sabato 20 aprile 2019

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Momenti di parole

Pronto soccorso: i colori della salute

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Cronaca semiseria di una lunga notte al pronto soccorso di un'ospedale di Palermo, in attesa che arrivi il proprio turno, che pare non arrivare mai. Un'occasione unica per approfondire vizi, tic e malcostume diffuso del variegato mondo degli utenti della sanità pubblica


di Daniela Robberto

Il triage come avamposto di accoglienza mi spalancò le sue porte con i colori della salute. Rosso, per le emergenze; giallo, per le urgenze; verde, per le sofferenze; bianco, per i malesseri dei pazienti indigenti che vogliono scippare una diagnosi, qualche accertamento a gratis ed un gustoso quanto lungo rendez-vous con i parenti stretti e i vicini di casa. Questi, che valgono come familiari, sono sempre pronti ad accorrere alle disgrazie sanitarie vere o presunte di chi condivide la quotidianità nel quartiere.

Al sentire che “A za Maria s’intisi male e finiu o’spitale” tutti si fiondano a soccorso come sfiduciosi in quello istituzionalizzato ma forse di più per dire in un domani “ca picciò? io un era dà?”. Prima ancora che il paziente abbia superato la barra del viale d’accesso tutto è già chiaro avendo il consulto degli affini fatto diagnosi, prognosi ed eventuale terapia. Queste di solito sono molto più velocemente accertate e più severe di quelle dei veri dutturi per cui non è raro che prima di varcare la soglia del pronto soccorso il parente più autorevole comunichi al drappello precipitatosi in avanscoperta: “un né nienti un né nienti, fu n’tossico!” oppure davanti allo stesso malato pallido e spaventato “a za Maria, muriu!!” facendo fare ad indice e medio una rotazione in senso antiorario rispetto ad un asse verticale immaginario.

Gli affini ed il gruppo dei pari partono così come si trovano in pigiama o con i vestiti di casa, la pinza nei capelli la canottiera macchiata e le ascelle sempre sudate, anche d’inverno. L’affannosa corsa si placa davanti al triage che accoglie per la selezione ed il fatto di entrare quasi subito illude sulla rapidità di tutta la vicenda ma soprattutto placa l’istintiva carica emotiva che un tempo animava i congiunti nell’uso dei vari mezzi per assaltare e superare le porte d’ingresso con i modi che ricordavano la presa della Bastiglia, qualcuno rompendo a pugni i vetri delle porte, altri assestando risolutivi calci. Ma questo era il tempo del passato! Vuciate, spintoni, finti svenimenti oggi vengono arginati da un infermiere formato ed abilitato per fare una valutazione delle condizioni del paziente sulla scorta dei parametri vitali prestabiliti. Fin qui nulla da eccepire salvo che molto spesso tale valutazione viene effettuata davanti ad altri personaggi come il metronotte di turno che, stanco e con i piedi gonfi per gli anfibi serranti, approfitta di una sedia del triage e sorbendo un caffè, compenetrato nella vicenda del paziente, specie se donna, premuroso interviene chiedendo “e di corpo ci va regolarmente?”.

Una volta avuta l’assegnazione del colore si ritorna in sala d’attesa dove appunto si comincia la lunga attesa. Nel grande ambiente la macchinetta distributrice di caffè, bibite e succhi di frutta oggetto anche questa di botte e smanacciate quando l’uso improprio della pulsantiera si rifiuta o impedisce l’erogazione della richiesta. Su quasi tutto il perimetro del locale una fila di poltroncine imperniate al pavimento a scopo antifurto recano nel muro l’unzione delle capigliature che teste precedenti hanno impresso in sindonica effige. In una parete un televisore sintonizzato di solito sulle reti Mediaset. I palinsesti dei programmi si susseguono a basso volume a seconda dell’ora ma poiché il soggiorno in tale luogo di solito si protrae lungo l’arco delle 48 ore si ha la sventurata occasione di incrociare il proprio con lo sguardo alluciato e sgranato dell’eterna giovinezza della Barbara D’Urso o il drappello in amore senile degli anziani della De Filippi in ricerca di un briciolo di visibilità più che della senescente anima gemella. Ma lo schermo più attenzionato è quello il cui display aggiorna e regola la sequenza degli accessi alle sale medici. Al numero che stretto nelle mani con la cura che si riserva al biglietto vincente di una lotteria è associato il colore attribuito al triage e si va illuminando in lenta sequenza: prima i codici rosso, poi i codici giallo, poi i codici verde ed in ultimo i bianchi.

