La mappa dei libri perduti, Palermo e Sicilia al centro della cultura classica

Libri e Fumetti Il saggio di Violet Moller, pubblicato in Italia da Mondadori, ricostruisce il ruolo del capoluogo e dell'Isola nel recupero della conoscenza della cultura classica ed ellenistica durante l'età di mezzo. Tra aneddoti, curiosità e approfondite analisi storiche, la studiosa inglese dedica la sua attenzione anche alla città di Catania, all'Etna e agli intellettuali isolani

La centralità della Sicilia nel recupero della cultura classica ed ellenistica durante la lunga età di mezzo. È uno degli snodi cruciali che emergono da un libro interessante e ben elaborato dalla storica inglese Violet Moller. La mappa dei libri perduti, edito da Mondadori, analizza le tappe del recupero della conoscenza antica, di come era stata perduta e di come è stata ritrovata. E ne ricostruisce l’iter attraverso sette città. Nella nostra analisi ci concentriamo sulla Sicilia e in particolare su Palermo. Ma è importante cogliere il quadro d’insieme.
Lo studio parte dal fatto che agli inizi del VI secolo “le popolazioni dell’Europa occidentale erano tormentate dalle invasioni barbariche e i sovrani dell’impero romano d’Oriente attratti dall’opulenza e dal lusso: il patrimonio scientifico classico ed ellenistico sembrava in pericolo. Delle opere di Tolomeo, Euclide e Galeno erano sopravvissute solo poche copie, sparse tra Egitto, Siria, Anatolia e Grecia”.

Nonostante queste notevoli contraddizioni, i testi scientifici viaggiarono per un millennio, nel tempo e nello spazio geografico. Furono letti, tradotti e copiati nei centri di cultura medievale, riuscirono a sopravvivere e contribuirono a creare il substrato filosofico-epistemologico che fece da presupposto all’innovativa riflessione teorica che portò alla genesi della rivoluzione scientifica del Seicento. È su sette città ricche di cultura, luoghi di incontri fra civiltà differenti, che si fonda la strutturazione dell’analisi storica della Moller, che riesce a ricostruire il viaggio nel tempo compiuto dai testi anche grazie alle figure di intellettuali che hanno dedicato buona parte della loro esistenza a far “vivere”, tramandandoli, i libri di grandi autori del mondo antico. Come, ad esempio, Galeno di Pergamo, chiamato a Roma dall’imperatore per esercitare la professione di medico di corte dopo essersi formato a Smirne, Corinto e Alessandria d’Egitto, proprio dove Euclide compose gli Elementi e Tolomeo l’Almagesto.
Sette città che hanno avuto un grande ruolo storico-culturale: Alessandria, Baghdad, Cordova, Toledo, Salerno, Palermo, Venezia. Entriamo nell’analisi del ruolo della Sicilia in questo suggestivo viaggio cultural-scientifico.

La copertina del libro di Violet Moller

La copertina del libro di Violet Moller

La Moller scrive: “Nel 1160 un giovane stava studiando medicina a Salerno. Non ne conosciamo il nome né la provenienza, ma sappiamo che era particolarmente interessato all’astronomia. Così interessato che quando era venuto a sapere dell’arrivo in Sicilia di un manoscritto dell’Almagesto, aveva interrotto gli studi ed era partito per andare a cercarlo. In Sicilia il libro era giunto da Costantinopoli, probabilmente dalla biblioteca personale dell’imperatore Manuele Comneno. Lo aveva portato Enrico Aristippo, studioso, arcidiacono e soprattutto primo consigliere del re Guglielmo I di Sicilia, dal quale era stato inviato a Costantinopoli per negoziare un trattato di pace. I colloqui erano andati a buon fine e Aristippo aveva destato nei bizantini grande ammirazione, cosa che gli aveva offerto l’opportunità di mettere le mani, mentre si trovava nell’antica città, su diversi manoscritti, come avevano fatto prima di lui molti altri dotti diplomatici. In che modo a Salerno il giovane studente di medicina fosse venuto a conoscenza di questi fatti non ci è dato sapere, ma la vicenda rivela le strette connessioni che in quel momento esistevano tra la città campana e la Sicilia, e mostra che la fama del capolavoro di Tolomeo aveva raggiunto l’Italia meridionale”.

