martedì 24 ottobre 2017

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La casa delle parole

Mario Bonanno e il racconto senza età di Claudio Lolli

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Il giornalista catanese in "E' vero che il giorno sapeva di sporco" dedicato al cantautore bolognese non racconta solo uno dei migliori cantautori italiani di sempre, ma un decennio, quello degli Anni 70, fatto non solo di guerra politica ma anche di fermenti rivoluzionari e romantici


di Domenico Trischitta

E’ stato come tornare indietro, meno che ventenne, in quelle aule occupate del liceo scientifico “Boggio Lera” di Catania, con una colonna sonora necessaria, piena di speranza, “Ho visto anche degli zingari felici” di Claudio Lolli, il più politicizzato tra i cantautori impegnati, eppure irresistibilmente poetico, “ti ricordi Michel?”. Ricordo ancora un suo concerto nel 1976, al Magistero di via Ofelia a Catania con il prezzo politico di 500 lire. E ho immaginato che a vedere il concerto ci fosse anche il mio nuovo amico Mario Bonanno, in realtà ancora troppo presto per lui per assistere dato che è di qualche anno più giovane. Eppure leggendo il suo bel libro "E' vero che il giorno sapeva di sporco" dedicato a Lolli, edito da Stampa Alternativa, ho pensato che lui era presente, a coglierne i tratti peculiari di una produzione anomala nel panorama italiano di quegli anni, forse prevedibile e per questo poco scontata. In realtà non esiste cantautore italiano che più di Lolli ha raccontato il clima degli anni di piombo, di quella romantica utopia che voleva spazzare capitalismo e borghesia in un sol colpo: “…penso che gli anni Settanta non siano stati soltanto anni di piombo, ma anni di grande creatività. E non per l’ambito esclusivo del cantautorato italiano, ma per l’intero ambito pop-rock".

Questo non è solo un saggio su un’artista musicale, che è sempre di attualità, vedi la recente vittoria alle Targhe Tenco con il nuovo album "Il grande freddo" che vede sempre il supporto degli Zingari Felici (Roberto Soldati e Danilo Tomasetta). "E' vero che il giorno sapeva di sporco" è di più, è una ricognizione sociologica e sentimentale su un decennio pieno di fermenti rivoluzionari e romantici. Un periodo che più dalla storia delle stragi e dalla lotta armata può essere raccontato meglio attraverso l’analisi dei testi di un malinconico cantautore bolognese, intervistato dal bravo e sensibile giornalista catanese.

Mario Bonanno


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 25 luglio 2017




Domenico Trischitta

Sono stato concepito in un quartiere “fantasma” del centro storico di Catania, colpito a morte dallo sventramento. Nato nel 1960 e poi deportato in un agglomerato popolare della periferia, San Berillo nuovo, ci ho trascorso trent’anni della mia vita, prima a costruire capanne nella sciara, poi giocando a pallone con la maglia dell’Inter, e alla fine ascoltando hard rock assieme ad altri scunchiuruti. Lì mi sono formato.

Da questa dura memoria ancestrale ho tratto ispirazione per iniziare la mia carriera di dispensatore di emozioni. Scrivendo. Chi è il dispensatore di emozioni? Colui che vede un film di Truffaut e lo promuove, colui che ascolta un disco di Bowie e lo fa comprare, colui che si sofferma a guardare un mare in tempesta o calmo come un lago, o anche chi prova un’emozione e deve raccontarla.

Ah dimenticavo, amo profondamente la musica di Lucio Battisti. Anche quella vi consiglio. Le mie anime social sono su Facebook e Twitter


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