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La microstoria simetina di Chiara Longo: «Racconto Adrano attraverso le sue donne»

Libri e Fumetti La storia delle donne come motore del divenire della civiltà. Ed Adrano nel racconto e nelle analisi della scrittrice e poetessa Chiara Longo diviene il laboratorio interpretativo di complessi fenomeni storici e sociali. In “Adranite”, un libro edito da Maimone, la studiosa di storia e letteratura Chiara Longo racconta e fa vivere una pluralità di figure femminili - popolane, borghesi ed aristocratiche - ognuna con la propria originale identità

La microstoria che diviene specchio della grande storia, la dimensione locale come luogo di analisi sociale, antropologica e culturale. La storia delle donne come motore del divenire della civiltà. Ed Adrano nel racconto e nelle analisi della scrittrice e poetessa Chiara Longo diviene il laboratorio interpretativo di complessi fenomeni storici e sociali. In “Adranite”, un libro edito da Maimone, la studiosa di storia e letteratura Longo (con lunga esperienza da insegnante) racconta e fa vivere una pluralità di figure femminili – popolane, borghesi ed aristocratiche – ognuna con la propria originale identità. Un libro interessante, frutto di una ricerca rigorosa e minuziosa, in cui l’autrice unisce la profondità interpretativa saggistica con la capacità narrativa. Chiara Longo è nata e vive ad Adrano. Accanto al lavoro intellettuale vi è anche il suo impegno nel sociale, animato da passione civica. Si batte per la difesa e la valorizzazione del vasto territorio simetino-etneo. E’ anche una cultrice delle tradizioni popolari. Il dialogo parte dal suo nuovo libro e si espande su molte tematiche.

Nella sua concezione culturale ed esistenziale cos’è la storia e come si interseca con la vita collettiva ed individuale?
«Intendere la storia “scienza di contesto”, capace di seguire percorsi articolati e complessi, deve fare  vivere il tempo degli accadimenti e la loro durata con la visione dell’improbabile, di un passato in evoluzione e non ancora compiuto, come se “attende ancora di accadere prima di chiudersi”. E’ utile, pertanto, leggere il passato in quella circolarità ermeneutica che segna identità e coinvolge protagonisti e spettatori della storia. Le Adranite – obliate nel tempo –  non hanno ancora compiuto il loro ciclo storico che rimarrà aperto fino a quando non consegneranno alla conoscenza collettiva la loro voce, la loro concezione esistenziale, la loro azione in divenire. A noi serve comprendere il singolo circoscritto avvenimento e il grande evento, la dimensione collettiva e la storia dell’individuo,  la storia narrata e dialogata in continua verifica effettuale e la oggettività dell’analisi documentale. Binomi necessari alla dinamica della storia che volge al superamento del descrittivismo elencativo di impostazione positivista come pure della mera erudizione sui fatti».

Chiara Longo

Qual è stata la genesi del suo libro Adranite?
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C’è sempre un’idea, un fatto che si trasforma in input affinché affiori un pensiero sopito, un desiderio represso o inascoltato. Così per Adranite. Un “conto insoluto” nei confronti della componente femminile che non trova ancora consenso di soluzione – non tanto e non solo per un formale riconoscimento quanto per una sostanziale condivisione sociale, antropologica, culturale con la sfera femminile – mi è sembrata da sempre una ingiustizia taciuta dalle stesse donne. Per coerenza e unità di pensiero il mio impegno nella società civile organizzata a tutela delle donne mi ha sollecitato l’approfondimento di un’indagine per dare testimonianza della dinamicità, spesso inconsapevole, delle donne che ha determinato evoluzione antropologica mediante eventi di una storia solo apparentemente ristretta. La passione, poi, per la ricerca documentale e l’ascolto di testimonianze di cittadini e di narrazione dialogata ha dato vita al libro Adranite. Rimane aperta la chiusa della mia consegna ossia l’atto formale di quel ‘saldo del conto insoluto’ per come le comunità e le istituzioni vorranno riconoscere ‘identità di genere’».

