domenica 22 ottobre 2017

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Stefania Busà: «In Sicilia ho trovato la felicità»

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L'amministratore unico del Feudo Rudinì, originaria di Milano, ha scelto di vivere immersa nei colori e nella luce del Sud. Complice l'amore per Giuseppe Di Pietro, figlio di Saro, fondatore dell'impresa vinicola di Pachino da cui prende il nome il vino di punta dell'azienda, quest'anno segnalato con i "Tre bicchieri" dalla prestigiosa guida del Gambero Rosso


di Giusy Messina

Il profumo del mosto invade la casa. La vendemmia sta volgendo al termine a Pachino, nell’estrema punta meridionale della Sicilia dove quest'anno è iniziata con largo anticipo per via del caldo eccessivo. «La vendemmia qui è ancora una festa dove giovani vecchi e bambini lavorano insieme. Mi piace raccogliere l’uva, vederla pigiare. Abbiamo già iniziato a preparare la mostata, un budino di mosto siciliano, tipico di queste parti, al profumo di vaniglia con mandorle tostate. Del vino non si butta via niente. Una volta asciutto, il mosto si mescola con la marmellata di cotogne che prepariamo in casa per fare il ripieno dei cuddureddi, i biscotti che mangeremo poi a Natale».

Stefania Busà, amministratore unico dell’azienda Rudinì

Ha un brillio di felicità negli occhi Stefania Busà, amministratore unico dell’azienda Rudinì, mentre coccola il cucciolo di casa, il piccolo Rosario di appena sei mesi, attorniato dalle sorelle, Martina e Carlotta, rispettivamente di 9 e 7 anni.
Stefania Busà Di Pietro, 33enne milanese, bionda e con un fisico da mannequin, è la protagonista di una storia di emigrazione al contrario. Alla nebbia della Madonnina ha preferito i colori e la luce della Sicilia.
«Mi piace la varietà dei suoi paesaggi, sempre cangianti. Le terre desertiche, i filari di viti ad alberello che si perdono a vista d’occhio interrotti qua e là dai muretti a secco, le distese di pomodorini rossi e l’azzurro del mare. Qui in Sicilia ho trovato la mia felicità». Complice Cupido: infatti è bastato un incrocio di sguardi sulla spiaggia di Marzameni, tra lei appena ventenne e Giuseppe, detto “Peppe” Di Pietro, perché la bussola cambiasse direzione.
«Avevo un diploma di operatore turistico, ma una volta tornata Milano dopo la vacanza in Sicilia ho capito subito che il mio desiderio era tornare - dice arrotolando quella erre alla francese che aggiunge un quid in più di seduzione e fascino alla voce-. Questa terra mi ha cresciuta e completata».
Nell’azienda Rudinì che appartiene alla famiglia Di Pietro da oltre mezzo secolo, Stefania entra in punta di piedi. «Iniziai ad occuparmi della vendita in negozio - racconta-. A me il vino è sempre piaciuto, a casa nostra non mancava mai sulle nostre tavole. Peppe ha insistito molto perché io cominciassi ad occuparmi anche della produzione e della commercializzazione». Nel 2006 Stefania diventa il volto dell’azienda Rudinì. Insieme al suocero, Saro, 74anni portati con entusiasmo e passione, Stefania apre l’azienda al mondo. Così niziano a conquistare il mercato giapponese, molto rigoroso nel rispetto delle regole di buona educazione.

Stefania Busà e Giuseppe Di Pietro con i figli

«A casa facevamo le prove degli inchini, di come sedersi a tavola e di come offrire il nostro biglietto da visita - dice ridendo-. Con mio suocero discutiamo sempre su ogni cosa, perché sono molto testarda e convinta delle mie idee. Credo che lui riveda in me se stesso a vent’anni, quando pieno di energia e si impegnava a mantenere viva questa attività di famiglia, fonte di vita e di sacrifici».
Un legame indissolubile lega Saro Di Pietro al territorio di Pachino, culla di quel Nero D’Avola che qui è tutelato dalla DOC nella tipologia “Eloro Pachino”: l’unica DOC del Nero D’Avola. In qualità di assaggiatore di mosto, Saro, il cantiniere dell’azienda Rudinì, sedeva allo scagno, nella piazza centrale di Pachino dove i vignaioli portavano i loro tini per la valutazione e la vendita. Ottenuto il benestare di Saro, il vino lavorato negli antichi palmenti prendeva la via del mare a bordo delle navi per Genova. Qui veniva smistato tra il Piemonte e la Francia per essere utilizzato come vino da taglio. La storia di Pachino e quella dell’azienda Rudinì s’intrecciano. Nel 1972 Di Pietro acquista il palmento Rudinì, uno dei fondatori della città di Pachino, dal conte Moncada di Paternò. E un giorno dopo l’altro costruisce una cantina moderna, rilanciando il Nero d’Avola. L’azienda, aperta sempre, anche la domenica, è in contrada Camporeale. Qui il visitatore tra una chiacchierata e l’altra, assaggiando le diverse varietà di vini rossi, bianchi e rosati, conservati in botti di rovere o in vasche di acciaio inox, fa un viaggio nel tempo.

