di Tommaso Le Pera

Il tono della commedia di Solari qui si fa farsa, grazie anche al folletto Roy Paci, per la prima volta (quasi) attore nei panni del corifeo, che una volta di tromba, e una volta di parola (che si concede qualche licenza poetica in siciliano) fa da arbitro nella grottesca contesa fra Paflagone e il salsicciaio per diventare il nuovo “consigliori” del “capo” del popolo, Demo. Quest’ultimo, un insuperabile Antonio Catania, è la quintessenza dell’uomo di potere, autocompiaciuto dell’essere lui l’uomo di potere (chi altri?), mollemente adagiato sul suo scranno come una diva del cinema, magistralmente sbeffeggiato da Solari quando accetta, senza batter ciglio, un paio di civettuole scarpe da donna con tacco vertiginoso. La farsa si fa musical quando le esotiche atmosfere musicali del trombettista augustano trasformano la scena in una “fiesta” meticcia.

Giovanni Esposito e Sergio Mancinelli, foto di Franca Centaro

Qui Solari si affranca da Aristofane, il bersaglio non è certamente uno solo, in una visione che nella sua satira è quasi nichilista dove uno è peggiore dell’altro e alla fine non si salva nessuno, neanche il popolo il quale, confuso tra i cavalieri primo nemico di Demo (un’altra grande prova del coro affidato agli allievi dell’Inda), non perde tempo a parteggiare per il “peggiore” di turno. Il pubblico ride perché forse negli attacchi ci vede il proprio avversario politico, ma non c’è dubbio che Solari non risparmia nessuno: Alberti/Paflagone quando dice che ruba per il bene dello Stato ci ricorda il Craxi di Tangentopoli; i due servi Demostene e Nicia, vogliosi di novità ma timorosi ad affrontare il potente tanto da affidarsi alle volontà dell’oracolo ci ricordano il “non” decisionismo del centrosinistra; quando il coro grida “delinquente, delinquente, ladro, delinquente” e poi “onestà, onestà” richiama la furia iconoclasta dei Cinque Stelle. Il mellifluo Demo, innamorato di sé stesso, tanto da indossare una maglietta con la sua effige, sembra il Berlusconi sorrentiniano di “Loro”, anche se, va detto, il maestro autoincensatore da t-shirt è Salvini ministro tuttofare; il grezzo salsicciaio, fiero di puzzare perché si “mette la carne nel culo”, è irruente come una ruspa leghista.

E, quanto può far male una commedia, quanto può distruggere dentro il non saper ridere sia degli altri ma soprattutto di sé stessi, e se ne sono accorti tra il pubblico di Siracusa. Un signore non ha retto la sfida con la propria coscienza partitica e urlando più volte “non si emette uno spot così”, all’ennesimo invito a zittirsi, alla fine ha scelto di andarsene. Peccato, non è riuscito così a sentire la chiusa magistralmente riassunta da Antonio Catania/Demo: «Gentile pubblico se siete qui vuol dire che gradite il teatro in tutte le sue forme, anche il teatro comico, facilmente esposto a giudizi affrettati, lasciati trascinare dal vento. Il nostro commediografo, secondo molti il più antico, è una persona di alto livello, è uno che il coraggio di dire le cose giuste, i suoi nemici sono i nostri nemici, la sua metafora si avvicina molto alla nostra realtà, per questo ci ha lasciato una testimonianza concreta e aperta e ci ha permesso di continuare il suo lavoro e di presentarlo qui davanti a voi col massimo rispetto e la massima libertà. Se siete d’accordo con noi, davanti al nostro corifeo, al nostro coro ai nostri attori, ognuno di voi sia dia da fare, come i rematori tra i banchi, si scortichi con un’ovazione propizia, degna di questa festa, così che possiamo uscire dal tetro, secondo gli auspici di Aristofane, a fronte alta, baciati dalle riflessioni ma anche dal buon umore».


«Sono passati duemila e cinquecento anni da quando Aristofane, armato di ironia e maestria teatrale, si permetteva di prendere in giro i politici del suo tempo – erano state le premesse di Solari -, che al posto di esprimere l’essere umano nel suo massimo splendore intellettuale, erano dei gretti, beceri esseri grotteschi, che si affannavano in una sgangherata corsa al potere, vanitosi della propria ignoranza. E proprio oggi, contrariamente ad ogni “razionale previsione e mistica preveggenza”, le parole di Aristofane sono più che mai necessarie; la natura dell’essere umano non è cambiata, e l’attuale situazione politica è tornata ad essere la stessa comicamente volgare, intrisa di demagogia e populismo, raccontata in questa commedia». Evidentemente duemila e cinquecento anni sono passati invano.



© Riproduzione riservata
Pubblicato il 30 giugno 2018
Aggiornato il 05 luglio 2018 alle 16:00





Gianni Nicola Caracoglia

Giornalista, amante della musica, rock soprattutto, e amante delle cose buone. Che di questi tempi sono veramente poche... I suoi articoli su SicilyMag


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