venerdì 22 marzo 2019

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Veronica Tomassini: «Mazzarrona è il simbolo di un fallimento civile»

Libri e fumetti

Nel nuovo romanzo, edito da Miraggi e candidato allo Strega, il degrado di sballo e droga vissuto nel quartiere periferico della sua Siracusa dagli adolescenti degli Anni 90 diventa preludio di un sogno infranto - «Ogni periferia è concepita dentro un'istigazione al suicidio» - di chi si sente estraneo sempre: «Mazzarrona è terra lacerata da irredimibili dissidi»


di Salvatore Massimo Fazio

Tornare per ricordare, per scendere oltre la siepe dove "Mazzarrona" è da una parte periferia grigia come grigie sono le scelte di chi vive, e come grigio vorrebbe essere il tentativo della protagonista quando sin dalle prima battute di questo spettacolare romanzo pubblicato per i tipi di Miraggi editore, candidato al Premio Strega 2019, narra di urla da “bambina vecchia” per far smettere Massimo di iniettarsi eroina. Una complessità di azioni che porterà a fregarsene di colei con la quale scopa Massimo, che è il suo compagno, che morirà di overdose, che sarà sempre piegato e chino su sé stesso, in una smania continua di recuperarsi denari e droga. Il contorno non è da meno, le amiche che senza sbeffeggiarla le chiedono il perché lei stia alla Mazzarrona, lei che è di tutt'altro ambiente. C'è chi ha l'Alfa Romeo, poi l'Audi, chi decide di non fumare più, chi si occupa di tessere la relazione con la migliore amica. Lei che della Mazzarrona non è, non vuole farne a meno. Non vuole frequentare le compagne del liceo. Lei vive lì nel disagio degli anni Novanta di una delle periferie più complesse di una città: Siracusa.

La scrittrice siracusana Veronica Tomassini dichiara che questo è il suo primo romanzo fortemente e nitidamente siciliano, perché negli altri, seppur si citano ambienti siculi, quel citar la Trinacria è solo una condizione geo-localizzante. Romanzo crudo, diretto, ferreo, fermo e che ci svela una “zona” d'animo della stessa autrice: «Mazzarrona sono io in un frammento della mia vita. Ciò che ne è venuto dopo, è altro».

Veronica Tomassini

“Mazzarrona”, un titolo, con la bella rappresentazione grafica della copertina, che fa riferimento al rione aretuseo. È schiacciante: cosa vi è successo?
«Mazzarrona è il simbolo di un fallimento civile, la risacca di tutte le impunità, le omissioni, le disonestà. È una riserva indiana, più nel romanzo che nella realtà, traduce l'isolamento quasi commovente di tutte le periferie, concepite dentro una istigazione al suicidio preconcetta. Mazzarrona come Lo Zen a Palermo, Le Vele a Napoli, Librino o San Cristoforo a Catania»

Questo “fallimento civile”, appena uscito come libro, subito è stato candidato allo Strega. Pensi di riuscire a piazzarti sul podio o vincerà sempre la logica delle major che impongono i loro prodotti?
«Sullo Strega posso dire solo che è già tanto che sia arrivata alla candidatura, per me va bene. Io mi presento con una casa editrice interessante, la torinese Miraggi. L'editoria oggi spesso teme la cosiddetta spada che rompe il ghiaccio, tende a preferire un talento normalizzante e consolatorio. La grande editoria, intendo. Tuttavia con le dovute eccezioni».

Un quartiere difficile e dormitorio, dove in quel riposo costante lo smercio di droga e la rovina delle vite è una consuetudine...

«...la Mazzarrona è stato riqualificato in parte, con il decoro degli appartamenti costruiti in cooperativa. Rimane tuttavia un quartiere dormitorio, ed è nel destino della periferia in generale».

Il quartiere della Mazzarrona a Siracusa

Un luogo, una dimensione. Cosa è accaduto a te?
«La mia vita ad un certo punto è finita nei luoghi sbagliati, frequentati da imperdonabili, io stessa mi sento così. La mia vita finiva - come il mio sguardo - dove per tutti riparava l'ombra, mentre per me cominciava la luce, ne intercettavo perlomeno la possibilità (di vederla questa luce) oltre le pieghe di quelle esistenze misere e provate. Ho vissuto con i poveri e gli emarginati, per una ragione o l'altra. Poveri di spirito, non lo so. È andata così».

