Barbara Bellomo e l’ombra del carrubo che salva dalla guerra: «Emozioni dalle radici della storia»

Libri e Fumetti "La casa del carrubo" (Salani editore), il nuovo romanzo della scrittrice catanese, si candida ad essere un best seller, con la sua sapiente fusione tra grande storia e vicende umane, ispirate da fatti narrati da persone vicine, in grado parentale, all'autrice, sullo sfondo di una Sicilia indomita. Bellomo: «Lo avevo in mente da anni, da quando ho letto il diario di mio nonno oggi conservato al museo dello sbarco di Catania»

Pubblicato a fine maggio da Salani Editore, il romanzo di cui racconteremo oggi dal titolo “La casa del carrubo” (pp. 336, € 16,90), racchiude con grande densità, la professionalità di chi i romanzi li scrive per dare un messaggio intersecato tra il reale e la fantasia. Seppur quest’ultima deve confrontarsi su argomenti noti, portando così in auge ciò che, vox populi, spesso sente come o etichetta: “è sempre attuale!”. È proprio vero, è sempre attuale, specie come nel caso in questione dove l’autrice, la catanese Barbara Bellomo – che tra le sue pubblicazioni annovera “La ladra di ricordi”, “Il terzo relitto”, “Il peso dell’oro” e il suo primo thriller “Il libro dei sette sigilli”, tutti pubblicati da Salani dal 2016 al 2020 – dell’ultimo romanzo lo motiva in una nota in appendice, di una narrazione che è fiction ma che si ispira alle gesta, alle persone e ai racconti di questi, o dei loro tramiti, cari all’autrice: il padre della Bellomo, infatti, racconta di suo padre o il suocero, e alcuni amici, che hanno arricchito la già ottima conoscenza in materie storiche che l’autrice possiede.

Laureata in Lettere, dopo il dottorato di ricerca in Storia antica, la Bellomo ha lavorato per anni all’Università di Catania, alla cattedra di Storia romana, per poi insegnare in una scuola superiore. Dunque la narrazione de “La casa del carrubbo” parte parte dal vissuto di queste persone che hanno subito,  loro malgrado, la storia, certi e consapevoli di arrendersi innanzi ad una evidenza distorta del possibile, ricordiamo ad esempio, le leggi razziali che fecero allontanare dagli ideali mussoliniani tanti seguaci.

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La casa del carrubo” non ha tradito le aspettative e si candida a diventare un bestseller. Durante la seconda guerra mondiale, in una Sicilia aggredita dai terrori della guerra mondiale, la famiglia Floridia, capeggiata da Vittorio, professore di latino e greco del Liceo classico Cutelli di Catania, come tutti coloro che poco importava se fossero oppositori o meno della guerra, visse l’ennesimo bombardamento operato da inglesi e americani, e in una di queste regolari esplosioni fu toccato personalmente e intimamente: la sua casa andò distrutta. La famiglia Floridia dunque assistette al devastamento della propria dimora, cosa che intimorì non poco il professore, di una morte possibile e imminente dei propri cari. Cercando nella propria forza un escamotage per proteggere la propria famiglia, trovò sistemazione di riparo grazie al ricordo di una fraterna amicizia con il farmacista Luigi Villalba. Questa amicizia fondava le sue basi da tempi miliziani, quando il professore Floridia conobbe un caro amico col quale non interruppe mai i contatti, sino al decesso dello stesso, ma i medesimi contatti proseguirono con i familiari e nello specifico con Luigi, il fratello dell’amico del Floridia. Tra le missive si ricordava di una disponibilità assoluta nel caso in cui necessitasse di aiuto ed è questo il primo elemento, in una Italia aristocratica da una parte e contadina dall’altra che fa risaltare la maestria dell’autrice.

