domenica 22 ottobre 2017

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Sulla rotta dei Fenici, tra antichi mulini e cumuli di sale bianchissimo

Itinerari

La via del sale lungo la fascia costiera tra Trapani e Marsala vale da sola una visita sull’isola. Nelle antiche saline si produce ancora oggi il sale secondo un rito antico e tradizioni che piano piano sono state riscoperte. Oggi sono ventisette le saline attive su cui insistono due riserve naturali che offrono uno spettacolo unico, tra colonie di fenicotteri e isole inavvicinabili


di Lavinia D'Agostino

Un contrasto fortissimo di colori, un profumo unico che si propaga nell’aria e un senso di serenità che avvolge l’anima. E’ uno scenario inimmaginabile, unico nel suo genere, irripetibile. Almeno in Sicilia. La via del sale lungo la fascia costiera tra Trapani e Marsala vale da sola una visita sull’isola. Si tratta di antichissime saline – probabilmente di origine fenicia e comunque documentate dal geografo arabo Al Idrisi – ancora in attività.
Qui viene ancora prodotto il sale (in tutte le sue varianti, non solo quello alimentare), secondo un rito antico e tradizioni che piano piano sono state riscopert. Tra Trapani e Marsala ci sono ventisette saline attive (alcune di tipoindustriale, soprattutto nella parte nord di Trapani) su cui insistono due riserve naturali: la Riserva Naturale orientata delle Saline di Trapani e Paceco gestita dal Wwf e la Riserva e la Riserva naturale orientata "Isole dello Stagnone di Marsala".

Il mulino Maria Stella centro visite del Wwf - ph Sicilymag

Passeggiare tra antichi mulini a vento e cumuli di sale bianchissimo che si riflettono, in un magnifico gioco di luci e colori, nelle vasche di acqua calda - alcune di colore blu, altre di colore rosa – è un’esperienza da provare almeno una volta nella vita. Per conoscere più da vicino le saline di Trapani e Paceco, quasi mille ettari costituiti da saline di proprietà privata in cui viene tuttora praticata la salicoltura, ci si può affidare alle guide del Wwf (che organizzano delle visite gratuite al mattino, previa prenotazione) o a quelle dell’Associazione Saline e Natura.
La visita ha inizio al Mulino Maria Stella, un antico mulino di pompaggio oggi trasformato in centro di accoglienza per i visitatori, in cui viene spiegata la tecnica estrattiva del sale secondo i metodi tradizionali: dalla funzione delle vasche (diverse per grandezza e profondità, costruite su livelli differenti) ai mulini, “a stella” o “all’americana”, utilizzati o per il pompaggio dell’acqua marina o per la raffinazione del sale, fino ai metodi di frantumazione e raccolta che ancora oggi vengono effettuati a mano.

La raccolta del sale - ph Girolamo Culmone Wwf

Passeggiando lungo i bordi delle vasche nelle ore che precedono il tramonto, si ha la possibilità di entrare in contatto con una natura sorprendente e suggestiva. L'ambiente fortemente salmastro ospita numerose specie erbace e arbustive che si sono adattate alle condizioni ambientali estreme di quest’area, come la commestibile, e gustosissima, salicornia (le cui gemme, salmastre, hanno un sapore simile a quello dell’asparago), il fiorrancio marittimo, l'enula e il fungo di Malta. Ma ciò che più affascina il visitatore è certamente la varietà di uccelli che qui trovano ristoro. L’area umida è un vero paradiso terrestre, specie per gli appassionati di birdwatching, con le oltre 208 specie, tra stanziali e migratori, tra cui spicca la numerosa colonia di Fenicotteri.

