domenica 15 settembre 2019

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Momenti di parole

Sognando il Kibbutz

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Loro che erano stati i leoni degli anni settanta e ottanta, che avevano preso a morsi la vita, come potevano immaginarsi relegati in una stanza a casa di un figlio, o pensare di dover finire in un pensionato dal fetore di urina? Così Giampiero, l’uomo delle barche, propose di andare a vivere tutti insieme in campagna, lontani dalla città


di Daniela Robberto

Fu quasi per gioco che quella sera il gruppo di amici cominciò, nel parlare, a dare corpo a un’idea bislacca. Si erano ritrovati a casa di Agostino il pittore, nella prolungata e improrogabile consuetudine di riunirsi settimanalmente; ognuno aveva l’abitudine di portare qualcosa da mangiare ed alla fine tutto si traduceva in una overdose di cibo, dolci e bevande che avrebbe potuto sfamare un battaglione in guerra.
Erano tutte pietanze siciliane, e poiché i partecipanti al simposio originavano da parti diverse dell’isola, la cena assumeva un sapore ecumenico, sottacendo però un confronto che mirava al riconoscimento del proprio piatto, come il migliore. Le pietanze si affrontavano dunque come stendardi medievali, contraddistinguendo l’orgoglio dell’appartenenza ad un luogo natio.

Invero partecipava anche Giulio, l’amico milanese, che aveva tentato una volta di partecipare con il suo pallido risotto, accolto con la forzata e quasi clemente condiscendenza che il grande spirito d’integrazione dei siciliani rivolge agli stranieri. Avendo compreso senza parole l’inadeguatezza della cosa, non aveva mai più tentato, limitandosi così a portare solo un pinot dell’Oltrepò pavese, questo sempre benevolmente accettato.
Gli anelletti al forno battagliavano con il gusto del cous cous, con la pasta alla Norma o con la pasta incaciata in una gara silenziosa il cui intento era quello di stupire i palati e di annientare le forze in digestioni difficili soprattutto in persone un po' datate. Fu così che stravaccati e quasi esanimi su divani e poltrone, arrivò la proposta che avrebbe dovuto cambiare la vita di tutti.

L’idea era quella di andare a vivere tutti insieme in campagna, lontani dalla città. Nacque a Giampiero, l’uomo delle barche che vedeva in quella soluzione l’unica alternativa all’espatriare nei caldi paesi dell’America del sud . «Ma che, scherzi?» dissero tutti, «non ci devi lasciare qui soli, non puoi andartene così!». Chi finse di piangere stringendo agli occhi il tovagliolo con dentro gli ossi di oliva sputati, chi, posando il bicchiere già riempito più volte, congiunse le mani in preghiera dicendo: «non farlo, non farlo». Forse le abbondanti libagioni conferivano una eccessiva e nostalgica euforia, ma a tutti piacque l’immagine di quella comune che rinverdiva gli ideali dei tempi della giovinezza.

Era il principio socialista del kibbutz aggarbato alla siciliana, dove all’ideale di lavoro a favore della comunità si sostituiva l’ideale dell’appoggio emozionale a vantaggio degli amici, dove il vivere insieme avrebbe evitato il precipitare dei singoli nella trappola del consumismo sentimentale che esclude, per partito preso, i capelli bianchi. Piaceva l’idea di fare della compagnia del sabato un’abitudine. Avrebbe scacciato lo squallore di mangiare da soli in silenzio, senza neanche apparecchiarsi, o di buttarsi la sera vestiti sul divano e ritrovarsi così all’alba, anchilosati per la posizione, con luci accese, un televisore ululante vecchi quiz degli anni settanta e distrutti all’idea di dovere affrontare un’altra giornata.
Già succedeva di svegliarsi all’improvviso, e nel dormiveglia non comprendere se fosse notte o pomeriggio, e addirittura non capire come e dove ci si trovava: erano attimi, perché la mente con un guizzo recuperava coordinate e cognizione temporale, ma era forse l’anticipo di uno sfasamento senile che metteva in bocca il sapore del panico in una sorta di incontrollabile antipasto di demenza.

Ridevano nel raccontarsi le personali e bieche abitudini, confessandosi le iniziali manie dei vecchi nel concentrarsi ad esempio su azioni ripetitive che diventavano rituali, a volte vere e proprie stereotipie nel comportamento quotidiano di chi si piglia e si lascia da solo. Confessandosi senza scrupoli, esorcizzavano i timori per il futuro: era un sistema per non cedere alla tristezza e, l’esagerare le cose, il conferire ai racconti sfumature caricaturali di macchietta, serviva ad allontanare i cattivi pensieri. Ma ci si conosceva bene anzi benissimo e la finta allegria non ingannava nessuno; ognuno di loro sapeva i trascorsidell’altro: i disordini delle famiglie, le follie fatte per amore, le ambizioni lavorative, i conseguenti fallimenti, le rinunce, gli accomodamenti economici, le sbandate, i colpi di testa ed infine una saggezza raggiunta solo nelle apparenze. Pur negli sfregi che il tempo segnava nei loro volti e nelle devastazioni di quei corpi un giorno vigorosi e, nel ricordo esageratamente seducenti, rimaneva il riconosciuto fascino della persona, del suo intelletto, l arguzia innata nell’argomentare, l’andare oltre, il volersi veramente bene.
Nella molteplicità dei bilanci del tempo passato, alcuni sostenevano: «farei di nuovo tutto quello che ho fatto!», ed altri invece dicevano inorriditi: «non tornerei indietro neanche pagato!» ma alla fine, pur nella convinzione di quanto detto, si rassegnavano alla realtà ché, in un caso o nell’altro, nessun ritorno o non ritorno sarebbe stato comunque possibile.