Nel suo testo ricco di storie e di “protagoniste” l’analisi in stile saggistico è coadiuvata dalla capacità narrativa. Vi sono dei modelli intellettuali a cui si è ispirata?
«Il saggio rimane spesso genere letterario di nicchia mentre la narrativa si apre a settori diversi e diversificati. Mi piace coniugare, quasi fare dialogare, i due generi letterari prediligendo lo stile saggistico il cui contenuto possa andare oltre le logiche dicotomiche. Si ottiene così un testo articolato la cui lettura a più livelli rimane dinamica e di immediato interesse. Nutro una particolare predilizione per gli scritti di Oriana Fallaci e Antonio Tabucchi».

Altro aspetto importante. In “Adranite” l’analisi storica è intrisa di dimensione antropologica e sociologica. Vi è anche un richiamo ad alcuni studiosi della storiografia francese de “Les Annales”?
«E’ indubbio che il superamento dello storicismo romantico e idealista, del positivismo e della storiografia meramente politica o settoriale  tende a compendiare  efficacemente la scientificità del lavoro dello storico  con  la necessità di possederne paradigmi validi per uscire dal modello della storia confinata all’aneddoto. Il paradigma che più mi coinvolge nell’analisi storica poggia sull’antropologia storica e sulla sociologia relazionale la cui esistenza reale è determinata da entità individuali e collettive, contestuali e compresenti tra loro. Il mio richiamo è ad alcuni studiosi: Bloch, Durkheim, Le Goff, ma anche Donati e Terenzi. Condivido con le Annales quei percorsi di analisi storica che esigono nuove risposte dalle fonti storiche e sostengono che sia la stessa istanza ipotetica a garantire la scientificità dell’indagine storica rinnovata e messa in discussione dal probabilismo scientifico e filosofico ma riaffermata dal metodo analitico e dalla concezione della storia come sistema aperto: la sostituzione del ‘certo’ con l’ ‘infinitamente probabile’ porta lo storico a ‘concepire la certezza e l’universalità come un problema di gradi».

Nel suo libro attraverso le storie del microcosmo rimanda al macrocosmo. Quanto la microstoria può dirci del mondo che ci circonda?
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Moltissimo. Quasi tutto, direi. Radicati sono, infatti, i nessi di reciprocità tra micro e macro-storia, come se l’una influenzasse l’altra in arco temporale vario e variabile, lasciando aperti scenari di riscrittura di fatti, come se accadimenti del passato, sia recente sia remoto, aspettassero ancora di essere vissuti nella loro interezza prima di considerarsi completi e chiusi -pensiamo a questioni  ancora aperte nei territori e nel vissuto individuale in relazione alla questione femminile, alla questione sociale, alla questione delle minoranze-. Nel libro riporto indicativi nessi di reciprocità tra micro e macro storia, due in particolare: 1. le ribellioni di contadini e braccianti contro forme di sfruttamento nel mondo del lavoro, contro la miseria che interessarono Adrano e la Sicilia tra  1948 e il 1953; 2.  le lotte per il mantenimento della pace nel mondo che interessarono l’Europa, l’Italia, la Sicilia, Adrano. Infatti, dopo la seconda guerra mondiale, la paventata guerra in Corea avrebbe potuto portare al sacrificio ancora una volta  padri, mariti, figli. I popoli europei manifestarono. Anche ad Adrano, l’11 gennaio 1951, il popolo manifestò. Ma, la preoccupazione non cessava anzi si ingigantiva al giungere di notizie sempre più allarmanti. Così, furono le donne a manifestare, prendere l’iniziativa, e anche la parola, per chiedere pace. Sono donne ritratte in microstorie ma incise nella storia collettiva: percorso ad incrocio, tra la donna adranita e la società, vissuto nella rivisitazione di fatti che consente uno sguardo diverso e nuovo su quello che è accaduto».

