Alfredo Lo Piero: «I migranti sono schiavi obbligati a partire»

Visioni «Mostro, senza filtri, cos’è il dramma della migrazione». E' in piena lavorazione il documentario La libertà non deve morire in mare del regista catanese Alfredo Lo Piero, dura cronaca degli sbarchi di disperati che sono giunti a Lampedusa. La voce narrante è quella di Leo Gullotta. Dopo l'isola pelagica, il set si sposta a Palermo, Catania e al Cara di Mineo

«I migranti che arrivano in Sicilia sono degli schiavi obbligati a partire». È la tesi di Alfredo Lo Piero, autore di La libertà non deve morire in mare, un documentario in lavorazione sulla storia recente degli sbarchi a Lampedusa. Il film è scritto, diretto e prodotto dal 45enne regista etneo, fondatore della Scuola di cinema di Catania, tra i cui docenti figurano gli attori Giancarlo Giannini, Elio Pandolfi e Carlo Giuffrè, i registi Dario Argento, Lina Wertmuller, Giovanni Veronesi, Luigi Perrelli e il documentarista Rai Gianfranco Bernabei. L’opera sarà pronta nei primi mesi del 2017, in tempo per concorrere ad una serie di festival internazionali. «Con un obiettivo – puntualizza il cineasta –: non vincere, ma scuotere le coscienze e fare vedere, senza romanzare e filtrare nulla, cos’è realmente il dramma della migrazione».

Alfredo Lo Piero durante le riprese a Lampedusa

La voce narrante del film è quella del grande attore catanese Leo Gullotta. La fotografia del documentario è opera di Giuseppe Bennica, assistito dall’operatore Giovanni Romolo Flaccomio. L’editing è affidato a Claudio M. Cutry, nel 2005 David di Donatello per il film Certi bambini di Andrea e Antonio Frazzi, da un romanzo di Diego De Silva. Cutry ha fatto parte anche della squadra tecnica che ha curato il montaggio di un film pluripremiato agli Oscar: La mia Africa di Sydney Pollack. I costumi di La libertà non deve morire in mare sono dello stilista Alfonso Zappulla, mentre le location e gli allestimenti sono dello scenografo Mirko Miceli. Le musiche sono firmate dai compositori Paolo Vivaldi e Matteo Musumeci.

Lo Piero con l'attore Leo Gullotta

Il giorno che cambia la storia delle migrazioni contemporanee è il 3 ottobre 2013. Da allora, il 3 ottobre si celebra la Giornata della Memoria e dell’Accoglienza. Una data simbolica che ricorda al mondo che 368 persone, tra uomini, donne e bambini, in maggioranza eritrei, persero la vita in un naufragio, a largo di Lampedusa. «Racconto – sostiene Lo Piero – le storie dei sopravvissuti di quella giornata terribile. Lampedusa è un’isola nell’isola, circondata da un mare di morte. In vent’anni, vi sono approdati oltre 650 mila migranti, di cui circa 20 mila cadaveri. Tra questi, 600 bambini solo dal gennaio all’ottobre di quest’anno. Com’è noto, i cosiddetti “viaggi della speranza” partono dalla Libia. I migranti fuggono dalle guerre e dalla miseria. È lì che inizia il loro dramma. Poi, s’imbattono nel spaventoso business milionario della mafia internazionale. In realtà, una vera e propria tratta degli schiavi. I migranti arrivano in Libia da quasi tutta l’Africa, in seguito, vengono imprigionati e torturati. Sono reclusi per settimane, mesi, a volte anni. Cavie umane pronte a morire. Durante la loro prigionia le vittime ricevono un telefono per chiamare i familiari, che pagano questa sorta di riscatto».

Il direttore della fotografia Bennica, il comandante della Guardia costiera Monaco e Lo Piero

«Acquisito il denaro, i migranti vengono destinati al primo barcone disponibile – proisegue il regista etneo -. Il posto da occupare dipende dalla somma versata. Chi ha racimolato 600 euro viene rinchiuso nella stiva, vicino alla zona motori. In poche decine di metri vengono ammassati centinaia di migranti. L’asfissia, per mancanza d’aria o, peggio, per le esalazioni del gasolio, è una delle cause più frequenti di morte. Chi riesce a procurare 1000 euro, si troverà al centro della stiva. Chi paga fino a 2000 euro può stare all’esterno, sul ponte. Ma un barcone destinato al trasporto di 40 persone quasi sempre viene riempito da oltre 500 migranti. Ogni centimetro che riescono a occupare è un centimetro di libertà. Sanno che rischiano la vita. Molti di loro non hanno mai visto il mare. C’è chi non sa neppure nuotare, ma preferisce avere una speranza, piuttosto che convivere con il terrore di saltare in area su una mina o straziato da un machete. Ho ascoltato le loro storie. Le interviste che ho realizzato sono state condotte nel massimo rispetto della dignità personale dei migranti».

