sabato 24 agosto 2019

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La Siracusa tra fantascienza e storia di Paolo Boriani: «È più importante ciò che non filmo»

Visioni

Il regista lombardo, dopo l'inaccessibile Saviano a New York di "Faccia gialla", nel docu-film "Accolla (e il cavallino rosso a Siracusa)" parte dalla luce acceccante della città aretusea e, citando Kubrick, narra la vicenda umana del pittore outsider: «Ho tolto tutto il folcloristico della città. Salvatore vive in una sua Siracusa vissuta nelle ore più solitarie, proprio per non vederla»


di Daniela Sessa

La più stramba battuta del film Accolla (e il cavallino rosso a Siracusa) di Paolo Boriani la dice il pittore Salvatore Accolla, quando si paragona a Einstein, somari entrambi a scuola ma il fisico “ha inventato la bomba atomica ed è diventato un genio”, anche se “era meglio per il bene dell’umanità se avesse inventato un’altra cosa”. Nel dettaglio distopico si coglie l’essenza del prezioso film di Paolo Boriani: il racconto testimonianza di un uomo alla periferia della vita e della mente, di un pittore dallo stile candido e primitivista, della strada in cui espone la sua arte, della casa arredata come il dipinto della famosa cameretta di Van Gogh, del mare e della luce e dell’architettura di Siracusa.

Il film in sessanta minuti raccoglie una vita e la traduce in immagini di rara perfezione e suggestione. Paolo Boriani è un regista raffinato e profondo, la sua cinepresa è uno strumento duttile e leggero: insegue la realtà e la ingabbia in inquadrature che sono poesia. L’ho incontrato a Siracusa, alla proiezione del film nel cinema “Aurora” di Belvedere, il cinema di Nino Motta. Di Paolo Boriani colpisce la voce pacata, l’aspetto trasandato e la luce appassionata degli occhi, il luogo fisico e immaginifico dei suoi film: “film da vedere con gli occhi” nel caso di Paolo Boriani è verità e metafora assieme.

Paolo Boriani

Alla fine del film - mentre la voce pastosa di Paolo Marrone (il cantante dei Favonio) canta sulle note di Giuliano Dottori che ha magnificamente adattato per la colonna sonora “Nessuno al mondo” di Peppino Di Capri - resta l’effetto straniante di aver conosciuto un personaggio e la sua storia ingenua e dolorosa. La perfetta materia di un revival neorealista (Accolla, mentre racconta il ritorno dalla Germania, sembra il verghiano ‘Ntoni) qui diventa lirica fotografica, viaggio in uno spazio-tempo alieno al presente, incantamento sonoro (interessante è il sound design di Pepe Donato).

Non è un caso che lo stesso Boriani abbia curato la fotografia (cita Henri Cartier-Bresson e Robert Mapplethorpe) e il montaggio insieme a Francesca Abbadessa, mentre Giuliano Caprara ha scelto filtri che sono di per sé narrazione. Accolla (e il cavallino rosso a Siracusa) è l’ultimo lavoro del regista varesino: film non ordinari, di spiccato simbolismo, giocati sulla ricerca dell’inquadratura e del dettaglio impressionista risolto in suggestione onirica e sulla centralità del personaggio. “Girare un film è tuffarsi in un oceano. Nuoti. Non sai neanche se arriverai. Ma sai certamente che c’è un punto dove puoi arrivare. Chiudere un film significa nuotare un anno, per arrivare a quel punto, al tuo film finito. Quando il film non è più tuo, ma di chi lo guarda. Allora sei salvo. Non nuoti più. Per un po’.

Paolo Boriani ha una sua identità da regista. Sperimentale mi sembra un’etichetta abusata…
«
La mia maniera di filmare è radicale da un punto di vista concettuale e visuale. Per filmare ho condiviso per sessanta giorni una camera con un pittore, che è stato in manicomio e che si sveglia alle 3.30 del mattino e va a letto dodici ore dopo. È una performance fisica, oltre che mentale. Filmo anche per dieci giorni l’alba pur di avere la luce perfetta. Un film deve essere un oggetto aperto per me e spazio per lo spettatore: per entrare e vedere, per vedere di vedere e, addirittura, per non vedere. È più importante ciò che non filmo rispetto a ciò che filmo. Quando guardi un mio film ti accorgi che c’è anche un qualcosa che non vedi, che è fuori campo. In Accolla (e il cavallino rosso a Siracusa) si vedono solo due quadri: chiunque avrebbe intasato il film di pittura e di quadri».

