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Io, Thapsos, ci sono

Blog Tremila e settecento anni fa, dalle coste basse del Mediterraneo migravano uomini in cerca di un futuro diverso, sbarcando su questa penisola piatta, legata a terra da un istmo sottile quanto un respiro. Fecero capanne di legno e paglia su base circolare di pietra, organizzando il primo villaggio urbanizzato della Sicilia...

E’ domenica mattina di un inverno mediterraneo spaventato dal Covid. Un inverno ritirato. E anche se la luce tesa sull’erba da pascolo brado e sui calcari bianchi, può fare uno scherzo di latitudine, non sono affacciato sul Mare del Nord.
Questa è Thapsos, la terra promessa, suo destino evidente.

Necropoli di Thapsos – ph Rosolino Cirrincione

Tremila e settecento anni fa, dalle coste basse del Mediterraneo migravano uomini in cerca di un futuro diverso, sbarcando su questa penisola piatta, legata a terra da un istmo sottile quanto un respiro. Fecero capanne di legno e paglia su base circolare di pietra, organizzando il primo villaggio urbanizzato della Sicilia; seppellirono i loro morti dentro la roccia, forse anche qui inventando la prima necropoli: vita e morte da primato.

Una nave al largo – ph Sergio Mangiameli

Alzo lo sguardo sul mare, al largo c’è un palazzo che galleggia con migliaia di uomini e donne e bambini dentro, in attesa che la quarantena da Covid finisca. In attesa di sbarcare anche loro, che vengono dalle coste del sud di questo mare, e vogliono camminare su questa terra promessa.
Mi volto verso la terra promessa e vedo gli ultimi bagliori di una civiltà al termine, fumi di ciminiere stanche, che da cinquant’anni bruciano petrolio per farne derivati, a uso e consumo anche mio.

Ma i resti rantolano attorno a me. Sono fossili bruciati di ferro, schegge residue di un passaggio famelico, di chi ha morso e sta fuggendo via. Capannoni e stabilimenti abbandonati al tempo che viene già, agli stormi di fenicotteri che sostano appena dietro, alle Saline di Priolo, area protetta. Mi sale un conato di vomito dolce, a ricordarmi che non c’è coerenza nell’animo umano, che può esistere tutto e il suo contrario dentro la pelle di un uomo, nelle volute di un popolo o in un luogo come questo. Basta lasciar scorrere il tempo e quello che si credeva prima, ora si combatte, o viceversa.

Resti di alloggi della seconda guerra mondiale – ph Rosolino Cirrincine

Thapsos è la terra promessa, difesa con i cannoni della seconda guerra mondiale, diventati scheletri raggomitolati e accatastati di vergogna nei pressi dei cessi dei soldati di stanza, adesso ricovero postmoderno per vacche al pascolo.
Thapsos come un amore conquistato, vissuto, difeso, rifugio sotterraneo alle bombe che piovevano dal cielo, quindi un amore bombardato e poi usato senza freno per le grasse risate di finto benessere, e infine abbandonato e in ultimo ripreso per due dita, scoprendo che ancora, quest’amore, non è morto. Le due dita sono una zona archeologica recintata e un’area naturalistica chiusa.

Radiofaro – ph Sergio Mangiameli

Ma i catenacci non hanno mai fatto bene a nessun amore.
Guardo la sottile striscia di terra, il respiro imperterrito di quest’amore commovente che resiste. Davanti a me, c’è un faro recente, un radiofaro. Come a dire: “Io, Thapsos ci sono ancora. Mi sentite, ma chi riesce a vedermi davvero? Ce la fate a promettervi qualcosa che sapete mantenere?”

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