martedì 23 luglio 2019

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Salvatore Accolla: «Dopo 15 anni di manicomio la mia vita in un film»

Arte

Alla vita dell'outsider siracusano, una "istituzione nella città aretusea dove lo si può facilmente incontrare alle porte di Ortigia, è dedicato il film documentario "Accolla (e il cavallino rosso a Siracusa)" del regista varesino Paolo Boriani che ha voluto riassumere i 72 anni della travagliata vita dell'artista seguendolo in una sua "giornata tipo" tra smalti colorati e pennelli


di Emilia Rossitto

Di Salvatore Accolla colpiscono immediatamente lo sguardo, la spudorata franchezza, l'umiltà e l'infinita bontà d'animo. Poi osservando le sue opere ci si riempie gli occhi di "casa": se si vive a Siracusa la si può cogliere nei riferimenti di qualche pennellata, nei colori sgargianti in cui si intravedono non solo le barche, ma frammenti di vita e una storia da raccontare. Forse sono state proprio queste alcune delle caratteristiche che hanno spinto il regista varesino, Paolo Boriani, a girare un film documentario per raccontare 72 anni di vita e una giornata tipo dell'artista siracusano: una giornata che inizia alle 3,30 del mattino e si conclude nel primo pomeriggio. La pellicola è stata presentata venerdì 30 novembre ai Frigoriferi Milanesi, a Milano, dove "Accolla e il cavallino rosso a Siracusa", prodotto da Pb e K-Rock Film Studio, ha saputo cogliere e condensare tutte le sfumature della vita dell'artista, fatta anche di delusioni, delle infinite giornate trascorse in manicomio scandita dal legame conflittuale con la madre, ma ugualmente piena di colori e di arte.

Salvatore Accolla nella sua casa

«Ho provato a trasformare un film-documentario in un film di fantascienza – scrive Boriani nelle note di regia -. Si tratta di una giornata sulla Terra di Salvatore Accolla, un astronauta che vive totalmente nel passato e totalmente nel futuro. Il film non è ambientato a Siracusa. Il film è ambientato sul pianeta Terra: le parti che considero più importati sono state filmate sott'acqua e tra i crateri vulcanici. Per me Salvatore Accolla è un astronauta. Non ritornerà più sulla Terra». Un incontro che sembra essere avvenuto quasi per puro caso, quello tra il regista e Accolla. «Un giorno di circa 5 o 6 anni fa il pittore Andrea Chisesi mi ha presentato il regista Paolo Boriani, - racconta Salvatore - abbiamo fatto amicizia, è venuto a casa mia e gli ho regalato dei quadri. In quell'occasione mi disse che avremmo fatto un film, ma pensavo che fosse uno scherzo. Poi il tempo è passato, ma l'anno scorso quello che io credevo uno scherzo è diventato realtà e mi sono ritrovato ad impersonare me stesso».

Salvatore a Siracusa è un istituzione, sono in molti che sanno apprezzare e riconoscere la sua pennellata decisa che ha coltivato da autodidatta senza contare su un definito punto di riferimento. È difficile non averlo incrociato almeno una volta proprio in corso Matteotti, alle porte di Ortigia, dove ogni mattina ama esporre i suoi quadri accompagnato dal suo fidato amico a quattro zampe.
«Alcune volte ho realizzato cose strane dove c'è gente che urla, sentivo la necessità di cambiare. La passione per l'arte è nata mentre vivevo e lavoravo in un bar in Germania – confida l'artista-, a quei tempi avevo diciott'anni. Sono tornato deluso perchè avevo lasciato quella bella città ed una donna della quale ero innamorato che però mi ricambiava e non mi ricambiava. Sono tornato a Siracusa molto triste e scoraggiato, mia madre credeva che io fossi esaurito o malato. Un dottore mi disse che avrei dovuto fare una cura di rinforzo in manicomio per poi uscire poco dopo. Ben presto scoprii che per uscire da quella struttura era necessaria la firma di un medico o di un familiare, e così rimasi là. Non uscii guarito. Da quel momento ogni qual volta aprivo bocca venivo rispedito in manicomio. Ho fatto questa vita per quindici anni. All'interno del manicomio un dottore realizzò una sala di pittura. Quando gli chiesi se potevo dipingere si mostrò subito disponibile, pensò che si trattasse di una buona terapia. Anche ai malati piaceva dipingere con fogli di carta e colori, ma non eravamo amici. Era difficile instaurare rapporti di amicizia in manicomio, ogni tanto c'era un infermiere un po' più gentile. Quello stesso dottore, che io non dimenticherò mai, mi fece uscire definitivamente dicendomi che non avevo nessuna malattia».

Salvatore Accolla espone in corso Matteotti, alle porte di Ortigia

Da quel momento per Salvatore si sono susseguite giornate e notti vissute per la strada, dormendo a volte sugli autobus e lavorando al porto quando c'era la possibilità. Il lavoro ed il matrimonio non hanno mai fatto per lui, «non volevo impegni che mi vincolassero, non mi piacciono le catene». Salvatore, d'altronde, sa accontentarsi della semplicità. «Mi basta poter mangiare, dormire e fumare di tanto in tanto una sigaretta. Mi piace la vita libera». Non a caso Salvatore vive senza ventilatore o elettrodomestici superflui, e sta bene così. E se la voglia di dipingere è nata e cresciuta negli anni più difficili, la realizzazione del film è stata, invece, una nuova avventura.
«Il regista è arrivato in città un anno fa, un lungo lasso di tempo dopo il nostro primo incontro, e così sono iniziate le riprese – prosegue il pittore -. Boriani mi ha raccontato di aver girato alcuni spezzoni del film anche al manicomio, al Santuario della Madonna delle Lacrime. Mi ha ripreso mentre vado al cimitero e lascio i fiori sulla tomba di mia madre, mentre dipingo e quando suono la chitarra ma anche nel momento in cui rado la barba; ha ripreso la mia vita. Abbiamo visto anche l'alba alle 5,30 del mattino, siamo stati ad osservare questa palla infuocata che si alza dal mare lentamente. È stato bellissimo. Ed è la mia storia».