Lei è attento a definire i suoi film, film documentari. Perché? Cosa hanno in più della dimensione documentaristica e cosa in meno?
«
Come dice Wim Wenders, i film sono i documentari del futuro. Io sono lontanissimo dalla definizione documentario e di più da quella di documentarista. I miei film non sono film oggettivi, sono film soggettivi, con il mio punto di vista, e più il punto di vista è “altro”, e diverso, più il film ha una chance di essere film. Mi interessa che ci sia un desiderio nel e del film ad andare verso altro, verso altrove. Sennò sarebbe un documentario, un extra dvd senza extra, un reportage».

Paolo Boriani è laureato in storia e critica del cinema, con una tesi sul tempo visibile nel cinema contemporaneo. Ha scritto e diretto otto film in otto anni. Ha girato i video del Museo del Design per la Triennale di Milano e per “Kolima”, la galleria d’arte di Milano di Nicolai Lilin (lo scrittore di “Educazione siberiana”). Dal 2011 collabora con artisti di arte contemporanea a Milano grazie alla società “Antler”. Il primo film, per Rai Cinema, è Pitts, su un pilota di aereo acrobatico e i cortometraggi Untitled e negli Stati Uniti 103, Black Dog e Lighting Field Still Lighting. Del 2013, per Sky Arte, sono ‘A Sciaveca con l’attore e drammaturgo Mimmo Borrelli, quasi trasformato in un personaggio di Ciprì e Maresco, e Saga sull’opera equestre di Giovanni Lindo Ferretti. L’anno dopo gira No Pass ambientato in Brasile, che racconta il Mondiale di calcio senza il Mondiale, o il lato “b” del Mondiale.

Boriani con Salvatore Accolla ai Frigoriferi Milanesi di Milano, foto di Leo Lo Iacono

Per un compleanno si è regalato #35, un film a immagini, celebrando il legame tra inquadratura, fotografia e immagine. Che film è?
«
#35 è un film esperimento sulla memoria e sui meccanismi della memoria della durata di 365 giorni, e dimostra che dove c’è un’immagine, c’è memoria. Racconta il mio trentacinquesimo anno. Tutti i giorni ho girato un'unica inquadratura della durata massima di trentacinque secondi. #35 dice che un'immagine è una volta e che una volta è per sempre. Da un'immagine non si ritorna indietro: quando è registrata ed entra nel film, non ne esce. E anche nella vita da un'immagine non si ritorna indietro».

L’incontro con Roberto Saviano?
«
Roberto Saviano ha visto il mio film ‘A Sciaveca e mi ha proposto di girare il film sul suo spettacolo teatrale Sanghenapule – Vita Straordinaria di San Gennaro. Così nasce Faccia Gialla, il primo film con e su Roberto Saviano, prodotto in collaborazione con Rai Cinema. E’ stata l’occasione perfetta, considerata la vita fuori campo di Saviano, per girare un film su cosa resta fuori dall’inquadratura. E così è stato. Il mio Saviano a New York è esclusivo e inaccessibile».

Pensa di fare un cinema scomodo?
«
Anche il cinema scomodo può essere un brand. Da un punto di vista pratico, è scomodo girare sessanta giorni con Salvatore Accolla, invertendo il giorno con la notte. È scomodo impiegare anche tre giorni per filmare una mela. È scomodo costruire un’immagine vera, perché deve lottare per essere un’immagine. Da un punto di vista teorico, il mio cinema è scomodo se si scontra con il documentario “doc”, con il backstage, o se si scontra con film che non sono film, ma réclame di film, divertissement. Il film si costruisce con le immagini, non a parole. Nel film su Accolla il lavoro con l’immagine è stato ossessivo. Volevo costruire, con la durezza della mia maniera di filmare, un oggetto film che come una scultura non si sbriciola anno dopo anno».

Molto belle sono le inquadrature rovesciate dell’orizzonte marino al tramonto, mentre il pittore racconta la sua vita all’inverso nel manicomio…
«
Parto da un’idea: ogni mia inquadratura è l’ultima inquadratura. Quando tu guardi un mio mare di Siracusa, ti accorgi di vedere per la prima volta un mare. Non l’avevi mai visto prima, anche se abiti a Siracusa».

Siracusa sembra il comprimario del suo film. Che rapporto ha avuto con questo soggetto, con la sua luce e i dettagli architettonici?
«
Chiunque avrebbe filmato Siracusa dalla a alla z, credendo cieco lo spettatore. Invece, ho tolto il più possibile e tutto il folcloristico di Siracusa, e ho ambientato il film sul pianeta Terra. Credo che Salvatore nemmeno viva a Siracusa, ma in una sua Siracusa vissuta nelle ore più solitarie, proprio per non vederla. Diverso è il dialogo maniacale con la luce potente di Siracusa. Non è una luce d’Italia: è lontana, arriva dall’Africa. Le inquadrature dal basso verso l’alto sono strettamente connesse a questa luce lontana. Derivano dal cinema tedesco e dal cinema noir e le uso quando il personaggio espone i suoi quadri sulla strada ed è schiacciato così tanto dal sole di Siracusa da diventare una questione di vita o di morte, o da apparire per ciò che è, un astronauta schiacciato da questo spazio e da questo tempo, fermo sotto il sole mentre tutti si muovono».

