Alessia Gazzola e gli eterni dubbi esistenziali di Costanza Macallè

Libri e Fumetti Le storie di invenzione narrativa che vedono protagonista la rossa Costanza non mostrano solo il talento letterario della scrittrice messinese ma anche la sua dimensione esistenziale. In “La Costanza è un'eccezione” (edito da Longanesi), ultimo della saga, la Gazzola disegna la giovane paleopatologa siciliana, in bilico costante tra lavoro e dimensione personale e alle prese con i misteri di antiche tombe di nobili famiglie veneziane

Un personaggio che non smette mai di sorprendere, e non a caso ogni suo atteso ritorno conquista i lettori. Merito di Costanza Macallè della sua personalità sui generis, e della sua creatrice Alessia Gazzola. Merito anche del loro Dna siciliano, dinamico e vivace. Le storie di invenzione narrativa che vedono protagonista Costanza non mostrano solo il talento letterario di Gazzola ma anche la sua dimensione esistenziale, perché anche nella fiction narrativa gli autori vi mettono la propria visione filosofica ed un quid di personale. Prima di analizzare il nuovo romanzo di Gazzola, “La Costanza è un’eccezione” (edito da Longanesi), ultimo della saga su Costanza Macallè, partiamo da una domanda essenziale. 

Chi è Costanza? Per chi non lo sapesse ancora è la protagonista della nuova ed apprezzata serie di romanzi della scrittrice messinese (che è giunta al successo notevole con i libri dai quali è stata tratta la fiction su Rai Uno, L’allieva, con protagonista il medico legale Alice), Costanza è una donna che dopo la laurea in medicina, è stata costretta a lasciare la “sua amata e luminosa Sicilia per trasferirsi nel freddo e malinconico Nord”. 

Costanza ha nel suo cuore Marco che dopo varie vicissitudini ha “praticamente lasciato la storica (e decisamente perfetta) fidanzata all’altare”. Costanza, che si ritiene imperfetta ed a volte cade in uno stato di autentica illusione, si era convinta che l’avesse fatto per lei. Ma il dubbio sorge e si rafforza, non ne è più così sicura dato che  Marco tergiversa ed il suo atteggiamento è ambiguo, di certo non è chiaro. Nella vita di Costanza però al centro vi è il lavoro, seppur precario, che assorbe buona parte del suo tempo e delle sue energie mentali e fisiche. Non è solo questione di passione o senso astratto del dovere, da donna e mamma deve pensare alla sopravvivenza sua e della figlia. E’ alla ricerca di soluzioni lavorative più adeguate ed ha lasciato l’Istituto di Paleopatologia di Verona per un impiego da anatomopatologa a Venezia. 

Alessia Gazzola

Gli impegni non mancano e nemmeno i suoi problemi connessi alla vita quotidiana. Quando pensa di aver trovato una nuova via gli ex colleghi la richiamano per un incarico che ha una particolarità non irrilevante, il compenso è molto positivo e decisamente allettante. Qual è il caso? L’ultima discendente di un’antica famiglia veneziana, gli Almazàn, intende scoperchiare le tombe dei suoi antenati per scoprire cosa c’è di vero nelle dicerie calunniose che da secoli ammantano di mistero il casato. Costanza è riluttante ma il mistero esercita su di lei un notevole fascino. Ed inoltre vi sono altri aspetti già citati, significativi. E non è da sottovalutare che nel nuovo lavoro potrebbe incontrare Marco. Insomma, non le si presenta solo un suggestivo itinerario nel mistero storico, un giallo da risolvere, ma anche un viaggio nella sua dimensione interiore e romantica. Forse vuol davvero scoprire se il legame con Marco esiste ancora? Di sicuro non le mancano coraggio e determinazione, e non le difetta il gusto della scoperta. Costanza è in bilico tra lavoro e dimensione personale.



E l’autrice Alessia Gazzola è efficace nel delineare il mondo della rossa Costanza. Lo fa emergere dall’autoracconto della sua protagonista: “Nell’ultimo anno, a seguito del mio tardivo rientro in scena, nella vita del padre di Flora si è scatenata la rivoluzione. Diciamo che lui ha pagato in ritardo ma con altissimi interessi l’esplosione della bolla. Si è ritrovato con una figlia di tre anni – adesso ormai quattro – da presentare alla sua fidanzata storica, la stessa che tradì con me a Malta. L’impeccabile Federica, che si è ritrovata single cinque mesi fa, e che forse se non ci fossi stata io di mezzo, oggi sarebbe la moglie di Marco. E invece. La vita ci ha dato una bella lezione sulle conseguenze dell’imprudenza. Tuttavia, se è un tratto costitutivo del tuo carattere, prima o poi quella vince, e anche facile”. 

