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Quando Cutelli e Spedalieri erano guelfi e ghibellini della scuola catanese

Blog La mia adolescenza, più che ai guelfi della Catania-bene del liceo classico Cutelli, appartiene ai ghibellini dello Spedalieri, provinciali o piccolo-borghesi che travestivano la loro marginalità da ribellione. Da docente e padre al Cutelli sono tornato, allo Spedalieri mai, solidale con i docenti liceali in quanto tutti noi costretti a trasmettere un sapere privato dell'etica della ricerca

Il mio liceo, a Catania, fu lo Spedalieri. Mia moglie e le mie figlie, invece, hanno frequentato il Cutelli: ma, almeno le mie figlie, negli anni di una omologazione ormai consolidata; ai miei tempi, invece, oltre che dettata dalla prossimità territoriale quella scelta era, o meglio diventava, una scelta di campo: come a dire tra guelfi e ghibellini.

E la mia adolescenza, più che ai guelfi della Catania-bene che al Cutelli conferivano un profumo di agio e spensieratezza, appartiene ai ghibellini dello Spedalieri, provinciali o piccolo-borghesi inclini a travestire la loro marginalità da ribellione, esibendo snervate affettazioni esistenzialiste e, da lì a poco, impettite pose barricadiere. Mentre al Cutelli filosofeggiava il preside Librizzi, allo Spedalieri sogghignava il più bonario preside Calì; mentre al Cutelli tanti miei amici si nutrivano di filosofia e di civiltà alle lezioni di Maricchiolo o di Coppoletta, io imparavo l’etica severa della ricerca da Calogero Meli e il culto della bellezza da Graziella La Pergola. E mentre gli azzimati abatini del Cutelli si aggiravano nel brutto casermone moderno di via Firenze, noi peones dello Spedalieri penavamo nei gironi dell’ex monastero benedettino, che sarebbe stata la sede magnificamente restaurata del mio futuro da docente, ma allora era un edificio degradato e fatiscente, con le aule in cui pioveva dentro e noi che tentavamo di allargare i buchi nei soffitti per agevolare la pioggia e l’inagibilità, e poter fare calia.

La battaglia di Montaperti tra Guelfi fiorentini e Ghibellini senesi

La battaglia di Montaperti tra Guelfi fiorentini e Ghibellini senesi

E ancora, mentre al Cutelli le coppie si formavano nel cortile animato dove, in una ricreazione che a noi esclusi pareva eterna, «tutta vestita a festa, la gioventù del loco» mirava ed era mirata, allo Spedalieri le solitudini languivano o si esacerbavano negli spettrali ambulacri del monastero; e perciò, finita la scuola, era sull’affollatissima soglia del Cutelli che la gioventù tardo-brancatiana dello Spedalieri aspettava, tanto bramosa quanto prevalentemente contemplativa, l’uscita delle ragazze.

C’ero anch’io, su quella soglia, coi miei fragili sedici o diciassett’anni. Ecco perché qualcuno mi ritiene ancora un ex del Cutelli. E del resto al Cutelli, da docente, sono tornato più volte, invitato a incontri e conferenze, allo Spedalieri (frattanto trasferito in una specie di hangar della guerra di Corea) mai. E ci sono tornato anche da padre, che seguiva con trepidazione la carriera scolastica di due figlie, ma da padre un po’ “diverso”: da docente universitario, dunque collega dei docenti del Cutelli, mortificato come loro da riforme ciarlatane e da governi che non investono sulla formazione. E come loro costretto a trasmettere un sapere polverizzato in moduli e crediti, burocratizzato e tecnicizzato, ossia privato dei suoi fondamenti critici, sottratto all’etica della ricerca, del dubbio, dell’interpretazione, del dissenso.

Perciò, perché vittima come loro, ho assistito con ammirazione ai loro titanici sforzi di veicolare, ancora, messaggi e valori; perciò fino a ieri ho interrogato i volti degli spaesati studenti universitari di primo anno per carpirne il segreto d’un professore liceale che li abbia entusiasmati, d’un libro che li abbia cambiati, d’un valore o di una fede che li motivi allo studio. Termini – e valori – obsoleti. Come passione: io dico ai miei studenti che se agli esami non ricorderanno i titoli delle opere di Giambattista Giraldi Cinzio o di Saverio Bettinelli, ma vivaddìo faranno vibrare muscoli e nervi nella loro esposizione, dimostrando curiosità intellettuale e coinvolgimento esistenziale, su Giraldi e Bettinelli chiuderò ben volentieri un occhio.

Questo di tanta speme oggi ci resta. E non è poco.

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