domenica 16 giugno 2019

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Tornatore intervista Morricone: «Caro Ennio, che musica ti chiese Leone?»

Libri e fumetti

In "Ennio. Un maestro", il regista bagherese scandaglia il mondo del celebre compositore di colonne sonore e ne fa emergere delle vere chicche, in un viaggio che attraversa la musica ed il cinema del Novecento sino ai nostri giorni


di Salvo Fallica

Un originale ed autentico omaggio a Sergio Leone ed al suo cinema è contenuto nel bel libro di Giuseppe Tornatore ed Ennio Morricone, edito da HarperCollins Italia. Un testo fondato sul dialogo fra Tornatore e Morricone, incentrato sulla straordinaria vita del grande compositore: “Ennio. Un maestro”. Dal titolo si comprende che il testo è un viaggio che attraversa la musica ed il cinema del Novecento sino ai nostri giorni, ed ha al suo interno non solo momenti grandiosi di storia della cultura ma anche eventi curiosi. E siccome è spesso nei dettagli che si può cogliere l'essenza delle cose, il dialogo fra Tornatore e Morricone apre molteplici orizzonti multidisciplinari, legando arte e vita. Nella fase storica dei trent'anni della scomparsa è suggestivo ricordare il grande regista romano, ed inventore di un genere che ha segnato la storia del cinema della seconda metà del Novecento, con l'omaggio dei premi Oscar Tornatore e Morricone. Un libro in cui la Sicilia è presente non solo per il celebre Tornatore ma con storie tutte da leggere e gustare...

Il regista bagherese Giuseppe Tornatore, attingendo al metodo dialogico socratico-platonico, scandaglia il mondo di Morricone e ne fa emergere delle vere chicche. Interpellato sul suo primo western Morricone ricorda: «Con il regista Mario Caiano, si chiamava Le pistole non discutono. Subito dopo ne venne un secondo con Ricardo Blasco, un regista spagnolo, Duello nel Texas. Sono i due film che ho fatto prima di conoscere Leone. Anzi, Sergio mi chiamò proprio perché aveva ascoltato le musiche di questi due western. Fu lui a dirmelo, perciò volle me in Per un pugno di dollari».

Tornatore lo interroga sulla genesi dell'incontro con Leone, e Morricone racconta: «Sergio venne a casa mia. Abitavo a Monteverde. Mi chiese se volevo fare questo film, accettai. Devo dire che mentre mi parlava avevo un certo imbarazzo a guardarlo, io quel viso l’avevo già conosciuto. E poi aveva un cognome che mi pareva di ricordare, e un gesto del labbro, semplice, non proprio un difetto, lo muoveva in un certo modo. Allora tutto fu chiaro, era lui. Avevamo fatto la terza elementare insieme. Ricordavo per la verità più il cognome che il nome. Lui mi spiegava il film e io a un certo punto lo interruppi: "Ehi, ma tu non sei Leone, che a scuola andava ai Carissimi?". "Sì - fa lui -, sono io!". "Io sono Ennio Morricone, non ti ricordi?". E lui: "Ahhh! È vero!". Insomma, ci siamo trovati e riconosciuti così. A scuola non eravamo amici, lo siamo diventati in quell’istante. Quello stesso pomeriggio, mi portò a un cinema del Monteverde Vecchio, davano un film giapponese: La sfida del samurai. Mi spiegò che Per un pugno di dollari aveva qualcosa di quel film. La sera andammo a mangiare in un locale dietro a Ponte Sisto, da Checco er Carettiere. Checco era un altro della nostra terza elementare. Insomma, la serata si concluse con una piccola rimpatriata».

Ma qual era il titolo originale del film? «(…) Doveva chiamarsi Il magnifico straniero. Il primo titolo era quello». (…). Che musica ti chiese Leone? «Non mi chiese niente. Mi disse che aveva apprezzato il lavoro che avevo fatto con Caiano e con Blasco, e di procedere su quella strada». E si scopre come nacque il famoso e leggendario 'fischio', entrato da tempo nella storia del cinema. Morricone racconta: «Io scrissi un tema in cui trasferii tutte le idee che avevo posto alla base di un mio arrangiamento fatto in precedenza per un pezzo americano. Inoltre vi aggiunsi il fischio, eseguito da Alessandro Alessandroni. Alla registrazione finale Sergio si entusiasmò, gli piacque moltissimo. Ricordo che il film uscì a Firenze, e fu subito un botto, un successo enorme».