Ed ancora: “Ogni tanto nella tv hd della mia mente va in onda quella sera di cinque mesi fa, quando aveva appena lasciato Federica e pronunciò queste parole – che dovevano servirgli da giustificazione per sé e (forse) da avvertimento per me. Ma poiché la volta in questione è effettivamente rimasta unica, anzi, direi proprio che è l’eccezione di una condotta irreprensibile, bisogna riconoscere a entrambi che l’imprudenza abbiamo imparato a tenerla sotto controllo. Ma non lo nego, per me Marco è la nota dolente. É una sete perenne, implacabile e inestinguibile. Distruttiva, a tratti, specialmente quando non lo capisco, pertanto molto spesso. Perchè, intendiamoci, è un padre meraviglioso. Ha preso così bene la notizia di avere una figlia di tre anni che si rasenta il miracolo. Poteva mettersi a scrivere commenti su YouTube del genere ‘Presente!’ sotto la canzone Hai messo incinta una scema di Giovanni Truppi, ma a quanto pare non l’ha mai fatto”. Nel suo monologo interiore emerge la dimensione affettiva di Costanza e le contraddizioni del legame con Marco: “Tuttavia, affettivamente parlando e non solo, io, Costanza Macallè, su Marco Erdély de Verre non posso contare. I primi giorni dopo quella fatidica sola volta sono stati pieni di irrequietezza. Non di pentimento, quello no. E all’apparenza nemmeno per Marco. Ma, del resto, lui era stato chiaro. Ero io a credere che intendesse così, tanto per dire. «Una sola volta.» Be’, ho pensato, lo dice per mettere le mani avanti, perchè non deve diventare un vizio, le cose non devono cambiare, dobbiamo essere maturi, il sesso lo puoi affrontare su un piano diverso rispetto a quello delle responsabilità quotidiane verso una figlia in comune. «Una sola volta», per non desiderarla più in quanto, finalmente, consumata”. 

Costanza, Marco e Flora

“Ed è per questo che ci penso, ci penso seriamente tutta la mattina dopo. I rumori di Venezia, che ormai mi sono familiari, fanno da sottofondo al mio rimuginare. Il gondoliere che fa l’«òe» per avvisare del suo arrivo e non scontrarsi con qualcuno che va nella direzione opposta, il verso dei gabbiani, il motore dei motoscafi, la gentile risacca del mare sulle fondamenta dei palazzi, voci in francese, voci in giapponese… mentre dalla finestra che apro per far cambiare l’aria ogni paio d’ore si fa strada l’odore salmastro misto a quello delle brioche della caffetteria di fianco. Durante il viaggio in treno il pensiero è inesistente tanto da obbligarmi a mettere da parte il libro che ho portato con me. Ma nel frattempo ricevo una chiamata di Marco, forse per accordarsi per il weekend: tocca a lui tenere Flora nella nuova casa che ha preso a Milano all’ultimo piano in via Ristori, non troppo distante da quella di via San Gregorio dove prima abitava con Federica. Ha persino un terrazzino microscopico che un po’ gli invidio, ci ha messo un tavolino per due e Flora mi ha raccontato che se il tempo è bello lei e il papà pranzano fuori. Inutile dire che di tanto in tanto mi lambicco il cervello chiedendomi se mai ci pranzeremo in tre”.

Il Gondoliere, opera di Francesco Cagnato

Costanza e Venezia

“La prima cosa che mi colpisce è la vastità. Che se ne fa la gente di tanto spazio, mi chiedo io che sono una proletaria di provincia che sin da piccola si è fatta bastare stanze ai limiti dell’angusto. E poi la vista, santo cielo. La vita è bella, per chi abita qui. Altrochè. La vetrata si apre su una piccola terrazza, e oltre ancora, lambita dall’acqua scura del canale, si erge una chiesa monumentale, perchè a Venezia tutto è  sempre al massimo del proprio potenziale. Seduta su un divanetto tappezzato di seta rosa, un’elegante signora è china in avanti per aggiustare la simmetria di cinque bicchieri di cristallo su un vassoio d’argento. A fianco, una caraffa colma di latte – o tale sembra. Intanto, il riflesso verderame della cupola della chiesa scintilla degli ultimi bagliori del pomeriggio, in bilico tra il giorno e la sera, e le luci delle lampade di vetro di Murano accese nella stanza sono calde ma pallide, del tipo che mio padre, in siciliano, chiama miciaciu (e non è un complimento). Ne risulta un’atmosfera sospesa, vagamente fuori dal tempo. Alle spalle della signora, appeso alla parete di un azzurro lieve, così polveroso che forse è grigio, tra due antichi specchi opachi che ormai riflettono solo i contorni dei volti e delle cose, un dipinto su tela in una ricca cornice dorata che raffigura una giovane donna”.

Venezia

La paleopatologia, i simbolismi ed il caso controverso…

“Quando ero alle prime armi con la paleopatologia ho studiato le sepolture anomale e ho capito che in ogni epoca storica erano per lo più collegate a uno stigma sociale. I resti che ci troviamo davanti, di un uomo a occhio e croce, raccontano che costui è stato sepolto a faccia in giù.  «Erano i presunti vampiri a essere sepolti proni?» chiedo a Anos. 

«La questione è molto controversa. Le fonti, i documenti, per quel che ne so non ne parlano. Più che altro è un’ipotesi moderna: seppellire un cadavere a faccia in giù non avrebbe permesso all’anima di sfuggire al suolo o di rientrare in bocca. Detta così puo’ sembrare strana, ma, insomma, tutto quello che ha a che fare con i rituali spesso è incomprensibile. Il simbolismo funerario non è sempre intuitivo». Sarah interviene con foga. « Ma in questo caso abbiamo un elemento di certezza: di generazione in generazione si è tramandata la convinzione che gli Almazàn fossero creature demoniache». Il caso è complesso ma Costanza indaga. Il proseguo è tutto da scoprire…



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