In questo libro oltre alla centralità delle donne vi è quella di Adrano. Cosa rappresenta per lei?
«Le persone, le donne cui dò voce, rimangono centrali sempre. Obiettivo della mia analisi storica non è quello di trasferire al lettore schematiche note biografie delle 176 donne ‘ritrovate’ nella memoria collettiva bensì ritrarre ciascuna donna negli ambienti in cui è vissuta, ha maturato vicende e azioni, e mantenerne così profili anagrafici e sociali. Riferirne vita e operato al di fuori degli ambienti di appartenenza ne avrebbe svilito l’identità. Ed ecco emergere, con tratti descrittivi, la Adrano di Adranite. Ovvero, Adrano come era, come è: cuore pulsante di Sicilia, città in cui “il viandante alla ricerca di impronta di uomo vi legge radici di storia”, come ho scritto nella nota introduttiva di una mia silloge poetica, Vicoli. Non mi attardo sulle visibili cicatrici lasciate da cambiamenti ambientali e urbani, preferisco fare posto alla oggettività della mia narrazione da cui traspare “cosa Adrano rappresenta per me”: densità storica custodita dalle sue antiche vestigia, vegliate da tenace Genius Loci capace di trasferire ad oggi un glorioso passato pienamente vissuto ma ancora incompiuto».

Adrano, Monastero Santa Lucia e in fondo il Castello

Da studiosa della dimensione etneo-simetina, impegnata nella valorizzazione della Valle del Simeto, quanto Adrano è stata ed è importante in quest’area?
«La Valle del Simeto, gli innumerevoli siti che ne fanno uno dei luoghi più interessanti dell’area mediterranea, si articola in entità territoriali diverse ma accomunate da elementi complementari. E’, però, nella città dei cento e più tesori, strategica per posizione territoriale – dal dongione normanno domina la valle, dalla fortificazione di Rocca Giambruno ne difendeva i territori, dal Ponte dei Saraceni manteneva contatti e transiti con l’entroterra dell’isola -, è nella “vetustissima e opulentissima” Adrano, “paradiso terrestre di Sicilia” – cito espressamente il viaggiatore ginevrino  Charles Didier – che si conservano testimonianze di siti dal valere mitologico, storico, archeologico, architettonico, naturalistico-ambientale, culturale di cui abitanti, visitatori, viaggiatori, possono continuare a fruire. E’ come se l’individuo che vi si trova ripercorresse la storia guardando in uno scrigno e leggendo in un catasto a cielo aperto le cui componenti costituiscono ‘Entità unica’. Per rendersene conto bisognerebbe viverli i luoghi adraniti, farne esperienza come hanno fatto rinomati viaggiatori: Joann Wolfgang Goethe, Charles Didier, Jean-Pierre Houëll, precursori dei più moderni aspetti di turismo esperienziale».

