Un Enrico IV sobriamente originale corre sul filo pirandelliano tra essenza e apparenza

Recensioni Al Piccolo Teatro della Città di Catania fino al 2 febbraio i grandi temi pirandelliani emergono sulla scena dell'Enrico IV con vigore grazie a corpo e anima di Miko Magistro, un veterano della scena, e la originale regia di Nicola Alberto Orofino

Provocatorio, geniale, originale. Nicola Alberto Orofino ha ormai abituato il pubblico catanese e nazionale a sue azzeccate rielaborazioni di grandi classici del teatro. E stavolta si è cimentato, validamente coadiuvato da Gabriella Caltabiano e Lucia Portale, con una pietra miliare del teatro del Novecento, quell’Enrico IV di Luigi Pirandello che sicuramente necessita di una messa in scena accurata, equilibrata e di un grande attore per il ruolo principale, che non a caso Pirandello, pignolo regista delle sue opere, affidò per la prima del 1922 a da Ruggero Ruggeri, l’unico veramente adatto per lui a conferirgli la sua vera essenza.

Così al Piccolo Teatro della Città di Catania, dal 16 gennaio, Miko Magistro, un veterano delle scene, con grande sobrietà e adeguato pathos, ha dato corpo e anima a uno dei più drammatici personaggi pirandelliani, l’uomo dolente che, dopo una cavalcata in maschera, con conseguente caduta da cavallo e botta in testa, ha vissuto rinchiuso per 20 anni, credendo d’essere re Enrico IV di Germania, l’imperatore scomunicato da papa Gregorio VII,  durante la lotta per le investiture. Credendolo, però, fino a un certo punto. Perché, dopo otto anni, Enrico IV si è risvegliato e ha solo continuato la dolorosa finzione, mentre tutti fingevano pietosamente attorno a lui, lui che quel giorno fu tradito dal barone Tito Belcredi (un efficace Santo Santonocito), amante della marchesa Matilde (una convincente Carmela Buffa Calleo), la donna di cui Enrico era perdutamente innamorato.

Una scena dell’Enrico IV, foto di Dino Stornello

Realtà e finzione, essenza e apparenza. I grandi temi pirandelliani sono emersi sulla scena con vigore, introdotti da un incipit inconsueto, che ha visto come protagonisti i tre valletti, che hanno movimentato la scena con le loro gag. Giovanni Arezzo, Giuseppe Ferlito, Daniele Bruno hanno davvero  strappato qualche momento di ilarità al pubblico, prima che la storia si facesse terribilmente seria e culminasse nella splendida scena della “luna nel pozzo”, quella che da bambino Enrico IV credeva vera, insieme a tante altre cose, prima che la vita e il mondo lo tradissero. Nel ruolo anche Luca Fiorino nei panni del dottor Dionisio Genoni e Gianmarco Arcadipane (che avevamo avuto modo di apprezzare nell’Ippolito dello stesso regista)  in quello del marchese Carlo Di Noli,  mentre Anita Indigeno, sanguigna come sempre, è stata una Frida, figlia della marchesa Matilde, esagitata ed efficace al punto giusto.

Enrico IV, Miko Magistro e Carmela Buffa Calleo, foto di Dino Stornello

Miko Magisto è Enrico IV

Azzeccate anche le musiche, in particolare il canto popolare Carol of bells, che ha offerto la giusta atmosfera  tragica al dramma del protagonista; belli i costumi e le scene di Vincenzo La Mendola, che hanno evocato una efficace dimensione in bilico tra passato e presente.

Peccato per qualche sonora risata di troppo tra il pubblico. Qualche spettatore si è fermato, per dirla con Pirandello, al “comico” senza saper cogliere “l’umoristico”, il riso amaro che sorge spontaneo dinanzi alla grande pupazzata dell’esistenza umana. Dissonanze che non hanno comunque inficiato la piéce, gradevole per la sua felice combinazione di riflessione filosofica e intensità drammatica. Un Pirandello nuovo, ma non tanto, dunque, sufficientemente fedele alle intenzioni dell’autore. Il maestro girgentino non si sarà di certo rivoltato nella tomba…

Una scena dell’Enrico IV, foto di Dino Stornello

Lo spettacolo torna in scena venerdì 24 gennaio e replica fino a domenica 26 gennaio.

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