Giuseppe Tornatore e Ennio Morricone

Tornatore insiste: Cosa ti convinse a utilizzare l’arrangiamento che avevi scritto per il brano di Woody Guthrie?. E Morricone argomenta: «Ripeto, me lo chiese Leone che lo aveva ascoltato in quel programma televisivo. Ma anche a me pareva giusto. Giusto per il western di Sergio. Quella musica lasciava delle tracce, faceva prevedere una possibilità di futuro. Infatti ho ripetuto quelle esperienze con il secondo e il terzo film con Sergio, Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto, il cattivo. Il terzo è l’opera più interessante dei primi film fatti con lui. Parlo musicalmente, ovvio. Sergio era andato già molto meglio, cresceva, migliorava con velocità strabiliante, e io credo di essere migliorato insieme a lui. Non dimentichiamo che il primo film doveva costare non più di centoventi milioni, e che grazie al successo ottenuto Sergio è andato molto più libero con le spese dei film successivi». Ed il mitico urlo del coyote? Da dove l’hai tirata fuori l’idea dell’urlo del coyote?, gli chiede Tornatore. Morricone narra: «Direttamente dal film. Sentii nella presa diretta un coyote che faceva questo verso, lo presi e lo incartai. In fondo, era la mia mania, ciò che portavo avanti, ed era così difficile e così raro poter inserire suoni della realtà che diventavano musica. Poi ciò che contava era il timbro». Tornatore indaga sulle cause del successo del celebre film: Secondo te perché Per un pugno di dollari ebbe quel successo così dirompente? Le cause dobbiamo cercarle solo nel film o anche nella musica? Morricone senza alcuna enfasi risponde: «Non lo so, non sono in grado di stabilirlo. Anche se con un mese di ritardo, pure la musica ebbe un successo senza precedenti. Forse tutto avvenne per quello che dicevo prima. Il risultato dell’arrangiamento di Piccolo concerto, un arrangiamento semplice, molto semplice, col coro che diceva alcune parole, con la frusta, la campana, il fischio, il piffero... e poi tante altre componenti che non c’entravano niente con la melodia del fischio, eppure c’entravano. Durante Piccolo concerto avevo immaginato che questo pezzo dovesse avere strumenti casuali, popolari e realistici. Può darsi che questo spieghi il successo. Ma non credo che la musica abbia determinato il trionfo del film, non lo credo per niente. Vedi, non è possibile che la gente sia così attenta da andare a vedere il film per la musica. E poi lo sai, ritengo questa musica la peggiore tra quelle fatte per i film di Sergio».

E vi è anche qualche rimpianto: «Ho cominciato a ricevere il David di Donatello solo per film non western. Dai, C’era una volta il West e Il buono, il brutto, il cattivo avrebbero meritato un altro riguardo. Ma non c’è stato, e questo mi dispiace, mettevo le mie qualità musicali e la mia volontà in un prodotto che era ritenuto basso. Dopo è stato rivalutato, i film e tutto il resto».

Vi è una storia molto sicula nel film Per qualche dollaro in più connessa alla genesi dell’idea del marranzano. Come in un romanzo autobiografico Morricone torna con la memoria ad un passaggio molto curioso: «Ho sempre tentato di portare nella musica strumenti che in genere non si adoperano. Il marranzano è in qualche maniera anche musicale, perché qualche suono lo produce. Intendo dire suono intonato, riconducibile a una scala tradizionale. Ricordo che nel film di Damiano Damiani La moglie più bella usai addirittura vari marranzani accordati in maniera diversa. Facevano in pratica non una melodia, ma un accompagnamento variegato. Con Per qualche dollaro in più ebbi l’idea di inserire questo strumento come percussione. Non m’interessava l’ambientazione western, tipicamente americana, che aveva il film. So che questo strumento era soprattutto italiano, poi scoprii che ne esisteva uno coreano, ma molto più grosso e con un suono più drammatico. Faceva un botto enorme, ma suonava proprio come nel folklore delle nostre parti. Usare strumenti insoliti è stato un mio vizio, Peppuccio, ma diciamo un vizio buono». A chi lo facesti suonare? «Non conoscevo nessuno che lo suonasse. Chiesi all’organizzatore dell’orchestra se potevamo trovare un buon suonatore di marranzano in giro. Mi indicò un certo Salvatore Schilirò. Questo signore venne dalla Sicilia, si presentò in studio con una valigia piena di vari marranzani intonati per coprire tutta la scala di armonie. Glieli feci suonare tutti, uno per volta, secondo le variazioni armoniche del pezzo, poi ho tagliato le registrazioni e le ho rimontate creando una variante tonale che il marranzano in realtà non possiede. Il risultato fu un marranzano impossibile, che oggi potrei realizzare solo con un sintetizzatore». Ed il carillon? «L’idea fu di Sergio. C’era un carillon già nella sceneggiatura, lui aveva capito bene il meccanismo, aveva capito che un qualsiasi suono che partisse dalla storia del film poteva immediatamente diventare simbolico, bastava inserirlo astrattamente, nel modo giusto, nel cuore della musica. E l’ha rifatto, in C’era una volta il West. Lì c’è l’armonica a bocca suonata da un ragazzo che tiene sulle spalle il fratello; quando il ragazzo sarà stremato dalla fatica, non riuscirà più a soffiare nell’armonica e crollerà a terra, così suo fratello resterà impiccato. Anche questa fu un’idea della sceneggiatura di Leone, non mia ovviamente. A me toccò inventare un suono dell’armonica».