Ponte dei Saraceni sul Simeto ad Adrano

Le donne come motore della storia. Le donne – spesso non ricordate o valorizzate appieno nel corso del passato – come elemento cruciale della crescita di una comunità. In Adranite oltre alle tante figure da lei narrate ed interpretate, vi sono anche tante categorie di lavoratrici che hanno svolto ruoli essenziali e dimenticati. Può spiegare la sua visione delle donne nella storia?
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In ogni epoca le donne hanno rappresentato un enorme potenziale di risorse: dalla lontana rivoluzione neolitica alle lotte per l’emancipazione e il riconoscimento dei diritti. Eppure,  condizionamenti sociali e pregiudizi hanno fatto sì che siano state, e lo sono ancora, dimenticate, portatrici di un destino di rinunce, la rappresentazione verghiana della donna vede in Mena la rinuncia all’amore in nome del decoro e della dignità dei Malavoglia, o la tragica quanto idilliaca fedeltà di Diodata innamorata di Mastro don Gesualdo fino alla morte dell’uomo. Dotate di forte vitalità, le donne si sono radicate nella struttura economica della società, sul loro lavoro si è retta e si regge parte dell’economia familiare e sociale. Volutamente in Adranite presento categorie di appartenenza: masse informi – lavannàre, sirvizzànti, contadine, artigiane, professioniste – prima delle identità anagrafiche. Sofferto il processo di emancipazione delle donne, lento perché legato a complessi processi di evoluzione dei costumi. Infatti, se sono state necessarie le leggi a tutela dei diritti legati all’essere donne madri, donne lavoratrici, la legge non modifica  il costume o lo modifica poco. Il  problema rimane prettamente culturale. E bisogna cogliere il senso di un lungo ed importante percorso. La lezione di Antigone ci aiuta a ricostruire percorsi evolutivi attraverso le orme di ‘disobbedienza’, la forza di dire no a un destino convenzionale per seguire percorsi ritenuti non adatti ad una donna. E, se le donne oggi possono decidere liberamente della loro esistenza è anche grazie alla disubbidienza unita alla forza d’animo di donne refrattarie ai conformismi. Di fatto, le donne sono interlocutrici decisive per ogni processo di pacificazione, di sviluppo, di crescita sociale. Considerato che intellettuali, casalinghe, contadine, operaie, artigiane, professioniste hanno influenzato la cultura tradizionale e moderna, spesso determinandola, sarebbe auspicabile che spettassero loro ruoli di centralità nei meccanismi di sviluppo dei territori e delle comunità».

Può sinteticamente delineare settori lavorativi importanti – superati dalle tecnologie – ed in parte dimenticati in cui le donne ‘adranite’ hanno svolto un ruolo cruciale?
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Lavoro poco visibile quello delle artigiane: si svolgeva nei conventi e all’interno delle mura domestiche, sottostimato e considerato socialmente ininfluente. Eppure, anche se modesto, era fonte di sostentamento. Si dimentica pure la testimonianza letteraria fiorita attorno all’arte artigiana. L’esecuzione dei lavori, complessi e raffinati, richiedeva una capacità ideativa ed esecutiva tale da fare inneggiare a tale abilità  con canti e modi di dire popolari. In una  canzone popolare si esalta la grazia di una fanciulla intenta al lavoro d’ago: “Chi bedda figghia ch’avi stu viddanu/[…] Quannu si metti l’agùgghia a li manu, pari chi cusi  cu lu filu d’oru”.  I demologi, attenti a registrare la realtà effettuale più degli storici, riservano maggiore spazio all’antropologia artigiana, ne tramandano memoria specie adesso che i diversi settori dell’artigianato sono superati dalla tecnologia. E’ successo anche ad Adrano. Non troviamo quasi più i  pregiati lavori delle sarte e delle ricamatrici la cui arte, per dirla con il Pitrè, ‘attinge a tale finezza da suscitar meraviglia anche nei più esperti’. In Adranite ho dato rilievo a ricercate sarte come la signora Antonina Currao, la signorina Greco, le sorelle Politi e, a raffinatissime ricamatrici come Jedda».