Perché scrivere un film su un artista outsider? Forse perché anche Paolo Boriani è un outsider?
«
Questo è un film su un uomo, se questo è ancora un uomo, forse l’ultimo testimone del manicomio e del tempo del manicomio. Se oggi io non lo registrassi, il viaggio di Salvatore Accolla andrebbe perso per sempre. Il pericolo fa di un film un film e qui c’era il pericolo di perdere l’irripetibile della memoria di un uomo. La cartella clinica di Salvatore Accolla è collaterale per me e non lo etichetto un outsider, anche se c’è un universo intorno a Salvatore che dibatte su arte regolare e irregolare. Per quanto mi riguarda, il compito di un regista sia di spostare con le immagini di un millimetro la forma di un film. In questo caso ho portato un film documentario a essere un film di fantascienza e Salvatore Accolla in un luogo che non conosce. Regista non è chi comanda la troupe e dice ciak e stop. Il regista è chi costruisce immagini e immaginario, o costruisce un oggetto che non c’era».

Alla fine del film cita Stanley Kubrick…
Come insegna Stanley Kubrick non c’è alcunché di diverso fra fantascienza e storia. E il mio film racconta una cosa che non c’è. Un manicomio? Fantascienza. Una Formula Uno (la gara del cavallino rosso, n.d.r) per le strade di Siracusa? Fantascienza. Un cavallino rosso dipinto da Salvatore Accolla? Fantascienza. O storia. Se mostrassi il film a un adolescente che non sa che cosa è il manicomio non saprebbe dirmi se il film è ambientato nel 2020 o nel 1920. Accolla vive totalmente nel passato, non se ne staccherà mai, e vive totalmente nel futuro. Da una parte è un bambino che si chiede perché il sole esce dal mare la mattina. Da una parte è un filosofo che ha già visto o previsto il futuro. È del tutto indietro nel tempo. È del tutto avanti nel tempo».

A guardare la sua filmografia, l’ultimo lavoro sembra il punto d’arrivo di una ricerca - penso al cavallo, una sorta di animale totemico - dove il personaggio commuove ma appare come un pretesto per raffinare il suo discorso cinematografico, la resa del linguaggio.
«
Il cinema è una forma. Come la pittura. Tutti possono dipingere un tramonto ma non tutti possono dipingere un Rothko. La mia ossessione è esattamente la forma del film. La mia ossessione è fare il mio cinema, non mi interessa se lavoro con Giovanni Lindo Ferretti, Roberto Saviano, Salvatore Accolla. Sono orgoglioso di Accolla (e il cavallino rosso a Siracusa) perché esiste dopo la vita reale, dopo un’estate con Salvatore Accolla».

Il film è stato presentato in anteprima a novembre a Milano e adesso a Siracusa: è prevista una distribuzione nelle sale italiane?
«
Dopo la proiezione al cinema “Aurora” a Siracusa è nata una trattativa per la distribuzione del film. Nel quarantesimo anno della legge Basaglia non c’è un film con un testimone del tempo del manicomio, con la storia straordinaria di Salvatore Accolla».

Boriani al cine Autora di Siracusa

Ha un nuovo progetto?
«
Ho girato un nuovo film, L’astronave, sul nono mese di gravidanza di una donna. L’astronave racconta un tempo che non è né presente né passato né futuro, un tempo interiore e vero».

Accolla e il cavallino rosso a Siracusa è una produzione indipendente e come talvolta accade è la produzione indipendente il luogo in cui si sviluppa un cinema ricercato, originale e denso. Il cinema italiano soffre troppo della difficoltà di essere davvero innovativo?
«
Il cinema italiano non ha nessuna difficoltà a essere innovativo ma non si sforza di esserlo. È un problema del sistema cinema, non dei registi. Siamo stati addestrati a non volere vedere e ci accontentiamo di film che non sono film. Stiamo curando la cecità con le miniserie. Crediamo di guarire. Invece peggioriamo».

Lei è un artista poliedrico, sintesi di arte, cinema, teatro. Ci vuole raccontare in una frase chi è Paolo Boriani?
«
Sono un amanuense. Costruisco immagini a mano, immagini che non c’erano e che adesso sono per sempre».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 18 febbraio 2019
Aggiornato il 22 febbraio 2019 alle 23:21





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