Il dottor Luigi Villalba, di origini contadine, era riuscito nell’intento di laurearsi e farsi una posizione meno faticosa del background dal quale veniva, ma ciò che mai aveva perso era la sua solidarietà, umiltà e bontà ontologica. C’è un mistero in questa laurea in farmacia che, non allarmatevi, non fu comperata, tutt’altro, studiò molto e intensamente il Villalba, non starò qui a dirvelo, ma sappiate che è un mistero che potrebbe far scatenare un attacco di rabbia repressa, e non sarebbe male se la gettaste fuori o un momento di alta commozione, se pensiamo che ad oggi non è vero che tutto è cambiato: molte cose si ripetono come si ripete un romanzo che si basa sulla guerra, e questa è la chiave di volta che ci permette di proseguire e godere dello stupore, ancora una volta, della penna della scrittrice e insegnante catanese.

Potremmo pertanto rammentare che così come il Friuli (Maurizio Mattiuzza tra gli ultimi ad averne scritto in “La malaluna”, Solferino, pp. 256. € 17,00), anche la Sicilia durante il conflitto mondiale sembrò essere al centro di una calda guerra guerreggiata. Questo non poteva che far scegliere al professore di dislocare la propria famiglia all’ombra del carrubo, in un ambito agreste dove il dottor Villalba fu lieto e felice di accogliere l’adorato amico con la famiglia. Secondo elemento cruciale della scrittura della Bellomo: nella grande metafora dell’amore umano, il carrubo protegge e accoglie un’altra famiglia che inizierà a incrociarsi in un ensemble di scoperte con la vita della famiglia del Villalba. È un grande spazio, una casa dove la vita di mogli, mariti, figli, sorelle, parenti, in breve di due ceppi familiari vivranno, con il sentore sempre allarmante dei danni che la guerra produce, danni all’animo, danni che introiettano fattori ansiogeni che però possono essere affrontati grazie alla solidarietà e alle persone perbene che erano i protagonisti del romanzo che stiamo disaminando.

Per nulla scontata la lettura de “La casa del carrubo, è un inseguirsi di sorprese e nonostante vi siano almeno due misteri che vi sveleranno la sobria ideazione di chi lo ha scritto. Dal secondo capitolo in poi si apre un mondo, perfetto, lineare. Con questa sua nuova opera Barbara Bellomo conferma sé stessa in un fenomeno azzardatamente vicino al dannunziano panismo in quella pioggia nel pineto dove gli elementi diventavano tutt’uno.

Così come la sua ispirazione giunta dal padre, dal nonno, dal suocero da persone insomma che raccontarono fatti reali, la struttura della fiction posta nella narrazione con intersecazioni di qualcosa che volutamente non richiamiamo (riferimenti a statisti di quegli anni dolorosi) e infine il desiderio fecondo di urlare al mondo che anche nel momento più tragico intinto di misteri, che non sapremo mai se sono altrettanto tragici o risolutivi di interrogativi che ci poniamo per lunghi tempi, la vicinanza può esserci, e ci fa dimenticare  il male. Scrive Stefania Auci, l’autrice del doppio fortunato racconto della saga dei Florio: «Piccole vite comuni che si incastrano nella grande storia  e sullo sfondo di una Sicilia indomita. Un romanzo affascinante, pieno di passioni e di suspense».

Della bella ed elegante signora che rappresenta Catania nell’istruzione ma anche nel firmamento libresco, ci siamo fatti raccontare un po’ di notizie, e abbiamo anche indagato su come la pensa dell’oceanico mondo del libro. Tra le tante che leggerete di seguito vogliamo regalarvi subito la perla del periodo di gestazione de “La casa nel carrubo”: «L’ho scritto in meno di un anno – incalza la Bellomo – tra il novembre del 2020 e l’estate del 2021».