L'artista Salvatore Accolla con il suo amico a quattro zampe - ph Roberto Zampino

Ed è fatta di arte in tutte le sue forme la storia di Salvatore, e così la sua quotidianità. Arte che per il pittore ha il sapore a tutti gli effetti di libertà, svincolata dai rigidi schemi delle scrivanie e del mondo accademico. La sua storia è fatta di pannelli di compensato marino dipinti da smalti, a volte cupi ma altre volte pieni di colori accesi, ma anche di pezzi di carta, quelli che tiene sempre in tasca a portata d'ispirazione, che riempie non di parole ricercate e difficili da comprendere, ma di sentimenti puri. E poi c'è la chitarra, che una bella canzone la concede sempre, che sia notte fonda o pieno giorno.

Salvatore Accolla con la chitarra, in un frame del film di Paolo Boriani

«Amo anche scrivere delle poesie - racconta ancora Salvatore -, sono stati pubblicati tre libri: due in siciliano ed uno in italiano. Sono poesie bellissime dedicate a due ragazze: una l'ho conosciuta di notte, lei cercava una tabaccheria aperta e poi non so com'è successo ma siamo andati a casa mia e le ho regalato dei disegni. Lei è di Assisi. In un'altra occasione ho conosciuto una ragazza russa alla quale ho regalato un cavallino rosso che tempo dopo mi ha detto di portare sempre con sé. Queste due figure femminili mi hanno ispirato circa 180 poesie ciascuna».

Uno dei cavallini rossi di Salvatore Accolla

Ma ad essere decisivo è stato anche l'incontro con Benedetto Speranza, che in Salvatore rivede in parte l'estro della propria madre, anche lei artista piena di sentimenti e conflitti, che ha deciso di aiutarlo ad uscire dalla penombra per godere invece della luce e dei riconoscimenti che, secondo il linker art, l'artista merita. Benedetto adesso gestisce Artigia, un piccolo atelier che si trova in via Resalibera nel centro storico di Siracusa e a pochi passi dalla casa di Salvatore: una stanza semplice e densa di cuore, entrata da protagonista nel film di Boriani. La galleria ospita opere di medie e grandi dimensioni ma anche t-shirt dipinte da Accolla. «Quand'ero piccolo vedevo Salvatore realizzare delle opere bellissime – spiega Benedetto - e mi stupivo del fatto che i suoi quadri venissero esposti nelle scale dei palazzi e fuori dalle porte delle abitazioni. Per me questo rappresentava quasi un sacrilegio. Fu in quel momento che chiesi a Salvatore di realizzare delle magliette. Poco dopo comprai una delle sue collezioni realizzata su cartoncini, e stampammo anche un catalogo».

Una mostra dedicata alle opere di Salvatore Accolla

Sono state sinergie diverse che hanno permesso di racchiudere la storia di Salvatore negli istanti catturati da "Accolla e il cavallino rosso a Siracusa", dove il cavallino simboleggia proprio la prima opera che l'artista aveva imparato prima a disegnare e poi a dipingere, diventando, con le sue linee sinuose, un marchio distintivo. «A distanza di tempo Daniela Rosi, presidente del Lao di Verona, l'associazione dedicata agli artisti outsider – conclude Benedetto - ha voluto incontrare e conoscere Accolla dopo aver letto l'articolo di una giornalista siracusana, Veronica Tomassini. Ci siamo riuniti tutti insieme un anno fa, compreso il regista, e ci è quasi sembrato che quel punto di svolta fosse scritto nel destino». Non sarà stato semplice concentrare tutte le esperienze di Salvatore in pochi minuti. La sua storia, un'altalena di alti e di bassi, di viaggi in autostop che l'hanno condotto fino nei più famosi musei d'Europa, e poi la sua personalità così particolare.

Una delle opere di Salvatore Accolla

«Quando scrivo le poesie – dice Salvatore – non uso parole come “gioia”, “amore mio” o “ti amo”, sono poesie un po' scherzose che fanno venire da ridere. La maggior parte le ho scritte parlando del manicomio, e settanta circa sono dedicate al cane che viveva con me ed è morto qualche anno fa. Ho iniziato a scrivere una mattina, intorno alle 5, me lo suggerii un ragazzo che incontrai circa venti o trent'anni fa. La prima volta scrivere mi sembrava difficile, poi, invece, è diventato sempre più naturale e ogni giorno scrivo almeno quattro poesie. A casa avrò sessanta o settanta agende piene di poesie».
Si, di Salvatore Accolla colpiscono lo sguardo, la spudorata schiettezza, l'umiltà e la bontà d'animo. Ma soprattutto quegli infiniti mondi interiori che sente l'esigenza di dover raccontare, e che impongono all'ascoltatore di fermare tutto per concedersi anche solo un attimo sul suo personalissimo pianeta Terra.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 07 gennaio 2019
Aggiornato il 18 febbraio 2019 alle 22:40





Emilia Rossitto

Aspirante filosofa, si interroga da sempre sul senso della vita. Nonostante gli studi alla facoltà di Filosofia, non trovando una risposta, ha scelto di dedicarsi alla sua grande passione per la scrittura e il giornalismo. Milanese solo sulla carta d'identità è siracusana "ca scoccia". Collabora con il "Giornale di Sicilia" dal 2015, vorrebbe portare alla luce le storie di cultura e sociali che aspettano ancora di essere raccontate.. o almeno ci prova!


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