Pieni di fascino intellettuale sono i passaggi che la Moller dedica alla Sicilia Orientale ed in particolare a Catania ed all’Etna. L’autrice afferma: “È chiaro che gli studiosi europei stavano prendendo coscienza del patrimonio della scienza classica e araba, ed erano decisi a farlo proprio. Il tragitto che lo studente salernitano dovette affrontare per giungere in Sicilia era considerevolmente più corto della traversata del Mediterraneo compiuta da Gherardo, ma era comunque pieno di pericoli, ‘le terribili insidie di Scilla e Cariddi’, per usare le sue parole, il leggendario intreccio di venti e di gorghi che rendeva il breve passaggio dalla Calabria alla Sicilia tanto difficile. Una volta al sicuro sul suolo siciliano, il giovane si diresse verso Catania, dove Aristippo era arcidiacono. Il grande studioso, però, non era, come invece ci si sarebbe aspettati, seduto allo scrittoio di qualche elegante palazzo o impegnato a celebrare messa all’altare della sua cattedrale. Il giovane fu dunque costretto a proseguire il viaggio, ‘a navigare tra i fiumi di fuoco dell’Etna’ per salire fino alla cima del monte, dove finalmente, sul bordo del cratere, trovò Aristippo, intento a studiare l’attività vulcanica”.

Il libro è ricco di notizie ed aneddoti, di analisi storiche e storiografiche. Notevole spazio è dedicato alla Sicilia normanna. Moller argomenta: “Ruggero doveva consolidare il proprio potere e imporre stabilità. Essendo stranieri ed esponenti della piccola nobiltà, per mantenere il controllo gli Altavilla dovevano inevitabilmente affidarsi alla forza bruta, all’opportunismo e alla spregiudicatezza negoziale. In mano loro la Sicilia divenne uno dei regni più ricchi d’Europa. A Ruggero succedette il figlio, Ruggero II, il quale ereditò molti dei tratti che avevano portato il padre e gli zii dalle ristrettezze della Normandia ai fasti in riva al Mediterraneo. Aveva però qualcosa che a loro mancava: l’istruzione. Ruggero morì quando il figlio era ancora bambino, lasciando la giovane moglie, Adelaide, come reggente. Donna formidabile, Adelaide, che aveva sposato Ruggero quando questi aveva sessant’anni e lei appena quindici, sovrintese alla formazione scolastica del figlio e fece in modo che i tredici fratelli maggiori del bambino, nati dai primi due matrimoni del marito, fossero esclusi dalla successione”.

La storica inglese si sofferma sulla moderna ‘tolleranza’ di Ruggero II, sul suo legare tradizione ed innovazione, sulla sua attenzione alla dimensione culturale. “Ruggero II proseguì molte delle politiche del padre. Mantenne la linea di tolleranza verso le altre fedi e si autoproclamò protettore di tutti i popoli a lui assoggettati. La sua principale preoccupazione era quella di conservare saldamente il controllo del regno assicurando pace e stabilità ovunque possibile. Era una sfida continua. L’atmosfera di apertura che regnava a corte era molto lontana da quella che si respirava nelle campagne, nei villaggi e nei piccoli centri rurali, dove raramente i vari gruppi erano ben integrati. Nel sofisticato mondo di corte, invece, il panorama era tutt’altro: vi si trovavano uomini d’impegno, ben accolti indipendentemente dalla fede professata o dal popolo di appartenenza, mercanti di tutto il mondo conosciuto intenti a trattare – e raggirare – in ogni lingua, e diplomatici venuti da terre lontane per promuovere gli interessi dei propri paesi. Nelle grandi città come Palermo, inoltre, anche se le comunità tendevano a raggrupparsi in base alla fede religiosa, dando vita a specifici quartieri, il contatto tra le persone era talmente stretto che ne scaturiscono rapporti di amicizia e collaborazione. Il regista di tanta apertura culturale era lo stesso Ruggero”.

Ruggero riceve la corona da Cristo (mosaico nella Chiesa della Martorana di Palermo)

Ruggero riceve la corona da Cristo (mosaico nella Chiesa della Martorana di Palermo)

Moller ricostruisce il contesto storico-culturale della corte di Ruggero, si sofferma sulle pluralità di culture che si incrociavano ed intersecavano, sulla pluralità di lingue. Così la descrive: “La corte di Ruggero era notoriamente trilingue; per sé il sovrano si serviva di appellativi greci, latini e arabi, non disdegnando di firmarsi ‘Basileus‘ invece che Rex‘ o di definirsi tanto ‘ protettore dei cristiani’ quanto ‘potente per grazia di Allah’. I dotti greci, latini e arabi da lui impiegati redigevano documenti ufficiali in tutte e tre le lingue, scrivendo i più importanti con inchiostro d’oro o d’argento su lussuose pergamene purpuree. Anche l’ebraico aveva una sua importanza, e la comunità ebraica di Palermo partecipava alla vita politica e culturale della città. Questo multilinguismo rifletteva direttamente l’idea del sovrano secondo cui tutti i popoli della Sicilia dovevano sentirsi accolti e protetti, a conferma e legittimazione del potere monarchico”.

