Pinocchio, la favola vivente di Garrone per bambini di ieri e di oggi

Buio in sala Supportato da un grande cast (su cui svetta Roberto Benigni/Geppetto), dopo il "Racconto dei racconti" del 2015 ancora una volta il regista romano attinge alla letteratura favolistica italiana. Il talento artistico si libra sicuro riproducendo nel suo immaginario cinematografico uno dei più importanti classici per ragazzi del secolo scorso

Dal 19 dicembre nelle sale cinematografiche italiane, “Pinocchio” di  Matteo Garrone. Ancora una volta il regista romano attinge alla letteratura favolistica italiana e come nel Racconto dei racconti del 2015, il talento artistico si libra sicuro riproducendo nel suo immaginario cinematografico uno dei più importanti classici per ragazzi del secolo scorso. Il regista che del libro morale di Carlo Collodi riproduce fedelmente il caleidoscopico  mondo del burattino che diventa bambino, ci porta in un paese senza nome e senza tempo dove in  una miseria senza fine Geppetto (Roberto Benigni) gratta una crosta di formaggio dura come il legno che non riesce ad attenuargli i morsi della fame. La crisi è grande e non c’è lavoro; ognuno si industria come può per sbarcare il lunario. L’arrivo di un  carrozzone artistico di guitti itineranti con il loro spettacolo di burattini dà a Geppetto l’idea di costruirne uno con cui esibirsi e girare il mondo. Ma il ceppo di legno che gli regala Mastro Ciliegia (Paolo Graziosi) per disfarsene è insieme bello e magico. Colpo dopo colpo, la  sgorbia svela nel ciocco il  pulsare della vita.

 

Federico Ielapi e Roberto Benigni protagonisti del “Pinocchio” di Matteo Garrone

La creatività diventa dunque natalità e il burattino prende vita nel sottile intreccio di venature del legno così sovrapponibile ad un vero sistema di vasi sanguigni e nello sguardo acuto e vigile che solo un essere vivente può avere. Uno splendido e maturo Benigni impersona la genitorialità autentica quella che nasce mischiando cromosomi virtuali d’amore che si manterranno inalterati nel tempo; Geppetto infatti mai si lagnerà mai di Pinocchio e mai si risparmierà nella cura che gli farà vendere financo la sua giacchetta per comprare al suo figliolo l’importante abbecedario, simbolo di istruzione e cultura.

L’indifferente Pinocchio (Federico Ielapi) però non è in grado di capire non sapendo ancora esercitare un controllo sui propri impulsi che gli fanno privilegiare futili gratificazioni; ma Geppetto lo conosce (è il suo figliolo) e sa che i cuori dei giovani si scolpiscono solo con le esperienze del vivere al fine di trovare poi, proprio in quelle fallimentari, le ragioni del ricredersi. Il film, la cui sceneggiatura è affidata anche a Massimo Ceccherini (la volpe), come ha sostenuto lo stesso regista è indirizzato principalmente ai bambini che non la conoscono, ma anche chi sa bene la storia, apprezza e ritrova quanto  sedimentato nella memoria dell’infanzia: il burbero ma buono Mangiafuoco (Gigi Proietti)  che starnutisce quando si commuove e libera Pinocchio regalandogli  cinque zecchini d’oro da portare subito a Geppetto, l’abietta coppia del gatto e la volpe (Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini) esempi di astuzia e inganno che si pongono sempre sulla via degli individui in crescita così come infido è  l’untuoso omino di burro (Nino Scardina) che con voce carezzevole “amorini dove siete?” (molto diverso dall’appellativo “amore” del tolettatore Marcello (Marcello Fonte), in Dogman) conduce al paese dei balocchi i bambini che si affastellano  numerosi ed incauti sul carretto tirato dalle  dodici pariglie, di ciuchini.

Ielapi/Pinocchio con Rocco Papaleo/il gatto e Massimo Ceccherini/la volpe

Nella pluralità di interpretazioni, l’universo teatrale ricco di atmosfere magiche e di dettagli rende il film quasi commedia dell’arte e gli attori diventano maschere: mimica e ritmo della recitazione rendono credibilissime figure spaventose e fantasticamente irreali. Garrone non avrebbe potuto realizzare un’opera così accurata senza il supporto di un team di professionisti del trucco come quello di Mark Coulier (Frankenstein, Harry Potter, Guerre Stellari, Suspiria) il quale come afferma egli stesso si preoccupa sempre di far sembrare vero il falso, e di un cast d’eccellenza che ha lavorato in totale empatia. Roberto Benigni innanzitutto, che nel 2002 aveva nel suo “Pinocchio” impersonato lo stesso burattino e che oggi magistralmente veste i panni di Geppetto; Paolo Graziosi che interpreta  Mastro Ciliegia così come Gigi Proietti diventa Mangiafuoco; poi il Gatto e la Volpe con  i bravissimi Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini; la fata turchina bambina (Alida Baldari Calabria) e quella adulta (Marine Vacth), Alessio Di Domenicantonio che impersona Lucignolo, ed ancora Massimiliano Gallo nei panni del Corvo, Teco Celio in quelli del giudice Gorilla, Gianfranco Gallo e Marcello Fonte in la Civetta e il Pappagallo, Enzo Vetrano nei panni del maestro, Nino Scardina in quelli dell’Omino di burro e Maurizio Lombardi in quelli del Tonno che si commuove per il bacio di Pinocchio, lui che non è stato  mai baciato da nessuno.

Pinocchio con la Fata Turchina bambina

Il giudice Gorilla figura sottilmente allusiva alla giustizia attuale

Quello che emerge nella scrittura del film, che è ovviamente moderna e che carica la storia di una valenza positiva, è l’assenza di qualunque spinta coercitiva da parte della sceneggiatura, mentre tale intento pedagogico è fortemente  sostenuto dall’autore del libro. “Pinocchio” di Matteo Garrone, oltre ad essere un ottimo film, è una storia d’amore dove qualsivoglia universo fiabesco pauroso o insidioso racconta piuttosto la crescita in consapevolezza, quella difficoltà che ogni individuo incontra per diventare adulto nella  speranza che, in qualunque  situazione ci si trovi (in compagnia di un gatto e una volpe o nella pancia di una balena),  si possa riuscire a non essere mai burattino in balia di altri o degli eventi del proprio  tempo.

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