L'autrice con la sua nuova opera

Barbara Bellomo con la sua nuova opera

Bentrovata Barbara, esordirebbe raccontandoci quando e perché ha iniziato a scrivere?
«Ho iniziato a quarant’anni. Dopo avere lavorato per molti anni all’università di Catania, prima con un dottorato in Storia antica e poi con due assegni di ricerca in storia romana, mi sono ritrovata in mezzo alla strada. Avevo vinto il concorso a cattedra a scuola, ma la mia prima cattedra di lettere era a un serale. Entravo a scuola alle 18 e uscivo alle 22. Cosa potevo fare per rinascere? L’unica cosa che sapevo davvero fare: scrivere e fare ricerca storica. Così mi sono rimboccata le maniche. Ho scoperto sulla mia pelle che alcuni eventi che in un momento della nostra vita ci sembrano terribili sono solo l’occasione per scoprire mondi diversi e migliori. Oggi amo lavorare a scuola, tra i miei ragazzi, e ho la vita piena della mia scrittura e del mondo che ho conosciuto attraverso i miei libri e i miei lettori».

Quando ha iniziato la stesura de “La casa del Carrubo”?
«Questo è un libro che avevo in mente da molti anni. Da quando ho letto il diario di mio nonno oggi conservato al museo dello sbarco di Catania. E poi c’erano storie di famiglia, come quella di mio suocero che ha combattuto nella divisione Livorno. Allora ero ancora solo una lettrice. Eppure capivo che dentro quelle storie c’era un grande potenziale per scriverci su».

Il carrubo è un albero protegge le anime, i misteri e la solidarietà tra due famiglie. Seppur si sia ispirata al racconto di suo padre sui fatti relativi a suo nonno e ad altri parenti, come suo suocero, qual è stato il quid che le ha fatto scegliere di creare una storia che trae spunto da fatti e personaggi realmente esistiti, ma che non trovano quasi nulla della propria vita reale perché la scena è dominata da personaggi e ambienti di pura fiction?
«I personaggi non nascono da personaggi reali, ma sempre da personaggi verosimili. Non volevo fare un romanzo di storia o solo storico ma un romanzo che emozionasse pur affondando le radici nella storia. E a dire dal riscontro che ho avuto sembra che le passioni e le emozioni arrivino al cuore del lettore».

Che apprezzamenti e critiche ha ricevuto da parte delle persone che lo hanno letto in anteprima?
«Tanti apprezzamenti a dire il vero. Come mai per i miei precedenti libri, ai quali sono ugualmente affezionata. Questo libro è molto amato e sostenuto dai blogger che lo hanno definito: “un racconto intenso ed evocativo” oppure hanno scritto: “alcuni personaggi di questo libro sono delle figure che rimangono impresse”. Per ora non ho ricevuto a dire il vero da loro nessuna recensione negativa. Anche questa è una novità, sanno essere pungenti se vogliono. Ma credo sia giusto così, è il loro lavoro».

Quanto è importante nella struttura della narrazione il ruolo dei personaggi giovanissimi?
«I ragazzi nel mio romanzo hanno un ruolo determinante. Questo è un romanzo corale. La guerra entra nelle vite di tutti: bambini, adolescenti, ragazze e ragazzi, adulti e anziani. Nessuno escluso. È questo che è avvenuto in Sicilia nel ’43. Il fronte è entrato a casa».

Ad oggi esistono ancora discrimini che vietano amori, come quello che narra il farmacista?
«Credo che anche oggi esistano condizionamenti forti negli amori. Sono molti di meno e meno palesi. Ma ci sono.»

Non parliamo, ovviamante, del finale del suo romanzo ma le chiedo: la storia narrata era già nella sua mente o vi erano finali o percorsi diversi fino a scegliere questa medesima storia?
«Quando inizio a scrivere ho sempre la storia nella mia mente. Ben delineata. Solo che mentre la scrivo la penna va da sé, i personaggi prendono vita e alcuni si impongono su altri, alcuni segreti che sconoscevo vengono a galla. Diciamo il romanzo non viene mai identico a quello che immagino di scrivere. Ad esempio ne “La casa del carrubo”, il personaggio più forte – e quello che mi dicono essere il più bello – è don Luigi. Inizialmente era un personaggio secondario. È stato lui a imporsi durante la scrittura».

