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La cultura non è democratica

Blog La cultura e le arti non sono miracolose improvvisazioni del genio autodidatta, al contrario: esigono un tirocinio e anzi un’ascesi impervia e prolungata. E giacobina non può che essere, della cultura, la trasmissione. Penso alla TV di Bernabei con un solo canale o due, quando la casalinga di Voghera ogni sera assisteva a un Pirandello o a un Bergman. La scelta libera invece adegua l’offerta alla domanda dei più, degli incolti, dei pigri; e dunque comporta l’azzeramento della qualità

Dite quel che volete, esaltate pure il poeta della domenica e la recensione del blogger, il teatro della parrocchia e la rock band del collettivo Garage Occupato, l’opinion maker con mille like sui social e i romanzetti del ragionier Quattrocchi (tutti, per carità, leciti passatempi), strombazzate pure i meriti della creatività diffusa e spontanea, ma la cultura (e la sensibilità, le conoscenze, i valori connessi) è altrove, perché non è, non può essere democratica.

Intendo dire, anzitutto, che la cultura e le arti non sono miracolose improvvisazioni del genio autodidatta, al contrario: esigono un tirocinio e anzi un’ascesi impervia e prolungata, frutto di tormenti ed estasi, di congetture e fallimenti, di visioni e calcoli, di idee sposate e tradite, di maestri venerati e uccisi, di elitarie opzioni e di scorbutica impopolarità. Intendo dire che hanno a che fare con la “musica dell’uomo solo”, col romitaggio dell’anacoreta, con il bosco dell’“anarca” di Jünger, non con l’odierno stupidario che prescrive il “gioco di squadra” da partitella all’oratorio o peggio il monitoraggio degli umori delle folle, delle voglie brulicanti nel “territorio”.

Non mancano le eccezioni, certo: tanta grande musica, dal blues al jazz, dal fado al “choro”, ai canti del lavoro e della protesta e così via elencando, nasce nelle strade, nelle bettole e nei bordelli, nei campi e nelle carceri, ma poi spetta agli artisti elaborarla, e del resto Dio ci salvi dal folk stucchevole e falso dei marranzani e dei tamburelli, e dalle orchestrine che fracassano i cabbasisi nei ristoranti. Mi raccontavano che un grande storico siciliano, Rosario Romeo, una sera li cacciò indignato dalla trattoria in cui cenava, urlando che i contadini che penavano nelle nostre campagne non avevano tempo né voglia di intonare le smorfiose strofette di “Ciuri ciuri” o di “Si maritau Rosa”.

Intendo dire, inoltre, che autoritaria, giacobina non può che essere, della cultura, la trasmissione. Penso ai bei tempi della TV di Bernabei con un solo canale o due, quando la casalinga di Voghera o il posteggiatore di Raddusa ogni sera non potevano che assistere a un Pirandello o a un Bergman, non potevano ascoltare che Ungaretti intervistato all’“Approdo” o Brahms diretto da Von Karajan, non potevano divertirsi che grazie al varietà intelligente di “Studio uno”, non seguivano le puntate di Beautiful ma quelle dei Fratelli Karamazov.

Corrado Pani, a sinistra, ne “I Fratelli Karamazov” di Sandro Bolchi del 1969

In quei tempi felici nelle università si tenevano corsi monografici di approfondimento e di ricerca mentre ora si smerciano minute ed elementari “competenze” spappolate in moduli e crediti, commisurate alle poche ore di sgobbo del discente fra i post di Instagram e il mojito alla movida. E sul comodino delle signore di media cultura c’erano i libri di Moravia, Pavese, Sciascia, Bassani, Cassola, Morante, Soldati e non Gramellini o peggio Vespa, la Ferrante o peggio Fabio Volo, perché le case editrici pubblicavano quei grandi autori, non la pseudo-letteratura di facile consumo, propizia di indisturbate digestioni. La scelta libera apre invece al mercato, adegua l’offerta alla domanda dei più, degli incolti, dei pigri; e dunque comporta l’azzeramento della qualità, i Bonolis e le D’Urso, le scatole di “Affari tuoi” e le copule nell’Isola dei famosi, infine i tanti – troppi – gialli e noir, e nipotini/e di Montalbano, che oggi ingorgano gli scaffali d’una borghesia senza respiro né memoria.

Non rimpiango le lezioni ex cathedra, ci mancherebbe: ho sempre sostenuto e tentato di praticare una didattica interattiva, dialogica, creativa, e benedetto il Sessantotto che fece scendere i baroni accademici dal loro pulpito; ma anche la più “aperta” e colloquiale delle lezioni presuppone l’iniziativa e il coordinamento di un unico soggetto, di un demiurgo sia pur dissimulato. E non si dica, tornando all’alfabetizzazione televisiva, che far subire Dostoevskij o Visconti a ignare cavie era un atto di violenza, che gli spettatori e i lettori di allora non capivano e soltanto subivano. Subivano? Forse, ma come gli apostoli subirono le lingue di fuoco della Pentecoste. Mi spiego meglio con un racconto.

Manifestazione sessantottina

L’anziana cameriera di un mio amico si alzava ogni mattina alle quattro per andare alla prima Messa. Arrivata in chiesa si addormentava regolarmente. Il mio amico le chiedeva: “Ma perché vai ogni mattina in chiesa, se poi ti addormenti?”. Lei rispondeva, nel suo bel dialetto: “Iù dormu, ma l’armicedda mia si nni pigghia”. «Io dormo, ma l’animella mia se ne imbeve»: ecco, anche il pubblico più ignaro d’allora, pur non sapendo nulla di teatro elisabettiano, di cinema nipponico o di poesia ermetica, si imbeveva di Shakespeare o di Kurosawa o di Ungaretti; e credetemi, qualcosa e non poca passava, e la coscienza si dilatava, l’anima respirava, e nelle case e nelle scuole, nelle parrocchie e nelle sezioni del PCI crescevano detentori di buon senso e di buone maniere, non elettori di Salvini o della Meloni. E vi par poco?

I grandi principi egualitari e libertari della Rivoluzione francese non furono partoriti da un cenacolo di pacifici benefattori, e a battezzare il Diritto e i codici della convivenza civile furono le armate di Napoleone, non un gruppo di studio d’innocui giuristi dell’ateneo di Tubinga. Non invoco certamente un Saint Just o un Bonaparte; ci basterebbe un maestro Manzi di Non è mai troppo tardi, con tanto di lavagna e abbecedario, di analisi grammaticale e di analisi logica, di educazione civica e di compiti a casa. Già, compiti a casa: un bel po’ di poesie a memoria, di versioni di latino e (avrebbe detto Vittorini) di “nuovi doveri”.

Alberto Manzi, maestro televisivo negli Anni 60

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