Le ore passarono leggere quasi volando in quell’atmosfera di empatia solidale, o forse era l’alcol che parlava, ma ognuno, nella fiducia della confidenza, schiudeva i bagagli personali per rendere disponibile e offrire agli altri quello che si era messo da parte negli anni. Quale sceneggiatura migliore poteva essere concepita? Quale terapia migliore per l’apprensione nei confronti di un futuro ogni giorno più breve. Loro che erano stati i leoni degli anni settanta e ottanta, che avevano preso a morsi la vita, come potevano immaginarsi relegati in una stanza di una casa di un figlio con le cuffie per non infastidire col volume alto e rimanere confinati nell’esilio di pochi metri quadri, o pensare di dover finire in un pensionato dal fetore di urina misto a quello di candeggina e di pasta scotta, o ancora, nell’ attaccamento alla propria casa, essere gestito da una badante dell’est di cui probabilmente si sarebbe innamorato come fanno i vecchi con tutta la passione e la totale disponibilità del cuore e del portafoglio.
I più ardimentosi avrebbero potuto pensare di chiudere con orgoglio e coraggio, ma questo era privilegio di pochi, perché la vita seduce sempre e comunque, anche quando non offre più niente e tu dici voglio vivere ancora un giorno, ancora un’altro e poi basta; il domani infatti diventa oggi, ed ha sempre il sapore di ieri e mai ultimo limite di frontiera, estremo baluardo su cui chiudere gli occhi e buttarsi sopra il compatto e dilaniante filo spinato.
Per tutto questo, scolpito nel disincanto della mente, vollero per una sera sognare.

Immaginarono un vecchio casale con un patio interno in un antico borgo siciliano. Antonio suggerì un vecchio edificio rurale che aveva visto diroccato e in vendita nella zona di Porto Empedocle, vicino la Strada degli Scrittori siciliani. Daniela saltò su dicendo: «si, si è li che voglio vivere!»: avrebbe percorso ogni giorno i suoi 6000 passi a cui associava 6000 pensieri che diventavano spunto di racconti, di storie prese in prestito agli altri in cui si calava, occultata burattinaia ad animare con le sue emozioni i personaggi del suo teatro immaginario, dove soffiava come un dio creatore il suo pneuma nella bocca di quelle identità virtuali. Avrebbe abitato lì, poggiando i piedi e calcando le sue, sulle orme di quei grandi scrittori che amava; avrebbe respirato l’aria di quegli stessi luoghi nel sogno ardito ed ambito, in un improbabile dulcis in fundo che non si aspettava più.
Agostino disse che anche lui, finalmente affrancato dal lavoro, sarebbe stato libero di dipingere per ore, immerso nella natura a cui avrebbe rubato i colori, le forme e li avrebbe fermati sulle tele in una nuova luce filtrata dall’ovvio, dal buio del definito, dalla polvere dei soliti schemi. Facciamolo!

Qualcuno cercò e trovò su Internet: il vecchio rudere era stata una casa colonica i cui proprietari erano agrigentini dal blasone andato in pezzi che avevano dato a mezzadria dimora e fondo, e che poi, oppressi dai debiti di gioco, dovettero cedere decretando così anche la rovina dei mezzadri. Lasciata in abbandono pe rmoltissimi anni, la struttura era stata rilevata da una società immobiliare che adesso la metteva in vendita. Si attaccò dunque una progettazione verbale cercando i vantaggi dell’acquisto del vecchio casale, rispetto ad un immobile nuovo. Alcuni amici si rivestirono dei panni diurni di architetti e presero la parola sottolineando le possibili problematicità da affrontare.
Occorreva stimare il valore dell’immobile e la congruità della cifra richiesta, l’esistenza di vincoli e le lungaggini per richiedere ed ottenere le varie autorizzazioni. Sottolinearono come tutto dipendesse dal taglio che si voleva dare alla ristrutturazione se ci sarebbero dovuti essere interventi di demolizione e ricostruzione o semplicemente il consolidamento, con piccole modifiche di alcune parti dell’immobile già esistente. Ognuno allora propose le personali richieste, a detta loro, irrinunciabili: la cascina avrebbe dovuto avere necessariamente una sala comune di lettura o per ascoltare musica. Poi le cucine ed un piccolo laboratorio artistico. Inoltre le camere dovevano essere individuali con bagno per il rispetto della privacy perché si ha sempre necessità di voler star soli.

