domenica 15 settembre 2019

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La bellezza del teatro corale rivitalizza una Fedra misurata

Recensioni

Diretto da Carlo Cerciello, ha debuttato a Siracusa l'ultimo spettacolo del 52° ciclo di rappresentazioni classiche dell'Inda, un lavoro di squadra ben riuscito che ha saputo sostenere il non facile confronto con il palcoscenico siracusano, una messa in scena raffinata che replicherà a Segesta e Taormina


di Lavinia D'Agostino

«Anche nell’Atene del V secolo la città era parte del teatro, e il teatro parte della città». Con queste parole il commissario straordinario della Fondazione Inda, Pierfrancesco Pinelli, ha annunciato al debutto di Fedra il tema e i titoli del 53° Ciclo di rappresentazioni classiche di Siracusa, quelle che prenderanno il via nel 2017 ed avranno per tema “Il teatro e la città”. Si torna “all’antico” con due tragedie e una commedia: “Le rane” di Aristofane che tornano dopo 15 anni dalla messa in scena di Luca Ronconi; “I Sette contro Tebe” di Eschilo, rappresentate solo una volta nel 2005, e “Le fenicie” di Euripide a distanza di 49 anni dall’ultima rappresentazione, che Pinelli annuncia sarà un «remake dello spettacolo messo in scena nel 1968» che, ricordiamo, era firmato alla regia da Franco Enriquez, con le musiche di Mikis Theodorakis, coreografie di Marise Flach, scena e costumi di Emanuele Luzzati.

L'ingresso di Fedra, Imma Villa - Ph Franca Centaro per  Inda

In un teatro greco pieno di gente, ma non quello delle prima a cui siamo abituati, ha debuttato ieri sera “Fedra” di Seneca, nella traduzione di Maurizio Bettini, messa in scena dal regista Carlo Cerciello. Una grande produzione, curata nei minimi dettagli e degna di essere rappresentata in alcuni dei più importanti palcoscenici siciliani (sono già previste le repliche a Segesta il 31 luglio e a Taormina il 3 e 4 settembre).
«Noi siamo degli artigiani – aveva dichiarato il regista Cerciello alla presentazione del 52° Ciclo – e sperimentiamo. Quella del teatro di pietra è una esperienza assolutamente nuova e penso che l’idea faccia tremare i polsi». Una “tremarella” che ha portato bene (forse perché a teatro sentirsi troppo sicuri non è mai bene) e il sodalizio Carlo Cerciello-Imma Villa (coppia nella vita e sulla scena, che tante e tante volte ha già lavorato insieme) ha convinto e conquistato il pubblico. La loro Fedra è una messa in scena raffinata e audace, uno spettacolo bello sotto tutti i punti di vista. Ma il merito è da condividere equamente, un lavoro di squadra ben riuscito che ha saputo sostenere il non facile confronto con il palcoscenico siracusano.

Bruna Rossi e Imma Villa - Ph Franca Centaro per  Inda

Partiamo dai punti che maggiormente ci hanno colpito: le musiche straordinarie di Paolo Coletta, per nulla invasive, che donano freschezza alla scena. Elementi percussivi di varia natura, ma anche composizioni al pianoforte con un pizzico di elettronica che non guasta. Poi i costumi di Alessandro Ciammarughi, curati nei dettagli, che giocano con le forti contrapposizioni di colori: porpora/dorato per i regnanti e bianco/verdi con un chiaro richiamo alla purezza della natura, in quelli degli altri personaggi. Un gioco di colori che riprende anche la scenografia di Roberto Crea (esaltate dalle luci, che in questo spettacolo giocano un ruolo di primo piano): un lungo filare di alberi spogli, a destra dorati e a sinistra verdi, che dividono idealmente la scena in due: la reggia da una parte e il verde regno di Ippolito dall'altra. Al centro, lì dove i filari si toccano, il colore degli alberi si fa nero, la scenografia crea un corridoio, ed è proprio questo il punto di contatto con l’Ade: da qui tornerà Teseo e da qui uscirà di scena, ormai suicida, Fedra.

Circondata dal coro femminile, le ateniesi come delicatissime ballerine vestite di tulle, la Fedra interpretata da Imma Villa, seppur pazza d’amore per il figliastro Ippolito, è misurata, forte, mai sbavata. Forse poco passionale. E’ lei che nel suo primo incontro con la nutrice (una convincente Bruna Rossi che cercherà invano di convincere Fedra a non svelare il suo sentimento incestuoso urlando: “Amore non è un dio!”) si mette a nudo abbandonando le vesti regali, reso scenicamente da un abito/corazza dal lunghissimo mantello lavorato d’oro, che resta in piedi da solo, anche senza che il corpo lo contenga.

Le Corifee

Degno di nota il coro degli allievi del terzo anno dell’Accademia d’arte dramma antica – Scuola di teatro Giusto Monaco, che in questa messa in scena, oltre alle parti di recitazione corale, danzano e cantano. Una menzione particolare va all'interpretazione canora di Elena Polic Greco (che avevamo già avuto modo di apprezzare ne Le Supplici di Eschilo di Moni Ovadia e Mario Incudine lo scorso anno) e Simonetta Cartia.

L’ingresso di Ippolito (il palermitano Fausto Russo Alesi, che a tratti tradisce uno spiccato accento del Sud), un vigoroso giovanotto vestito come un selvaggio ( “Perché ha sangue amazzone. Detesta tutte le donne”) è anticipato dalla danza tribale (merito al coreografo Dario La Ferla che ha fatto un gran lavoro valorizzando i ragazzi dell’Inda) del coro maschile “vestito” secondo lo stesso stile.
Ippolito ha un solo obiettivo nella vita, anzi due: vivere libero per cacciare le fiere, e tenersi alla lontana dalle donne “Le donne sono maestre a generare delitti – dirà- Femmine, razza maledetta!”

Ma la tragedia è dietro l’angolo, e quando Fedra gli dichiarerà il suo amore, prima a parole e poi con un bacio a stampo sulla bocca – Ippolito andrà su tutte le furie: “Che abominevole adulterio. Tu superi nella vergogna tutta la stirpe delle donne”. Sul rifiuto di Ippolito sarà la nutrice a denunciare al popolo, mentendo, lo stupro di Fedra.

Fausto Russo Alesi - Ph Franca Centaro per  Inda

L’epilogo è presto detto. Teseo (lo stesso Fausto Russo Alesi questa volta con un abito regale dai toni azzurrini), appena rientrato dopo 4 anni trascorsi negli inferi, apprenderà del millantato stupro, e farà ridurre in brandelli il figlio Ippolito, chiedendo aiuto a Nettuno. Ma proprio quando il messaggero (Sergio Mancinelli, già apprezzato nell'Alcesti di Cesare Lievi) ricoperto di sangue termina di raccontare l’atroce scempio del corpo di Ippolito (i cui brandelli racchiusi in fagottini insanguinati sono cosparsi sugli alberi), a Teseo verrà rivelata la verità da Fedra, spingendolo a un rimorso tale, da desiderare il ritorno agli inferi. Pochi applausi a scena aperta, ma pubblico soddisfatto sui saluti finali.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 24 giugno 2016





Lavinia D'Agostino

Palermitana classe '78, vive a Catania per scelta. È convinta che due cose la leghino a questa città: l'accoglienza e l'allegria. È iscritta all'Ordine dei Giornalisti dal 2000 ed è giornalista professionista dal 2014. Nel tempo libero ama conoscere, parlare e cucinare.


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