Fenicotteri in volo sulle saline di Trapani e Paceco - ph Girolamo Culmone

Con la testa immersa nell’acqua, intenti a filtrare la fanghiglia da cui traggono nutrimento, iniziano a schiamazzare e ad allerte gli esemplari più giovani (facilmente riconoscibili dal piumaggio grigiastro), solo nel caso in cui sentano troppo vicina la presenza dei visitatori. Oltre agli inconfondibili uccelli dal piumaggio rosa, qui si incontrano spatole, aironi bianchi e cenerini, garzette, cavalieri d’italia, cormorani, anatre selvatiche e gli immancabili gabbiani che offrono uno spettacolo unico, mozzafiato al tramonto: quando il sole colora tutto di rosa e regnano quiete e silenzio.

Saline di Nubia (Paceco) al tramonto - ph Sicilymag

Il nostro itinerario procede lungo la strada costiera, da un lato costellata dalle dune di sale dall’altro dal verde degli olivi, fino ad arrivare allo Stagnone di Marsala. Dopo una visita al Mulino Infersa, che propone un percorso multimediale adatto soprattutto ai più piccoli, si può optare per una mini crociera in quel mare che “non è mare”, per vedere da vicino le isole dello Stagnone a bordo delle barchette dal fondale piatto. Nella riserva compresa tra Capo San Teodoro e Capo Lilibeo, oltre alla più famosa Mozia, si possono osservare da lontano le altre tre isole di San Pantaleo, tutte precluse allo sbarco dei visitatori perché di proprietà privata: Isola Grande (di forma allungata, anticamente un feudo degli Altavilla, composta da più saline), Schola (la più piccola, di proprietà del Comune di Marsala) e la rigogliosissima Santa Maria. Il fatto di non poter approdare stuzzica la nostra fantasia: immaginiamo una natura vergine e incontaminata, riservata solo agli uccelli (oltre che ai proprietari!), una sorta di paradiso terrestre proprio lì, a un passo da noi.

Il Mulino Infersa di Marsala - ph Sicilymag

L’imbarcadero fornisce tutte le notizie sul paesaggio circostante e attirerà la vostra attenzione sull’antica strada (ormai sommersa, ma ben visibile dalla barca) che un tempo collegava la Porta Nord di Mozia al promontorio di Birgi, che non è proprio il punto di costa più vicino all’isoletta dello Stagnone. Si tratta di una strada lunga 1,7 km e larga circa 7 m, che permetteva passaggio di due carri affiancati. Si dice che fino alcuni anni fa alcuni buoni conoscitori della zona riuscissero a raggiungere Mozia a piedi, utilizzando ancora l’antico camminamento fenicio che, nonostante sia del tutto sommerso, è ancora ben visibile anche grazie ad alcuni massi affioranti che segnalano il percorso.
Un itinerario di tale bellezza non può che concludersi su Mozia, l’antica città fenicia oggi di proprietà della Fondazione Whitaker, che merita un discorso a parte.

Percorso costiero di Mozia - ph Sicilymag

Dell’isola dei mercanti fenici, distrutta da Dionisio di Siracusa, si possono osservare i resti riportati alla luce da Joseph Whitaker agli inizi del ‘900, e ancora oggi oggetto di studi e scavi. Nonostante il biglietto d’ingresso (neanche economico) per accedere all’Isola, Mozia versa in condizioni di assoluto degrado e sporcizia: i cartelli esplicativi sono pochi, posizionati male e molti sono illeggibili, gli unici bagni disponibili sono a dir poco indecenti ma, soprattutto, l’isola è sporca. Spazzatura di ogni genere si trova ovunque. I turisti dovrebbero essere più civili, ma è anche vero che mancano i cestini e probabilmente servirebbero più controlli e soprattutto degli addetti alle pulizie.
Ciononostante vale comunque la pena perdersi tra i resti archeologici del VIII secolo a.C, tra la natura selvaggia e incontaminata che qui cresce rigogliosa, soprattutto lungo il periplo dell’isola, puntellato da ginepri e olivi selvatici, ed emozionarsi, come sempre accade, davanti alla perfezione del Giovinetto di Mozia, (450/440 a.C.).

Il Giovinetto di Mozia - ph Sicilymag


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 22 settembre 2017
Aggiornato il 01 ottobre 2017 alle 11:46





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