Quando l’aere viene squarciato dal suono di una autombulanza però il terrore allaga la sala in quanto un nuovo codice rosso fotte tutti gli altri in volata inserendosi come un raccomandato e, dilatando i tempi dell’attesa altrui, getta il panico sugli astanti. Qui occorre fare una piccola parentesi e regalare un piccolo intermezzo culturale sull’effetto Doppler che i più attenti istintivamente sono in grado di capire e riassumere per gli altri così “uu-uu-uu-uu quannu l’ambulanza s’arricampa, e u suono è chiù bicino invece uu----uu----uu----uu, quannu si nnì va, e u suono è chiu luntanu!”. D’inverno le porte del pronto soccorso stanno chiuse e l’ambiente viene riscaldato dai corpi e dagli aliti dei presenti e questo non è cosa buona e giusta né nostro piacere e meno che mai fonte di salvezza, d’estate va un po' meglio e si ha la possibilità di entrare ed uscire e sostare con libertà sotto la pensilina dell’ingresso; ci si può anche di appoggiare al muretto esterno avendo cura di non posare i gomiti i laddove centinaia di sigarette sono state in precedenza spente prima di essere buttate per terra.

Uno degli inconvenienti estivi sono gli insetti, fatte salve le zanzare che tigri o meno, fanno ormai parte di noi. Nel mio ultimo soggiorno, stanca di seguire il programma tv e il dispay che si era bloccato, mi sono divertita con il gabinetto. E’ stato invero un passatempo innocuo anche se un po' perfido. Infatti avevo notato che le persone entravano ed uscivano troppo velocemente per aver soddisfatto le proprie esigenze fisiologiche e solo alla terza donna potei capire il perché. La signora infatti improvvisamente uscì gridando “matri miaaa… c’è na bratta cull’ali enorme”; allora cambiai posto e mi disposi a godere dello spettacolo di chi entrava con calma e si fiondava fuori dopo avere incrociato lo scarafaggio di Kafkiana memoria che probabilmente si passava il tempo anche lui dispiegando le ali per terrorizzare chi apriva la porta. Alla fine mi stancai e riguadagnai la vecchia postazione ma anche lì la natura animale sembrava volerci accompagnare, nacque così una specie di ballo di gruppo; infatti una piccola cavalletta volava dalla serie di poltroncine all’altra e tutti insieme all’unisono quando veniva da una parte ci alzavamo e ci allontanavamo con e, come in una riuscita makarena, non vedendola tastandoci con le mani con ritmo brasiliano in più parti del corpo ci chiedevamo reciprocamente “ma che fa ci l’hai di supra?

Ormai è noto a tutto come il tempo non esista sembrando velocissimo quando vivi un presente che ti piace e lentissimo quando invece ti annoi o vorresti fuggire da qualcosa o qualcuno. In realtà il tempo segnato della mia permanenza in quel venerdì sera alle ore 23.30 era già abbondantemente sfociato nel giorno seguente, e quando alle 4.45 del sabato che già albeggiava a meno che non arrivasse un’urgenza, io ero il numero che avrebbero chiamato; il cuore cominciò a battermi più forte anche perché l’emozione non mi faceva trovare il ticket. Maledetta abitudine di mettere tutto nel reggipetto! L’agitazione crescente mi fece perdere la calma necessaria per poterlo trovare.

Con sempre maggiore apprensione cominciai a rimestare con insuccesso le mie intimità. Abbandonando ogni discrezione, decisi di tirar fuori tutto. Uscirono nell’ordine: un pacchetto di kleenex quasi liofilizzati, l’accendino, cinque euro dimenticati nel pomeriggio, lo scontrino arrotolato di Eurospin, e poi finalmente lui, il biglietto stropicciato e profumato, il salvacondotto che mi avrebbe aperto le porte alla sala uno dell’ospedale Vincenzo Cervello di Palermo. Entrando mi fecero accomodare e il giovanissimo medico, quasi alla fine del suo turno, mi chiese stanchissimo perché fossi lì. Io lo guardai disorientata: non me lo ricordavo più!


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 18 gennaio 2019




Daniela Robberto

Questi sono i miei racconti. Nata a Messina nel lontano 1955, figlia femmina e, a detta dei miei (e quindi è sicuro) non troppo desiderata, di una coppia disastrosamente poco affine per luogo di nascita, carattere, studi, obiettivi nella vita, ambizioni... mia madre e mio padre. E devo forse a tali diversissime fonti genetiche la mia curiosità ed una personalità fortemente complessa ed agitata, che mi spinge a scrivere su ciò che più mi colpisce, che più mi intriga. Ho fatto per anni un lavoro facendomelo piacere, anche se non era il mio ma, alla fine sono abbastanza contenta di come mi è andata, e soprattutto della mia formazione perché quando devo descrivermi, come in questo caso, o quando penso a me stessa, alla mente mi sovviene subito il mio nome, poi che dovrei dimagrire e poi che sono biologa. Sono su facebook.


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