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Quel periplo immoto che chiamiamo vita

Blog “Ci vuole talento, per diventare vecchi senza essere stati adulti, cantava Jacques Brel. Ma è comunque un ritorno al punto di partenza. Girare mezzo mondo - appartenenze, amicizie, ideologie, interessi, esperienze, avventure - per tornare dove si era partiti: alle convinzioni, ai valori e alle fedi in cui si era nati e cresciuti. E sgravarsi di quella zavorra di inutili illusioni e delusioni

Un’amica tedesca, nipote d’una mia cara collega italianista, viveva a Berlino Est. Organizzò una fuga rocambolesca, sconfinando in Ungheria e da lì attraversando mezza Europa dell’Est fino ai Balcani per guadagnare, dopo mille traversie, l’approdo a Berlino Ovest.

Dopo due o tre giorni dal suo arrivo cadde il Muro: tanta fatica per nulla, dunque. Ora abita di nuovo nella vecchia Berlino Est e organizza gite turistiche nelle bolge dell’inferno comunista.

E c’è un memorabile racconto, Il lungo viaggio, che Sciascia fece confluire nella raccolta Il mare colore del vino. Racconta di un gruppo di contadini siciliani che, ingannati da trafficanti senza scrupoli ai quali hanno versato i loro risparmi, vengono imbarcati per l’America ma, dopo un ozioso periplo al largo dell’isola, vengono proditoriamente fatti sbarcare nuovamente in Sicilia, che essi scambiano, inizialmente, per l’Eldorado d’oltreoceano, salvo a disilludersi in un disincantato finale.

Un viaggio, dunque, senza approdo, senza salvezza; e un amaro apologo sull’emigrazione, e sull’impossibilità del riscatto, ove almeno si deleghi questo compito ad altri, a fraudolenti traghettatori o (che è lo stesso) a politici spregiudicati, e non s’impari a gestire il proprio destino.

Non così amaro e deludente è quel periplo immoto che chiamiamo vita. Ma è comunque un ritorno al punto di partenza. Girare mezzo mondo – appartenenze, amicizie, ideologie, interessi, esperienze, avventure – per tornare dove si era partiti: alle convinzioni, ai valori e alle fedi in cui si era nati e cresciuti. E sgravarsi di quella zavorra di inutili illusioni e delusioni, di quello spreco intellettuale e fisico che appesantì e aduggiò l’età di mezzo, quella della cosiddetta “maturità”. Felici i pochi che possono cantare, con Jacques Brel, “Il faut bien du talent, pour être vieux sans être adultes”, che tradurrei così: “Ci vuole talento, per diventare vecchi senza essere stati adulti”.

È l’approdo a un’infanzia ritrovata e a una diversa maturità etica e sentimentale, non più distratta da ambizioni e traguardi, scadenze e incombenze, e iscritta da sempre nel proprio destino: forse, germogliata già nell’abbraccio della propria madre.

E come nell’infanzia, volere tutto, chiedere la luna e nulla di meno. Non accontentarsi. Non star più a baloccarsi con la bilancia del Meglio e del Peggio, tanto più se sui due piatti vediamo fingere di contrapporsi dei Sosia, altrettanto acquiescenti al Mondo-Com’-È. E io non lo voglio com’è, non lo volevo fin da quando da ragazzo cominciai a sognare una libera e gioiosa comunità di uguali, senza gerarchie, eserciti, sopraffazioni, reclusioni, sfruttamento e coercizioni. Ma sbagliavo, da adulto, a ritenere che a raggiungerla servissero norme e istituzioni, un ceto separato di politici, e i piccoli passi che poi ti riportano dov’eri. Ora non è più ai mezzi ma al Fine che torno a volgere lo sguardo, come l’arciere di Machiavelli che mira ben più lontano, all’orizzonte, per far ricadere la freccia nel bersaglio; che mira – direi io – all’Assoluto per colpire, per modificare il Contingente.

Perciò ora chiedo Tutto (“vogliamo tutto”, si diceva nel ’68), perciò ora pratico solo l’Utopia, “scandalo per i Giudei” che come allora chiedono benefici personali o di casta e “follia per i Greci” che come allora pretendono esercizi di rassegnata saggezza. (E mi perdoni san Paolo per la citazione: anche lui, del resto, era ostile alla Legge.)

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