Il simbolo più alto del suo impegno nell’ambito intellettuale e di quelle che modernamente possiamo definire politiche culturali “è il trattato geografico che commissionò a uno dei suoi più stretti consiglieri, lo studioso arabo al-Idrisi, arrivato a Palermo nel 1138. Il titolo dell’opera, scritta in arabo, suonava in origine ‘Intrattenimento per chi si diletta di girare il mondo‘, ma successivamente fu abbreviato nel meno immaginifico Tabula Rogeriana, o Il libro di Ruggero.
Ruggero II
passò a miglior vita prima che il libro fosse completato, ma il suo successore, Guglielmo I, fu in grado di sfruttare l’opera di al-Idrisi, che nel frattempo era stata corredata di settanta mappe regionali, e uno spettacolare planisfero realizzato in argento puro. Nell’introduzione alla sua traduzione del Fedone platonico Enrico Aristippo afferma che Guglielmo era un sovrano eccezionale, ‘la cui corte è una scuola, la cui compagnia è un Ginnasio, le cui singole parole sono aforismi filosofici, le cui questioni sono inestricabili, le cui soluzioni non lasciano nulla di indiscusso, la cui passione (studium) non lascia nulla di intentato’. L’anonimo studente che abbiamo incontrato all’inizio del capitolo si trovò in questo ambiente. Dopo essere riuscito a procurarsi l’Almagesto, e verosimilmente dopo aver convinto Enrico Aristippo a consegnarglielo, si rese presto conto di non avere le conoscenze necessarie, né in astronomia né in greco, per mettersi a lavoro. Si buttò quindi a capofitto nello studio dei Dati, dell’Ottica e della Catottrica di Euclide, nonché del De motu di Proclo”.

Qui entra in gioco un fattore rilevante sul piano della storia della cultura e della scienza, va infatti ricordato che chiunque studiasse l’Almagesto “doveva prima leggere gli Elementi, non è illogico supporre che il nostro traduttore fosse partito da quest’ultimi, o che vi avesse comunque messo mano”. L’autrice è dunque convinta che alla metà del secolo, “in Sicilia doveva esserci una copia manoscritta degli Elementi in greco”. Ma da quale luogo poteva provenire un’opera così importante? Per Moller “l’origine più probabile è Costantinopoli. Sappiamo che nella capitale bizantina a Enrico Aristippo era stata consegnata una copia dell’Almagesto, e non è irragionevole pensare che insieme a quella gli fosse stata data anche una copia degli Elementi”.

La storica Violet Moller

La storica Violet Moller

 

Il filo rosso della storia culturale conduce dunque alla Sicilia che grazie ai normanni diventò non solo una grande potenza “ma anche un punto nodale al centro del Mediterraneo dove il pensiero poteva circolare da una cultura all’altra. E nella rutilante corte della Palermo normanna l’attività di studio divenne, per la prima volta dall’affermazione del cristianesimo nel continente europeo, appannaggio del mondo laico, creando un modello destinato a essere imitato per secoli dalle corti di tutta Europa. Grazie ai normanni il retaggio culturale dell’impero bizantino e di quello islamico poté arrivare all’Occidente europeo, modificando in profondità la cultura di corte e le modalità in cui il potere trovava espressione. I normanni meritano dunque un posto accanto agli Omayyadi e agli Abbasidi nel pantheon dei sovrani che, con il loro interesse per la cultura e il loro talento intellettuale, hanno saputo ampliare le frontiere della scienza”.

In una fase come quella attuale piena di dimenticanze e di scontri alimentati spesso da letture superficiali del passato, da politiche piene di slogan e vuote di contenuti, è quanto mai importante recuperare la memoria storica, che può far luce in maniera profonda su snodi cruciali che hanno portato all’incontro fra culture ed allo sviluppo della civiltà occidentale.
Un libro da leggere e da studiare, una lettura affascinante e coinvolgente.

Commenti

Post: 0