Sammataro e la Sicilia della genti dispirata che perde le sue radici

Recensioni In Alla fine del tempo dell'ulivo, andato in scena al Piccolo di Catania in apertura di stagione, il regista ibleo Rosario Minardi ha ripreso il testo che il compianto Piero Sammataro ha lasciato come sua ultima eredità. Da Il giardino dei ciliegi di Čechov alla Sicilia post-Grande Guerra il passo può essere breve. Nel segno delle grandi rivoluzioni epocali

Consensi unanimi di pubblico e critica intorno Alla fine del tempo dell’ulivo, messo in scena, nei giorni scorsi, in apertura della stagione del Piccolo Teatro di Catania dall’Associazione Città teatro di Orazio Torrisi con la collaborazione di Gianni Salvo. Le tre repliche hanno finalmente messo in scena il progetto originale del compianto attore e regista Piero Sammataro, colto da malore proprio mentre di quel testo, da lui scritto qualche tempo prima, ne curava la regia. Il lavoro è stato affidato, per l’ideale prosecuzione, alla sapiente, misurata ed efficace messa in scena del regista chiaramontano Rosario Minardi, che di Sammataro fu allievo e collaboratore.

Il testo, che richiama tanti dialetti della Sicilia, nei contenuti e nei toni rimanda inevitabilmente a un testo sacro della drammaturgia novecentesca quel Il Giardino dei Ciliegi di Anton Čechov, di cui lo stesso Sammataro fu uno degli interpreti, nel lontano 1974, per la regia di Strehler, si colloca nell’immediato primo dopoguerra e nel rovente clima di contraddizioni e cambiamenti economico-sociali che videro la vecchia nobiltà siciliana parassita ed indolente, ben rappresentata da Maria Grazia Cavallaro nelle vesti della Signora Spera e Saro Pizzuto nel ruolo di Federico, suo fratello, avviarsi ad un lento, quanto inesorabile declino (“Pari ca a succerriri, e nun succeri mai nenti” commenta il domestico Cosimo), a favore di quelle nuove classi borghesi, affariste e avide di guadagni, di cui Giuseppe Balsamo, alias l’intraprendente Gregorio (“Iu aiu a fari sempri occa ccosa, nn ci fazzu a stari fermu”), fornisce per piglio interpretativo, un ritratto esemplare.

Il cast al completo con il regista Rosario Minardi, foto Orietta Scardino

La cornice poetica che avvolge la struttura narrativa, ricca di richiami colti alla più raffinata letteratura siciliana, e che spazia dall’atavico pessimismo verghiano alla crisi di identità pirandelliana di una classe sociale che non si riconosce più, “C’è chi va e chi resta” commenta Federico quasi a fine spettacolo. “E io comu mi chiamu?”, ben sottolineata dal canto struggente di Carmelita Celi “A colonia di la genti dispirata” (scritta dallo stesso Sammataro) e dalle suggestive musiche di Giovanni Ferrauto, nobilita un testo quanto mai ricco e articolato in cui è facile intravvedere, soprattutto nella scena d’apertura richiami autobiografici dell’autore a un’infanzia e un tempo passato che purtroppo non ritornano più.

Piero Sammataro

Emotivamente avvolgenti e tra gli aspetti migliori dello spettacolo, i momenti corali, soprattutto nella scena iniziale, costruita attorno a un arredo minimalista e rappresentata da un tronco d’ulivo secolare “Gli ulivi non si devono tagliare” neanche quando la casa padronale e la campagna verranno messe all’asta per recuperare i debiti contratti a seguito di una cattiva e poco oculata gestione delle terre (“C’avissumu datu a terra ‘e contadini astura era meddiu!” commenta Federico) e a blocchi di cemento rigorosamente bianchi, quasi a sottolineare quella ricerca della purezza e della “verità”, anelata più volte dai personaggi, per troppo tempo calpestata da anni di conflitti bellici, menzogne e ingiustizie sociali, “La verità almenu nà vota, la guerra, ci livau a cumparsa”, sottolinea uno dei personaggi, in cui è anche interessante notare quest’eco pirandelliano della verità come apparire.

“Sopra l’amore, la verità e verso un avvenire migliore” sottolinea Vanni, il giovane studente scapigliato, interpretato da Daniele Sapio, alla giovane innamorata Ania (Silvia Corsaro Boccadifuoco). Ed è verso questa speranza di un avvenire migliore a Parigi, ora che la casa e l’uliveto sono irrimediabilmente perduti, che si avviano Spera (il cui nome a questo punto diventa estremamente emblematico), Viola (la figlia adottiva, encomiabilmente interpretata con i suoi ammiccamenti e sorrisini ironici, dalla giovane attrice Carmela Silvia Sanfilippo), Sasà e Federico, mentre il fortunato Gregorio, acquirente dell’uliveto, da figlio di contadini qual era, si trasforma in eccitato neo-padrone.

“Facitini li cunti” intona il viandante-banditore in un momento molto intenso dello spettacolo, ma i conti nella Sicilia post-bellica, lacerata dai tanti morti e dalle trasformazioni sociali in atto, non possono tornare e come richiama all’attenzione il fedele domestico Cosimo, magistralmente interpretato dall’incommensurabile Aldo Toscano che ne fa un personaggio di una bellezza assoluta, struggente e malinconico: “Era megghiu prima, contadini e patruni. Ora tutti ammiscati nun si capisci nenti”. Non è casuale che proprio a questo personaggio chiave dell’opera, Sammataro affidi la chiusura, con l’approssimarsi della morte, sotto un cielo stellato e sereno, via i trambusti, via le feste, via le ansie, regna “… pace e silenzio, e ora è un Paradiso”.

Gli interpreti di Alla fine del tempo dell’ulivo sono: Maria Grazia Cavallaro (Spera), Saro Pizzuto (Federico), Giuseppe Balsamo (Gregorio), Silvia Corsaro Boccadifuoco (Ania), Carmela Silvia Sanfilippo (Viola), Amelia Martelli (Severina), Gabriele Arena (Sasà), Enrico Manna (Nato), Nanni Battista (Biffarella), Daniele Sapio (Vanni), Aldo Toscano (Cosimo), Giovanni Calabretta (Viandante). I Costumi di Rosy Bellomia le luci e la fonica di Simone Raimondo, le immagini digitali e le proiezioni a cura di Farolight.

Commenti

Post: 0

SicilyMag è un web magazine che nel suo sottotestata “tutto quanto fa Sicilia” racchiude la sua mission: racconta quell’Isola che nella sua capacità di “fare”, realizzare qualcosa, ha il suo biglietto da visita. SicilyMag ha nell’approfondimento un suo punto di forza, fonde la velocità del quotidiano e la voglia di conoscenza del magazine che, seppur in versione digitale, vuole farsi leggere e non solo consultare.

Per fare questo, per permettere un giornalismo indipendente, un’informazione di qualità che vada oltre l’informazione usa e getta, è necessario un lavoro difficile e il contributo di tanti professionisti. E il lavoro in quanto tale non è mai gratis. Quindi se ci leggi, se ti piace SicilyMag, diventa un sostenitore abbonandoti o effettuando una donazione con il pulsante qui di seguito. SicilyMag, tutto quanto fa la Sicilia… migliore.