Nel gioco tra bene e male vince il diabolico Riondino

Recensioni Ben riuscita la messinscena di Andrea Baracco, su riduzione di Letizia Russo, de "Il Maestro e Margherita" il capolavoro di Mikail Bulgakov, andata in scena di recente allo Stabile di Catania. Ironico e affascinante nei panni del satanico Woland, l'attore pugliese si è abbandonato a una recitazione ricca di ghigni e di risatine sibilanti, ma mai sopra le righe

Si può mettere in scena uno dei più grandi romanzi satirici russi del Novecento dalla trama complessa ed enigmatica e donare agli spettatori tre ore di puro godimento estetico e morale. E’ stata questa l’audace scommessa vinta a pieno titolo dalla sapiente regia di Andrea Baracco e da Letizia Russo, che ha ridotto e adattato per il palcoscenico Il Maestro e Margherita, opera capolavoro di Michail Bulgakov, andato in scena in questi giorni con grande successo di pubblico, per un vero e proprio sold out ad ogni rappresentazione, al Teatro Stabile di Catania.

Il Maestro e Margherita, da sinistra Federica Rossellini, Michele Riondino e Alessandro Bonomo

Un’operazione coraggiosa, dicevamo, perché dipanare la matassa, intessuta di ben 146 personaggi, dello sferzante romanziere russo, non era opera semplice. Eppure tutto è andato magicamente al suo posto: suggestiva e indovinata la scenografia, un immenso mare di ardesia, con tocchi di colore qua e là, su cui l’atto più naturale dei personaggi, sbucati in un ritmo incessante da porte e botole, è stato proprio scrivere, alludendo alla funzione salvifica delle parole contro ogni forma di regime autoritario (e ne sapeva qualcosa Bulgakov); illuminante il gioco di luci, capace di isolare icasticamente e dare opportuno rilievo ai vari episodi.

Da sinistra Alessandro Pezzali, Federica Rossellini, Michele Riondino e Giordano Agrusta

La chiave di tutto, però, è stato un Michele Riondino, nel ruolo del satanico Woland, davvero in piena forma, che, con le sue labbra rosso passione, ha riempito la scena portando un severo e salutare scompiglio nella rigida società russa e irrompendo, sulle note dei “Quadri di un’esposizione” di Musorgskij, negli ambienti intellettuali della Mosca atea degli anni ’30 insieme alla sua folle compagnia, Behemoth il gatto parlante (Giordano Agrusta), il valletto Korov’ev (Alessandro Pezzali) ed la strega Hella (Carolina Balucani): ironico quanto basta, spietato all’occorrenza, bello nella sua affascinante immagine mefistofelica, si è abbandonato a una recitazione ricca di ghigni e di risatine sibilanti, ma mai sopra le righe.

Altrettanto bravi gli altri attori (oltre a Francesco Bonomo nel ruolo del Maestro, davvero dotato di una tecnica perfetta), che hanno avuto l’onore e l’onere di interpretare più personaggi, uno tra tutti Oskar Winiarski che è stato uno strepitoso Gesù.

Indimenticabile davvero Federica Rosellini nel ruolo di Margherita, la donna protagonista di una delle più belle storie d’amore di tutti i tempi (non a caso iniziata con l’amore nelle vesti di un subdolo assassino che colpisce a tradimento), soprattutto nella magnifica scena del volo su Mosca con i capelli scarmigliati, affidato a un’altalena fantasmagorica che ha restituito agli affascinati spettatori tutta la brama di vita e d’amore di una donna frenetica e la sua necessità di evasione. Davvero accattivante poi l’alternarsi di vari registri, dal comico al drammatico, dal malinconico all’ilare, in un susseguirsi di toni ora da varietà ora da monologo serio: un grande lavoro per regista e attori, che confermano questo spettacolo uno dei più visionari e arditi passati per le scene odierne.

Pezzali, il valetto Korov'ev, e Riondino, il satanico Woland

Alla fine gli spettatori, catturati dal gioco della macchina teatrale, colgono il più profondo messaggio del corrosivo Bulgakov: Mefistofele paradossalmente è venuto a confermare l’esistenza di Dio, diventando l’ultimo degli angeli, come dire, con Karl Kraus, che il “Diavolo è un ottimista se crede di poter peggiorare gli uomini”…

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