Hai detto che "Mazzarrona" è un libro totalmente siciliano, dunque potrebbe discostarsi dai precedenti. È pur vero che ne L'altro addio e il Il polacco Maciej, il riferimento e l'ambiente alla Sicilia ci sono: le vicende si svolgono a Siracusa. È forse, per ciò che ho inteso, uscita fuori la radicalità del malessere di cui il siciliano è avvolto e dal quale difficilmente riuscirà a separarsene? Malessere descritto da questa selva dove anche una ragazza, che potrebbe ambientarsi con amiche del liceo, invece finisce per cadere nel peggio, un peggio che le porterà dolore a decorrere dalla morte del “suo” Massimo, per overdose.
«Gli altri romanzi erano siciliani per una geo-localizzazione casuale di un luogo, non certo siciliano, erano casomai ispirati da dinamiche slave – “L'altro addio” (Marsilio), “Sangue di cane” (Laurana), “Il polacco Maciej” (Zoom Feltrinelli) -, da qualcosa di nuovo, esotico, straniero. “Mazzarrona” contiene questa terra greve, complessa, sola, lacerata da insondabili o irredimibili dissidi, come la stessa voce narrante».

Un'altra immagine della Mazzarrona

Dalle fattezze politiche di quegli Anni 90, in cui è ambientata la “Mazzarrona” di Veronica Tomassini, a quelle attuali, c’è il passaggio verso un ventennio distruttivo, che ha sempre più emarginato chi ancora dotato di speranza. Nella cultura tutto si è svelato in maniera marcia e vile: la periferia rivalutata, ma a supporto solo di certi colori politici, ha il volto di ragazzi di 20 anni. Poi altri coetanei di altra estrazione politica desiderano proporre qualcosa e si erge quell'atteggiamento inutile da casta: io sventolo la bandiera di colore X, e allora punto all'uguaglianza e alla socialità, tu che non sventoli la mia bandiera non devi fare cultura, perché la tua non è socialità.

Cosa c'è dietro? Nuovi baroni avanzano sotto mentite spoglie di persone dedite al dialogo e al supporto sociale?
«La questione è che certi quartieri affamati servono, eccome. Tenere affamata la bestia, come si dice, ha una sua raffinatissima ragione. Ovviamente nelle sacche di miseria e ignoranza si ingenerano diverse derive. Ad ogni modo, sacche di voti a parte (vecchia storia non solo siciliana), quando ancora la periferia non era di moda (lo è diventata se ci pensi), avevo notato che le istanze della buonanima della sinistra erano sparite, era più facile notare nei "non luoghi", parto cieco del
fallimento civile e politico, in sua sostituzione avamposti di destra. Questa cosa l'avevo notata e scritta anche da qualche parte, ovviamente con un seguito di polemiche e accuse personali».

Ancora uno scorcio della Mazzarrona

Ci distrugge e istiga al fallimento sociale la politica dei baroni, e questo è un dato assodato. Potrebbe, a tuo dire, un sincretismo delle posizioni politiche espresse dalle persone più genuine e marginali, aiutarci a uscire fuori da una condizione di accidentalità che innalza sempre un diritto di scontro?
«In ogni caso, non saprei cosa dire oggi, se esista davvero da qualche parte un'innocenza, un'etica, un risveglio reale».

L'amore, la droga, le emozioni che ne scaturiscono, sono i primi elementi che emergono nel tuo romanzo, e creano scompenso. Chi sono i protagonisti? Socio-storicamente si torna a momenti dolorosi dove nulla cambia?
«Il romanzo è stato definito insolente e tragico insieme. Racconta la storia di un gruppo di adolescenti dei primi Anni '90, in questo non luogo, in questo deserto, chiamato Mazzarrona. L'eroina è il male, il sonno velenoso. La voce narrante racconta gli anni della sua giovinezza, un castigo, racconta il suo amore, Massimo, che morirà di overdose, il terrore, la miseria nera ovvero la volgarità a cui abituarsi, doversi abituare. La stessa protagonista frequenta il liceo, ma non le brave ragazze. Frequenta i tossici della Mazzarrona. Un'esistenza vile, avara».