Simone D'Ippolito, sub lampedusano che il 3 ottobre 2013 recuperò oltre 400 salme

A governare le carrette del mare vengono chiamati i famigerati “scafisti”. Eppure, secondo il regista, anche loro sono delle vittime. «Certo – sottolinea –. Ne ho intervistati parecchi. Ma per mostrarli nel mio film mi avvarrò della censura visiva che renderà irriconoscibili i loro volti. Molti di loro sono dei minorenni a cui viene consegnata semplicemente una bussola. Per pochi denari gli viene affidato il barcone nonostante l’inesperienza. E quando riescono a raggiungere la costa siciliana cercano di confondersi tra i migranti. Secondo la legge italiana sono colpevoli di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ma in realtà sono anch’essi delle vittime. S’imbarcano per disperazione, sono spesso individuati e arrestati, pagano per tutti, ma sono solo i terminali e la bassa manovalanza di organizzazioni che vantano proventi milionari».

Il relitto della tragedia del 3 ottobre 2013

L’idea di realizzare La libertà non deve morire in mare nasce qualche anno fa. Quando Lo Piero deve scrivere, insieme al 50enne regista romano Antonio Baiocco, un soggetto per una miniserie tv che racconti la storia un migrante nigeriano. «Ho sentito il bisogno – ricorda Lo Piero – di studiare, di verificare, di vivere personalmente la tragedia dell’immigrazione. Così, ho deciso di andare a Lampedusa. Mi sono fermato più di un mese. A un certo punto, ho avvertito la necessità di abbandonare la finzione e scegliere la realtà. E per raccontarla esiste un unico modo: girare un documentario. Ho scoperto che, per i migranti, l’Italia è una terra di mezzo. Un passaggio obbligato per entrare in Europa. Ma una volta arrivati nel nostro paese, i migranti restano come intrappolati. Passano da un carcere africano ad un altro europeo. Le leggi, purtroppo, non agevolano gli spostamenti. In Italia, i migranti perdono la loro identità e diventano dei numeri. Io racconto il dramma di questi uomini, donne e bambini che a Lampedusa trovano l’accoglienza e vivono un confronto quotidiano con gli isolani. Il mio film rappresenta questo dialogo. Mostro i volti dei sopravvissuti e quelli dei soccorritori, che io chiamo gli “eroi normali”».

A sinistra Onder Vecchi, a destra Costantino Baratta, amici di pesca, e una delle sopravvissute

«Tra gli “eroi normali” c’è la catanese Grazia Migliosini, che da turista, insieme a 7 amici, quel 3 ottobre salva 47 eritrei, accogliendoli sulla propria barca. Lampedusana d’adozione, vive ormai sull’isola da oltre vent’anni. Racconto le vicende di Costantino Baratta, che “pesca” uomini, non solo pesci. Simone D’Ippolito, un sommozzatore innamorato dei fondali del mare di Lampedusa, che porta a galla 400 persone. Purtroppo, tutte cadaveri. Poi, c’è il medico Pietro Bartolo (già figura centrale di Fuocoammare di Gianfranco Rosi nda), che opera a Lampedusa da venticinque anni. Dalle sue mani sono passati 650mila migranti, di cui 20mila cadaveri. Ho filmato le testimonianze del comandante della Guardia costiera Paolo Monaco e del comandante della Guardia di finanza Fabio Bia. Un ringraziamento speciale per la collaborazione voglio tributarlo anche ai carabinieri, alla volontaria Sabina Di Malta, una risorsa inarrestabile, alla giornalista Gabriella Virgillito e all’avvocato Antonietta Petrosino, responsabile catanese di Amnesty International. Si tratta di gente che vive, costantemente, il dramma collettivo che diventa dramma personale. Il film mostrerà immagini forti. Di salvataggi, di sbarchi, di morti, di bambini che perdono le loro madri in acqua. Voglio dare continui pugni allo stomaco dello spettatore. Perché la verità è questa: terribile. Ma bisogna conoscerla».

Grazia Migliosini ritira il premio Bamby in Germania. Il 3 ottobre 2013, con 7 amici, salvò 47 eritrei

Il medico Pietro Bartolo

Dopo la fase di riprese a Lampedusa, Alfredo Lo Piero girerà tra Palermo e Catania ma l’ultima tappa del suo racconto sarà il Cara di Mineo. Nel centro richiedenti asilo il regista filmerà le interviste conclusive del suo documentario. La libertà non deve morire in mare è un film corale che racconta storie, prospettive e accenti diversi. «Il popolo lampedusano – sottolinea il regista – in trent’anni ha insegnato al mondo cosa significhi la parola “accoglienza”. Lampedusa è davvero la porta dell’Europa. Ma se chiedi agli isolani cosa si debba fare per Lampedusa rispondono: “Niente”. Perché Lampedusa accoglie, non rifiuta. Se c’è qualcosa da fare bisogna farla in Africa. Devono essere le potenze mondiali ad agire nei luoghi di partenza dei migranti. Questo film pone delle domande e lascia che le risposte e i dubbi, legittimi, arrivino da ciascun spettatore».

Costantino Baratta con due dei sopravvissuti, tornati a Lampedusa per commemorare le vittime

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