La teste di stucco del Serpotta a “Il Tesoro d’Italia” di Expo

Arte Vittorio Sgarbi, per la mostra "Il Tesoro d'Italia" organizzata nel padiglione di Eataly di Expo, ha scelto di rappresentare Palermo anche con le due opere del 1728, oggi custodite al Museo Diocesano

Il Museo Diocesano di Palermo ha inviato a Milano due opere di Giacomo Serpotta (1656-1732) selezionate da Vittorio Sgarbi per la mostra “Il Tesoro d’Italia” organizzata all’interno dell’Expo nel padiglione di Eataly dal 15 maggio al 31 ottobre 2015.

La Fede, Giacomo Serpotta 1728

La Fede, Giacomo Serpotta 1728

La mostra, voluta dal Oscar Farinetti e curata da Sgarbi, intende ripercorrere la penisola tramite un parallelo tra la sua biodiversità regionale e la varietà delle opere d’arte prodotto dai principali artisti nelle regioni stesse, dall’arte antica all’età contemporanea. Tra i capolavori di Tiziano, Lorenzo Lotto, Donatello, Mantegna e Perugino, Sgarbi ha scelto di rappresentare Palermo anche con le teste in stucco della Fede e della Clemenza modellate da Giacomo Serpotta nel 1728.

La Clemenza, Giacomo Serpotta 1728

La Clemenza, Giacomo Serpotta 1728

Come scrive Pierfrancesco Palazzotto, vicedirettore del Museo Diocesano di Palermo, le due teste sono i frammenti di altrettante allegorie che furono realizzate da Serpotta per un gruppo di quattro, comprendente la Giustizia e la Penitenza per adornare il presbiterio della chiesa di San Matteo dell’arciconfraternita dei Miseremini di Palermo.
In seguito al riammodernamento neoclassico di quella zona della chiesa, nel 1791, la Fede e la Clemenza furono portate nell’adiacente oratorio privato dell’arciconfraternita dove, purtroppo, furono oggetto dei devastanti bombardamenti del 1943 da cui si salvarono solo i due frammenti. Da qui in poi la storia diventa anche cronaca perché, ricostruisce Palazzotto, durante le riprese palermitane del Gattopardo (tra la fine del 1961 e il 1962), il regista e raffinato collezionista Luchino Visconti, acquistò alcune opere d’arte siciliane, tra cui non potevano mancare gli stucchi di Serpotta che espose nella sua casa romana. Tra questi il frammento della Fede. L’altra testa, invece, si trovava presso un antiquario napoletano. Entrambe furono rintracciate e pubblicate nel 1966 dallo studioso Giovanni Carandente nella sua monografia su Serpotta e, riconosciute come oggetto di furto dal direttore del Museo Diocesano di Palermo, mons. Paolo Collura, destarono un grande scandalo che andò sui giornali dell’epoca. L’ignaro regista restituì l’opera e fu del tutto scagionato, così le due teste ritornarono a Palermo ed entrarono nelle collezioni del Museo Diocesano, dove sono esposte nella sala XIII dopo il restauro di Serena Bavastrelli del 1999.

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