Eroina, il sonno velenoso della gioventù Anni 90

C'è la tua vita, è un racconto intimo il tuo?
«Mazzarrona è il riassunto della mia vita da un certo punto in avanti. Le mie letture, i neorealisti, ma la mia vita in special modo: questo è Mazzarrona, un preludio di quel che sarebbe stato, che sarei finita nei luoghi sbagliati, ancora, da adulta, nelle ombre detestate, per raccontare la luce. I sette anni alla Mazzarrona, furono la cosa peggiore che mi potesse capitare».

È formativo questo libro?
«Non lo so se sia formativo. Parlo di eroina, di ragazze che stanno fuori la notte, che bevono, fumano, fanno a botte, ragazze illuse, adolescenti sentimentali che moriranno con una siringa conficcata nel braccio. È formativo tutto ciò? Forse no».

Junky boy

Vuoi mandare in messaggio diretto e chiaro? Se si, quale?
«Un messaggio c'è: vorrei suscitare nel lettore lo sgomento o lasciare che lo sguardo che attraversa me attraversi il lettore stesso, lo sguardo (imprestato a volte o forse sempre non mio) che vorrebbe solo perdonare e non chiede altro di essere perdonato».

È importante il rapporto con la terra di appartenenza, ed è lei stessa ciò che si vive? O che subiamo?

«Io mi sento una senza radici, estranea sempre, fuori la porta. Non è mai cambiato nulla, da bambina come adesso. La sensazione è che questa terra non capisca me e io non capisca lei. In questa distanza, dentro questa distanza, la osservo, la racconto».

Si può vivere e sopravvivere di scrittura nei tempi attuali?
«Posso vivere di scrittura eticamente, in un contesto giusto, con le persone giuste. E qui voglio ringraziare Patrizio Zurru, il mio agente che un po' rappresenta il contesto giusto, nel senso di cura e attenzione per quel che faccio. Miraggi editore è anch'esso un contesto giusto. Incontrare scrittori con i quali stringere alleanze e empatie è il contesto giusto. Ad esempio lo scrittore e poeta Davide Brullo (immenso) con il quale sto scrivendo un epistolario sentimentale, è intenso, violento per certi risvolti emotivi. E tanto è vivere di scrittura o per la scrittura».

La libreria Tlon di Roma ha ospitato la presentazione del libro

"Mazzarrona" di veronica Tomassini sarà presentato il 2 marzo, alle 19, alla enoteca letteraria Prospero di Palermo, dove dialogherà con Isidoro Meli e Cristian Inguglia. Il 17 marzo, alle 19, il libro sarà presentato alla Libreria Prampolini di Catania dove l'autrice dialogherà con il professore Antonio Di Grado e sarà accompgnata da Alessandra Ristuccia, solista compositrice.

Il libro esposto da Prospero a Palermo


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 28 febbraio 2019
Aggiornato il 11 marzo 2019 alle 20:42





Salvatore Massimo Fazio

Nato a Catania nel 1974, scrittore, filosofo e pittore. Si laurea con una tesi di estetica presso l’Università degli Studi di Catania dal titolo “Cioran e Sgalambro: un confronto”. Esordisce nel 2005 con I dialoghi di Liotrela. L’albero di Farafi o della sofferenza, edito da C.U.E.C.M, un dialogo tra un filosofo, un demiurgo e un uomo di autostrada, elaborato insieme al poeta e scrittore Giovanni Sollima. Nel 2009 esce il racconto Villa Regnante per i tipi di enricofolcieditore. Insonnie, C.U.E.C.M. 2011, è il suo capolavoro indiscusso, strutturato in tre parti nella forma della prosa, della poesia e dell’aforisma, nel quale coinvolge il lettore sulle grandi tematiche etiche ed ontologiche dell’uomo, scarnificandone i concetti precostituiti con un nichilismo definito cognitivo che si scaraventa con smania distruttiva contro la filosofia accademica, la procreazione in un mondo occidentale dove tutto crolla costantemente verso l’edificazione del niente. Nel 2016 viene pubblicato da Bonfirraro Editore, l’addio al nichilismo, omaggiando con suicidio letterario i suoi due maestri, il titolo suscita subito qualche disagio e parecchie polemiche nell’area intellettuale italiana: Regressione suicida, dell’abbandono disperato di Emil Cioran e Manlio Sgalambro. Gestisce il blog letterario Letto, riletto, recensito


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