«Certo» convenne Renata, che anche quando era a riposo non smetteva i panni di contabile amministrativa «dobbiamo tenere conto di altre cose: innanzitutto fare una analisi degli operating cost e del cash flow necessario, si deve sviluppare il budget» «E di che cosa?» chiesero gli altri in coro «in sintesi - rispose Renata - si deve sviluppare il budget relativo a quanto occorre tenere in cassa per i costi di gestione come la manutenzione ordinaria, la preparazione dei pasti, e tutto ciò che è legato al governo della struttura, del vitto e della pulizia».
«Scusate, ma tutto questo quanto verrà a costare?» La frase di Maria Giovanna calò come una scure: tutti si volsero verso lei che continuò «no, perché io volevo sapere quanto dovremmo mettere l’uno, e poi se posso permettermi, più che un Kibbutz mi pare un ospizio per vecchi». Era vero! L’amara constatazione fece venire i brividi: avevano volato troppo, avevano concepito nelle loro menti una realtà che da fantastica diventava mostruosa, qualcosa di assolutamente irrealizzabile come costi, come fonte di problemi logistici e gestionali che in fondo era quello che volevano allontanare nella loro ultima parte di vita.

Cambiò l’ottica della cosa, e il velo squarciato mostrò il disincanto: erano solo un pugno di amici in là con l’età che, se tutto andava bene, sarebbero diventati sempre più anziani ed era una follia pensare di allontanarsi da un centro abitato, dai figli, dai nipoti, da un ospedale vicino.
Forse erano stati affascinati dalla fantasia di una vita nuova, di una felicità irrealizzabile, da un sogno che piano piano, a forza di aggiustamenti, avevano trasformato in incubo. Questo era accaduto perché ancora una volta avevano affrontato la vicenda con la mente dei giovani che fanno della progettualità lo strumento per una vita in divenire.

Fu un lampo accecante e come al solito, il pensiero viaggiò virale tra tutti. Non era un accontentarsi di quello che erano, ma l’illuminante consapevolezzadi dover rimuovere i vecchi codici di lettura degli eventi che avevano utilizzato nel passato. Dovevano ancora una volta imparare; dovevano partire dal proprio presente e accettare, apprezzare, quello che attimo per attimo dava pace, serenità, il piacere delle piccole cose, dove la trasmissione dei sentimenti si realizza nell’incontro tra anima ed anima. Si volevano bene, si stimavano e questo dava il giusto gusto delle cose: esistevano e sapevano di esistere e di potere contare reciprocamente l’uno sull’altro, e non c’era bisogno di altro, né di case né di stanze in comune né di antichi borghi dove andare a fare i figli dei fiori, loro, che non erano più neanche figli, essendo per lo più tutti orfani.

Chiusero il Kibbutz e buttarono via la chiave. Qualcuno propose un ultimo giro di profitterol ma fu tacciato di crimini contro l’umanità. Cominciarono a riordinare, come solevano fare sempre. Era tardi ed il sonno prevaleva azzerando tutto, allineando la loro età a quella dell’infanzia, dove il voler riposare si imponeva primario su tutto. I toni divennero misurati e i discorsi si incunearono nei soliti binari dove il treno della razionalità non era abitudine ma necessità. Tutti compresero che era stata la suggestione di un momento che aveva fatto alterare il senso della realtà, e ritornarono a sorridere perché Daniela attribuì la colpa al pinot straniero e tutti diedero contro al povero Giulio che non capiva se questi terroni scherzassero o dicessero vero. Erano le due di mattina ed Agostino disse a voce bassa: «ragazzi aprite le finestre perché c’è troppo fumo, e parlate piano perché i vicini sicuramente a quest’ora dormono».

Renata spalancò le grandi imposte del balcone svelando le strade di una città bellissima, deserta e illuminata a giorno; l’aria fresca della primavera invase prepotente il salone disordinato dal bivacco.
Dalla siepe di pitosforo antistante la portineria salì il penetrante profumo dei fiori sbocciati timidi nell’umidità del buio, portando con sé anche il suono di una sirena spiegata di una autombulanza che correva verso un pronto soccorso e che, probabilmente, trasportava un vecchio che si era sentito male nella notte.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 30 giugno 2017




Daniela Robberto

Questi sono i miei racconti. Nata a Messina nel lontano 1955, figlia femmina e, a detta dei miei (e quindi è sicuro) non troppo desiderata, di una coppia disastrosamente poco affine per luogo di nascita, carattere, studi, obiettivi nella vita, ambizioni... mia madre e mio padre. E devo forse a tali diversissime fonti genetiche la mia curiosità ed una personalità fortemente complessa ed agitata, che mi spinge a scrivere su ciò che più mi colpisce, che più mi intriga. Ho fatto per anni un lavoro facendomelo piacere, anche se non era il mio ma, alla fine sono abbastanza contenta di come mi è andata, e soprattutto della mia formazione perché quando devo descrivermi, come in questo caso, o quando penso a me stessa, alla mente mi sovviene subito il mio nome, poi che dovrei dimagrire e poi che sono biologa. Sono su facebook.


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