Morricone fa un grande omaggio a Tornatore, segno di una sinergia artistica ed umana profonda tra i due: «Mi sono trovato bene anche con molti registi, ma mai come con te. E posso spiegarlo. Conta il tuo talento, la tua amicizia, la tua fiducia, e poi per me conta tantissimo il tuo progresso, la tua capacità di capire di più dopo ogni film, fare osservazioni utili, anche preziose. Con Gillo andava benissimo, con altri registi andava bene, anche con alcuni che non dicevano niente. Tu non sei di quella razza, tu sei andato avanti. Mi trovo bene a lavorare con te perché la tua competenza è più grande, la tua curiosità più raffinata».

Tornatore con ironia spiega: Mi rimproverano di mettere troppa musica nei miei film. Tu dici ch’è solo una questione di volume? Morricone non ha dubbi: «Be’, una musica forte la tradisci se la tieni a basso volume, e tradisci una musica morbida se la metti a volume alto. Per la verità, nei tuoi film non mi ha mai dato fastidio il livello della musica. Nel finale di Nuovo Cinema Paradiso la musica è sola. A molti questo faceva impressione, non c’erano abituati. Accadeva anche con i film di Leone. Lui teneva la musica sola, e a tanti dava fastidio perché erano abituati alla musica mescolata al dialogo, ai rumori, ai cavalli che corrono. D’altra parte il missaggio è in mano al regista. Quando non la fa sentire è come se la musica non ci fosse, lo ripeto spessissimo: "Non farla sentire male, né mescolata a rumori, a dialoghi. Altrimenti non si capisce niente". La musica non è un elemento della realtà. Nei tuoi film ha il risalto giusto, non è usata per salvare il film. Ci sono registi che davvero mettono un sacco di musica solo nel tentativo di salvare un film che non salveranno! Tu la usi affinché la musica significhi esattamente ciò che deve significare».

Dei miei film qual è stato per te il più difficile? «I più complicati e preoccupanti… direi La sconosciuta e La leggenda del pianista sull’oceano. Ma forse andrebbe inserito nell’elenco anche La migliore offerta. Certo, La leggenda… era tosto, quasi un musical. Una parte divertente fu il finale, parlo del duello tra Jelly Roll Morton e Novecento. I pezzi suonati da Jelly Roll Morton erano gli originali, quelli di Novecento li avevo preparati io, erano miei. Il problema era: cosa far suonare a Novecento perché vincesse il duello? Il guaio è che l’avversario era forte, suonava da dio. Mi venne l’idea che ti proposi: "Facciamo un grande moto perpetuo per pianoforte e poi ci mettiamo sovrapposizioni, con grandi pause, suoni più acuti, suoni più bassi…". Tutto questo avrebbe giustificato l’immagine che avevi in mente, sovrapporre cioè altre mani a quelle di Novecento. Fu una decisione azzeccata, anche se mi diede un po’ da fare. E molte preoccupazioni, inutile negarlo».

Tornatore si sofferma su Nuovo Cinema Paradiso: «Prima di registrare il tema d’amore per la scena finale dei baci tagliati, ricordo che tenesti un piccolo discorso all’orchestra: "Signori, ascoltate bene il pezzo che stiamo per eseguire, andrà sulla scena che più di tutte le altre mi ha convinto a fare questo film"». È vero, dissi così. «Poi hai aggiunto: "Adesso fate attenzione, guardate prima il fotografico". Gli orchestrali videro la scena e alla fine battevano i piedi, applaudivano come fanno le orchestre. Io ero commosso».

Hai composto qualcosa anche per Franchi e Ingrassia, giusto? «Due film. C’era bisogno di una musica un po’ simpatica, divertente. Non voglio dire che non mi andasse di scriverla, però avrei evitato sempre quei film che vanno bene da soli. Loro erano bravissimi, c’era poco da aggiungere musica. Bastava un’occhiata, un verso, una smorfia del viso, e il pubblico rideva».

Siamo partiti con Sergio Leone e chiudiamo con un passaggio di Morricone sul suo rapporto con uno dei più grandi registi del Novecento. «L’ho ammirato moltissimo, e poco a poco questa ammirazione è aumentata. I suoi film sono stati una progressione travolgente. Era sempre lanciato verso il miglioramento assoluto, e non solo perché il film fosse più ricco, ma perché la storia era più bella, perché era girato con maggiore attenzione, con maggiore furbizia, conta anche quella. Credo che C’era una volta in America sia il suo più grande film, il suo capolavoro. Ma te l’ho detto, già Per qualche dollaro in più era un Eschilo rispetto al precedente. È un peccato che a un tratto la sua vita sia finita così. Mi è mancato tantissimo, ed è mancato tantissimo al cinema. Aveva talento ed era onesto, aveva la giusta coscienza e una giusta presunzione, più i dubbi che un’artista deve avere, anche sul proprio conto. Sergio aveva un solo difetto. I suoi appuntamenti erano talmente precisi che lui ritardava puntualmente almeno di un’ora. Ti dava appuntamento a mezzogiorno? Non lo vedevi prima dell’una”.

Leone (II in alto, da sinistra) e Morricone (IV in alto) alle elementari


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 10 giugno 2019





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