Ricamatrici siciliane in una foto d’antan

Nel suo libro insiste molto sul dinamismo ed il concetto del cambiamento. Le donne “rivoluzionarie”. Può fare alcuni esempi?
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Lo dico nel libro: l’hanno plasmata e anche retta la società le donne, l’hanno spesso generata e scritta la ‘storia’ con abnegazione e sacrificio, con azioni e comportamenti, con i loro silenzi! L’hanno indirizzata, forzando anche gli eventi. Anche ad Adrano, in più di una occasione, è capitato che l’anello fragile della catena sociale, quella forza invisibile esercitata dalle donne abbia preso corpo per diventare forza visibile, determinata nel chiedere fino ad ottenere. Per questa sua forza, o anche per questo, la donna è da considerarsi particolare entità in movimento e riesce a operare significative continue trasformazioni che la vedono protagonista. Il concetto di cambiamento – rimarcato dalla mia indagine – ci porta a riflettere sia su analogie e differenze di stili di vita sia sulla evoluzione, lenta ma continua, delle condizioni sociali e culturali dalle donne vissute in un esteso arco temporale, riflesso della generale condizione femminile in Sicilia e oltre. Ci  permette, altresì, di abitare la storia e le situazioni della storia locale nella complementarietà dei rapporti uomo-donna in funzione di quello sguardo laterale di genere che riconosce l’importante operato delle donne capaci di influenzare il corso della ‘storia’ e segnarne l’ evoluzione. Le rivoltose ne danno testimonianza. Riporto, infatti, le prese di posizione di contadine,  panettiere, pastaie durante i disordini sociali del 1898 causati della sempre più grave crisi economica che aveva colpito Adernò e la Sicilia tutta. Quelle donne, dette rivoltose in quanto non volevano applicare i prezzi aumentati per effetto dei nuovi dazi, per qualche giorno si rifiutarono di vendere la pasta. Capivano bene quanto l’aumento del prezzo della farina, della pasta e del pane esasperava i ceti più poveri, i miserabili che vivevano di poco, di un pugno di farina. C’è, poi, l’azione forte di donne del popolo, un centinaio di donne esasperate protestò. Non vennero ascoltate quelle donne anzi vennero considerate esaltate. E, la protesta si ingigantì. Dalle prime cento arrivarono ad essere circa tremila le donne che chiedevano “pane”. Insomma, chiedevano di avere di che mangiare loro, i loro figli, le loro famiglie.  Quelle donne capeggiarono la “Rivolta del grano”.  La loro azione e il sacrificio di molte di loro ne valse il risultato: si ottenne  il ribasso del prezzo del frumento. Inoltre, le autorità provinciali concessero la fornitura di una certa quantità di grano pro capite. Era la vittoria delle donne rivoltose».

Grano siciliano

Un bel passaggio è dedicato anche alle “Donne garibaldine”. Colpisce molto la figura di Grazia Toscano. Può delinearla ai lettori?
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Grazia Toscano era donna di popolo, umile, determinata, tenace e fedele: agli ideali? Forse! Fedele forse più alle idee che circolavano in ambienti rivoluzionari sia intellettuali sia popolani, gli uni nutriti da principi etici, filosofici, di pensiero, gli altri spinti dalla miseria, dalla fame di terra da coltivare. Bisogni di riscatto sociale pressoché impossibile da raggiungere, bisogni che Grazia Toscano condivideva con il marito Benedetto Scuderi e per i quali volle continuare a lottare anche dopo la di lui morte avvenuta tra le barricate issate per resistere ai borboni. Testimonianza inconscia ma concreta la sua di complicità e complementarietà uomo-donna».

Renato Guttuso, “Battaglia di Ponte dell’Ammiraglio”

Molto curiosa e significativa è la battaglia delle capràre. Può accennare ai lettori?
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L’azione delle crapàre – donne umili ma determinate nell’agire – fu risolutiva per l’abolizione del dazio sui formaggi. Benché nel maggio del 1896, i crapàri di Adrano divennero protagonisti di una storica agitazione non riuscivano ad ottenere risultati. Consapevoli che quella tassazione avrebbe peggiorato le già misere condizioni di vita, esasperate perché il sindaco, benché avesse promesso di abolire il dazio sui formaggi, lasciava trascorrere tempo senza mantenere quanto promesso, le crapàre incitarono i loro mariti alla ribellione.  Gli uomini protestarono con più veemenza, presero a lanciare pietre verso l’abitazione del sindaco, e non si fermavano. La ribellione ebbe termine solo quando il sindaco, temendo per  la sua incolumità e che le capràre potessero estendere l’agitazione ad altre categorie di lavoratori, concesse l’abolizione del dazio sui formaggi».

