“Parasite”, un’improbabile e grottesca commedia noir sull’eterna lotta di classe

Buio in sala Premiato all'unanimità con la palma d’oro al Festival di Cannes 2019 il film del regista coreano Bong Joon-ho testimonia macroscopicamente il divario tra ricchi e poveri. Ma chi sono i parassiti? Gli astuti e malvagi poveri, o i ricchi pregni di pregiudizi, indifferenza e disimpatia?

“Parasite” del  regista sud-coreano Bong Joon-ho  è il film che, sin dalla sua uscita (lo scorso 7 novembre 2019), nei circuiti cinematografici internazionali è stato il più visto e gradito dal pubblico. Premiato all’unanimità con la palma d’oro al Festival di Cannes 2019 è ambientato a Seul, dove il legame tra ambiente e diseguaglianza sociale testimonia macroscopicamente il divario tra ricchi e poveri. Commedia noir, spiazza all’inizio per il taglio improbabile e grottesco e, nello svolgersi degli eventi, redige l’inquietante cronaca della vita di due famiglie socialmente ed economicamente agli antipodi. La prima composta dal padre, Ki-taek (Song Kang Ho), la madre Chung-sook (Chang Hyae Jin) e i loro figli adolescenti, Ki-woo (Choi Woo Shik) e Ki-jung (Park So Dam) vive in un tugurio fatiscente della baraccopoli urbana  in una condizione al di sotto degli standard minimi della decenza; l’altra, la famiglia dei Park,è composta da Dong-ik (Lee Sun Kyun) il padre, dalla madre Yeon-kyo (Cho Yeo Jeong), e dai due figli adolescenti.

Dal film “Parasite”

Questi ricchi godono, ognuno con le proprie fragilità, l’agio di una vita a cui non manca nulla: una bella villa con autista ed una domestica storica che si occupano a tempo pieno di ogni loro bisogno. Il giovane Ki-woo coglie al volo l’opportunità offertagli da un amico di sostituirlo come insegnante  privato d’inglese di Da-hye (Jung Ziso), la figlia dei ricchi Park. Il ragazzo ha le buone referenze dell’amico ma, non essendo laureato, falsifica, con l’aiuto della sorella, i suoi  titoli e riesce ad inserirsi nella famiglia della ragazza di cui in breve acquista piena fiducia. Nella bella e spaziosa casa dei ricchi si sta bene e il tanfo di seminterrato dove Ki-woo vive rintanato con i suoi, è lontano. Inizia così un abile lavoro di squadra, messo in atto con una serie di raggiri, che consentano ai turpi componenti di  sostituirsi a tutti i collaboratori di casa Park. Come perfetti parassiti, la diabolica famigliola contamina ogni cosa con il suo passaggio infestante. Non c’è nessun desiderio di ascesa sociale, ma ci si crogiola nella momentanea condizione di benessere che sembra l’unica forma di esistenza possibile.

Dal film “Parasite”

Come in tutte le parassitosi da manuale, per divorare l’organismo ospite occorre un agente scatenante, e nella vicenda questo è  rappresentato dall’uso degli strumenti tecnologici che trasversali ad ogni condizione economica, consentono lo squarcio delle sacche sociali, agendo da virtuale cavallo di troia.  In una regia sapientemente condotta, il tradimento dei valori viaggia sulle note allegre di Gianni Morandi “In ginocchio da te” e indigna lo spettatore che assiste attonito alla messa in atto del progetto delinquenziale applicato senza alcuna remora di carattere moralistico ed etico. Ma ancora  non ci si aspetta l’ulteriore virata all’horror asiatico dove i nostri parassiti poveri si devono confrontare con altri e più vecchi parassiti che emergono dalle viscere buie della villa e dal passato. Mischiando carte e trama, nel progredire implacabile della storia, si trattiene il fiato e ci si para con le mani gli occhi in un crescendo di situazioni la cui  accelerazione tensiva prelude al precipitare ad un ovvio non lieto fine. Tutto nel film è iconico: dal poster pubblicitario, dove una foto di gruppo invita a cercare l’intruso tra i componenti a cui son strati nascosti gli occhi, alle inquadrature dove sempre sono presenti scale e finestre dei due interni in cui si svolge praticamente tutto il film.

Dal film “Parasite”

Lo stesso regista lo ha  definito come un “film di scale”, affidando a queste strutture presenti in forme diverse il significato di poter salire e scendere, favorendo così gli incontri ma anche le distanze nell’eterna lotta di classe tra individui. Le finestre diventano gli occhi con cui si guarda e si vede il mondo al di fuori delle proprie intimità domestiche. Ma ancora più inquietante è il titolo “Parasite” che induce a considerare parassiti  solo i poveri, quando invece il termine potrebbe essere inteso in modo biunivoco. Si potrebbe infatti conferire ai ricchi l’insulto dell’arma a doppio taglio che marca il pregiudizio, l’indifferenza, la disimpatia, quel non voler mai consentire ai subalterni di oltrepassare i limiti verbali e posturali concessi, il pretendere di trovare a qualunque ora del giorno e della notte la pietanza nata da un improvviso sfizio o di far vestire da sioux il servo per far contento il bambino capriccioso. Il giudizio sulla vicenda è sospeso e lasciato all’impatto emotivo del film sul pubblico che abbassa l’indice accusatorio dell’attribuzione delle colpe. I parassiti, come nella locandina pubblicitaria, si confrontano e si confondono tra loro. Pagheranno tutti! Gli uni per i talenti diventati astuzia malevola, gli altri per quel loro storcere il naso all’odore di metropolitana che impregna i vestiti e la pelle di chi li serve e li giudica; e forse, non è bastevole neanche il diluvio apocalittico che vorrebbe mondare tutto ma mischia l’acqua che scende dal cielo ai  liquami di fogna, e prepara l’erba del prato all’inglese (trasformato in riserva indiana) di un elegante party nell’inferno insanguinato di una reciproca sconfitta.

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