Le uve da Nero d'Avola del Feudo Rudinì

Oggi l’azienda Rudinì attinge le proprie uve da oltre 200 ettari dei più qualificati vigneti che si estendono attorno ad un piccolo triangolo compreso tra i comuni di Pachino, Noto, Rosolini e Ispica. Le particolari condizioni pedoclimatiche, il clima asciutto, i venti di scirocco ed il terreno salmastro conferiscono alle uve di questo territorio quella rotondità di struttura ricercata nei grandi vini rossi. Sotto la guida di Stefania l’azienda inizia ad espandersi.
Quarantamila le bottiglie prodotte, di cui in larga parte vendute sul mercato estero: dal Nord Europa al Canada, fino alla Florida. «All’inizio non è stato facile, ma lentamente ho iniziato a conquistare autorevolezza e competenza -racconta Stefania-. Non ho proprio un carattere docile, perchè sono molto decisa e determinata. Avevo intuito che il futuro del nostro vino e della nostra azienda era fuori l’Italia. Abbiamo avuto il coraggio di osare, di raccontare, con un linguaggio nuovo e riconoscibile, la nostra tradizione ed il nostro territorio».

Stefania e Giuseppe con il vino di punta dell'azienda Rudinì

Stefania si butta anima e corpo in questa nuova avventura, e i risultati le danno ragione. Saro, vino di punta della Rudinì, un Nero D’Avola prodotto con antichi vigneti, ha ottenuto quest’anno i tre bicchieri della prestigiosa guida del Gambero Rosso. Altro prodotto d’eccellenza è il Baroque (in riferimento al Barocco), il Moscato di Noto Doc che per il settimo anno consecutivo ha sbaragliato i concorrenti vincendo l’Oscar DoujaDor di Asti.
Stefania ne è innamorata. «Per questo vino utilizziamo solo uve sane, rigorosamente raccolte a mano - dice socchiudendo i grandi occhi da cerbiatta-. E’ un vino dolce, da dessert, e la sua caratteristica principale è quella di essere un dolce naturale, non liquoroso, non aggiungiamo nulla. Il segreto è nella lavorazione: raccogliamo in tempo le uve del moscato, e poi facciamo un appassimento in cella a temperatura controllata in modo da ottenere un gusto zuccherino».
E proprio questi sono i vini che Stefania Busà ha presentato a Milano, in occasione di “Settembre rosa”, l'evento promosso da Eataly che ha selezionato 15 aziende, tra cui la Rudinì (unica in rappresentaznza della Sicilia), del Movimento Donne del Vino. Dopo la pausa della vendemmia Stefania è pronta a riprendere il volo, stavolta per la Cina.

Stefania Busà oggi è il volto dell'azienda Rudinì


Manager, mamma, moglie ed anche “casalinga”, come tiene a sottolineare, è un tornado di energia e passione. La sua giornata tipo inizia alle cinque e quarantacinque, e segue un preciso ordine di marcia, in puro stile continentale. Tra il lavoro in azienda, gli appuntamenti e le incombenze della famiglia, Stefania trova anche il tempo per frequentare un corso di inglese avanzato e fare una corsa sul tapin roulant. Poi, due volte al mese, si dedica anche al volontariato nella mensa per i poveri, e la domenica non manca mai all’appuntamento con la messa, dove canta nel coro. «Per me la fede è un cammino da seguire -dice con pudore -. Mi dà speranza».

Stefania è una donna fiera, quasi una la “guerriera”. «Ho bruciato di corsa le tappe più importanti della vita, tanto da non aver avuto il tempo di guardarmi indietro. Mi proietto verso nuovi traguardi». E di traguardi da raggiungere se ne è prefissata tanti. Al prossimo Vinitaly presenterà tre nuovi frizzanti da aperitivo “milanese”, ma guarda già oltre: «Voglio che il nostro prodotto si espanda nel mercato orientale aumentando la produzione, tenendo però sempre alta quella qualità che ci contraddistingue. Quando presento la nostra azienda racconto la fatica del nostro lavoro e la bellezza di un territorio ancora poco conosciuto. Per questo motivo già da qualche anno nelle etichette dei nostri vini riportiamo alcune peculiarità storico-culturali di questa zona, come la tonnara di Marzameni. Certo - dice con una punta di amarezza - dobbiamo impararare a fare sistema. Questo è un angolo di Sicilia ricco di risorse agroalimentari importanti come il pomodorino, l'olio, il cioccolato. Basterebbe metterci insieme, mettere da parte la competizione, e lavorare sinergicamente per far decollare questo territorio, culla di quel Nero D'Avola che è diventato l'ambasciatore della Sicilia del vino nel mondo».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 09 ottobre 2017





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