Non sveliamo troppo sulle tante figure da lei raccontate, vanno scoperte con il piacere della lettura del testo. Ma un passaggio va fatto anche sulle donne aristocratiche. Ed in particolare sulle donne che hanno dato prova di notevole spirito di solidarietà per la comunità. Non solo adranite, ma che ad Adrano hanno avuto un ruolo importante. Esempio storico di alto profilo è nel Medioevo la figura di Adelasia.
«Davvero munifiche molte delle aristocratiche adernesi di cui dico in una sezione del libro a loro dedicata: la baronessa Antonia Pisani Ciancio, donna Caterina Carambia, donna Marietta Sangiorgio Sidoti, donna Agata la Bruna, donna Eleonora Milazzo, donna Filippa la Majorca, donna  Marianna La Ferla e altre. Delle loro opere ed elargizioni si conserva doviziosa documentazione negli archivi privati, nell’archivio comunale e in quello parrocchiale di Adrano. Sebbene la mia indagine si articoli tra il XVII e il XX secolo, ho ritenuto utile e doveroso contestualizzare l’operato della contessa normanna Adelasia (o Adelicia) Matilde Silvestra d’Altavilla -Avanell in quanto donna dall’alto profilo storico. In lei si ritrovano  principi ispiratori della politica normanna compendio di azioni concrete, oltre che diplomatiche, condotte con armonico sentire di donna. Adelasia mise in atto il consolidamento dei rapporti con la sede papale, azioni di ricristianizzazione di matrice latina; non prevaricando bensì tollerando culti e riti preesistenti, favorì il radicamento della professione di fede cristiana anche mediante la ripresa e la riedificazione di luoghi e di edifici di culto bizantino e islamico. Determinata nel perseguire la sua politica quanto nel mantenere il prestigio del casato, e donna profondamente religiosa, istituì in Adrano opere pie, chiese e monasteri di grande pregio e prestigio».

E’ preoccupata dall’avanzata della moda giunta da oltreoceano della “cancel culture” che rischia non solo di cancellare complesse fasi storiche del passato ma anche di indebolire il concetto medesimo della memoria?
«Non possiamo sottovalutare il modo in cui tendenze progressiste d’oltreoceano, in una certa misura utili alla difesa di libertà individuali e collettive, stiano indebolendo se non cambiando sensibilità collettive seguendo meccanismi di boicottaggio, anche in ambiti squisitamente culturali, rivendicando la cancel culture come strumento di attivismo sociale e politico. Avvertiamo la negatività di segni tangibili della rimozione se non della distruzione di ciò che è ritenuto superato, di opere d’ingegno del passato, di ciò che appartiene alla memoria. Sebbene la cultura della cancellazione segue bisogni collettivi e adotta meccanismi di ostracismo culturale e annullamento fattuale, mi conforta assistere al riposizionamento di beni, all’attenzione verso la memoria, all’affinamento dello sguardo fermo al passato, anche da parte di molti giovani».

Nel suo modo di raccontare Adrano, nella passione intellettuale verso la sua città, ho trovato dei parallelismi con la scrittrice Maria Attanasio e la sua Caltagirone. Ritiene che vi sia una similitudine sul piano della passione esistenziale e culturale?
«Sarei oltremodo gratificata se venisse riconosciuta una tale similitudine. Non potrei essere io, però, ad accostare il mio sentire esistenziale, la mia passione culturale espressa nella  mia opera alla eccellenza di Maria Attanasio, scrittrice di grande levatura che immensamente apprezzo. Ritengo che l’emergere di possibili parallelismi Adrano-Chiara Longo/Caltagirone-Maria Attanasio derivino dalle passioni culturali e dalle profonde concezioni identitarie, radicate nei luoghi di origine, che per molti aspetti  accomunano le nostre rispettive sensibilità intellettuali».

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