L’Italia letteraria sembra essere diventata il paese delle saghe e dei commissari. Mi è capitato di leggere giovani autori che sono la semplice trasposizione di Camilleri, a metà strada tra un lettore che influenza se stesso come scrittore e un emulo di grandi maestri.
«Sicuramente anche per i libri, o per i generi. esistono le mode. Dove è finito il poema epico? Chi ne scrive e ne legge oggi? Quindi che piacciano i gialli e le saghe non mi sorprende. E che se ne scrivano neanche. L’importante credo sia mantenere sempre la qualità».

Barbara Bellomo

Barbara Bellomo

Il mondo del libro si avvicina sempre più a quello degli sport: diversi suoi colleghi necessitano di agenti che li rappresentino, ma non sempre il ritorno è onesto. Perché l’editoria accetta soltanto una bassa percentuale di autori che si autorappresentano?
«In merito posso raccontare solo la mia storia. Ho iniziato senza agente, ma ho pensato di prenderne uno al terzo libro. Ero già inserita in una casa editrice a tiratura nazionale, ma gli agenti, se bravi, fanno bene ai libri e diciamolo pure ai contratti. Non sono portata, per nulla, a trattare e avere qualcuno che lo fa per me mi rassicura. Credo però che il rapporto tra agente e autore possa essere anche abbastanza delicato. Per questo ognuno dovrebbe trovare non un agente, ma il suo agente. Qualcuno che crede nel libro che hai scritto. Non penso che l’editoria accetti solo una bassa percentuale di autori per scelta, più per necessità. Oggi in Italia scrivono in tantissimi. Le case editrici sono sommerse da migliaia di proposte. Gli agenti fanno una prima selezione. Io stessa quando ho mandato il libro, non immaginavo quanto fosse complicato. Ho avuto fortuna ad essere letta dall’editore? Probabilmente sì, ma devo anche dire che ho fatto mesi di ricerca prima di capire a chi mandare il libro e perché».

Crede alla distinzione tra un mondo editoriale indipendente “pulito” che tratta i propri autori alla stessa stregua e le grandi major che puntano tutto su un titolo su 50?
«Non lo credo affatto, è un mercato, grande e piccolo che sia. Io non distinguo mai in piccola e grande editoria ma in buona e meno buona editoria. Ci sono indipendenti che neanche correggono le bozze e fanno comprare le copie ai propri autori e altri editori indipendenti serissimi, che seguono i propri libri e i propri autori con precisione e scrupolo. Io ad esempio ho iniziato con un piccolo editore indipendente serissimo, Emilio Barbera, ma ho trovato grandissima professionalità anche alla Salani. Le grandi case editrici hanno una struttura e una forza diversa, questo è innegabile. In proposito ricordo una frase del mio editore alla Salani, Luigi Spagnol, che purtroppo ci ha lasciati. Mi diceva che le case editrici fanno fare il lancio al libro, il tuffo di partenza, ma la vasca poi la vince il libro. Una casa editrice grande farà fare un tuffo migliore. Ma poi è la qualità del libro a fare la differenza. Il potere del passaparola vale più di dieci articoli. Chi di noi consiglierebbe o regalerebbe un libro che non piace? Sono i lettori ad avere in mano il vero destino dei libri. Concordo però che per potere girare il libro deve essere conosciuto e soprattutto avere distribuzione nazionale.»

Quanti e quali premi ha vinto e con quale opera?
«Non ne ho vinto nessuno. Ma a dire il vero da quando pubblico con la Salani non avevo mai partecipato a un premio. L’ho fatto per la prima volta qualche settimana fa con “La casa del carrubo”. Vedremo…».

Un’ultima per i nostri lettori: chi è l’autore preferito di Barbara Bellomo?
«Ken Follett, il primo. Ma non il solo».



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