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In morte ru papà

Blog «Mamma, voglio l’arancina!!» disse il bambino rompendo la "sacralità" del rito della veglia funebre in casa Troya. Fu la "spontaneità" del pargolo a "convincere" gli adulti ad abbandonare ogni ritrosia e buttarsi a capofitto sulle appetibili "guantiere" del "cunsulato"

«‘U papà, murìu ‘u papà…» ululava la cinquantenne figghia battendo istericamente i piedi sul pavimento. Un pianto dirotto e senza lacrime ricordava con cadenza ritmata a tutti i presenti l’enorme sciagura abbattutasi su quella casa.

Contrappunto al grido filiale, il lamento delle tre sorelle schiette del defunto che di lui elogiavano, ognuna con il proprio stile e metrica, le virtù eccellenti possedute in vita. «Quant’era bieddo» diceva la prima; «Quant’era oniesto», cantilenava la seconda e su tutte chiudeva la terza: «A buonanima da cruozza ‘i me fratuzzo!!!», e con questo dire si protendeva sul morto che ancora in verità non si mostrava malissimo ma che palesava solo un volto più affilato del solito, ed una espressione severa, quasi avesse non gradito quest’ultima esternazione circa il suo teschio, in verità ancora ottimamente nascosto da muscoli e pelle.

La veglia funebre in un disegno di Angelo Siciliano

Il catafalco si stagliava contro lo stipite del balcone con le imposte di legno socchiuse allo splendore di un giugno siciliano. Dal balcone penetrava prepotente nella stanza in funebre penombra, il profumo del gelsomino fiorito, quasi a volere, con quella sua fragranza, duellare con l’odore della morte che pian piano si insinuava nella stanza.

Dalla sala di ingresso, tenuto aperto per consentire l’afflusso delle visite di cordoglio, parenti un po’ più alla larga e vicini un po’ più stretti gestivano con accortezza, perché meno coinvolti emotivamente, il flusso dei visitatori, dando loro un veloce riassunto anticipatore circa sintomi, orario e causa del decesso, numero presenze in sala, asse ereditario ed eventuali sciarre in aria tra gli eredi.

Preciso il protocollo che regolava il cerimoniale della circostanza: giungevano tutti con andatura sciolta e passo normale fino al portone della casa del dipartito; poi assumevano, sin dai primi gradini dell’androne, una postura china associata ad una espressione dolente. Questa, invero generava spontaneamente e, da alcuni, veniva esasperata come dramma nel dramma.

Capitava infatti ad alcuni di presentarsi come suole dirsi “panza e presenza” per poi essere presi, davanti al feretro, da un attacco di panico provocato da vergogna mista a rimorso, causa il fatto di presentarsi senza un omaggio floreale; altri si vergognavano di aver acquistato un mazzo di fiori misero e striminzito; altri, ancora di essere arrivati in più di una coppia e, presentandosi con un unico mazzo di fiori, cominciavano a torturarsi nella preoccupazione che quell’unico mazzo fosse attribuito nella spesa, solo ad una coppia.

Infine c’era chi diligentemente non aveva badato a spese, ed aveva comprato una composizione floreale scelta con gusto all’uopo. Questi procedeva orgoglioso stringendolo al proprio petto, quasi affezionatosi a lui come ad una creatura, ma si vedeva scippato da un estraneo alla famiglia, di quel bel mazzo di fiori così ben sistemato e così costoso che, una volta mischiato agli altri, non poteva più essere rivendicato per appartenenza.

Una volta entrati nel saloncino adibito a sala mortuaria, l’incontro con la neo vedova ed i neo orfani rubava qualche minuto per il racconto rituale e partiva da questo momento il countdown; infatti, dagli assisi pesantemente calati su scomode sedie e caldissime poltrone in velluto disposte intorno alla bara, ogni nuovo visitatore veniva accolto con sollievo, ed in animo festeggiato come Quinto Massimo il Gladiatore, in quanto rappresentava per il seduto, l’occasione attesa per cedergli il posto, schizzare via a casa per arrivare in tempo per la cena e giacere comodo e svestito davanti al televisore. Giravano così al nuovo arrivato la calda seduta ed almeno trenta minuti da spendere in silenzio compunto.

L’arrivo ru cunsulato, nella persona delle guantiere con il mangiare calamitò l’attenzione di tutti. La fragranza, questa volta molto più prosaica, ma molto più avvincente si sprigionava da diversi vassoi che arrivavano dalla vicina rosticceria, su gentile pensiero di amici di famiglia.

Fu un preciso segnale per i più che quasi all’unisono si alzarono per lasciare agli intimi la libertà di consumare un pasto caldo. «Ma cu avi a manciari» ripetevano le zie schiette, quasi offese dall’invito! «Aiu un cutugnu nu stuomacu…» lamentava la cinquantenne figlia la cui abitudine a gratificarsi con il cibo era palese. «Un parramu i manciari ahh!» diceva la moglie Rosa.

Arancine

Le appetibili guantiere giacquero abbandonate, calde e fumanti sul tavolo della cucina e la carta inumiditasi dal vapore aderiva come una voluttuosa sottana sui corpi delle arancine, nati per l’amore dei palati, e più promettenti di una giovane donna in estro. Nessuno voleva mangiare, ma se prima era il cadavere del padre a dettare l’orbita gravitazionale dei presenti, ora inconsciamente tutti ruotavano intorno quel tavolo, allontanandosi ma subito riattratti dall’orbita del fritto.

Ma come in tutte le cose degli uomini sono sempre i bimbi innocenti a trovare le soluzioni ed a far uscire tutti dalla difficoltà. Il piccolo Vincenzo, figlio di Giuseppe l’ultimo figlio del defunto, a cui era stato proibito di circolare casa-casa, perché non era giusto che un bambino piccolo fosse presente nello stesso luogo di un morto, era stato esiliato in cucina e lì sul divano, annoiato, si era addormentato. Risvegliatosi al profumo del cibo, disse: «Mamma, voglio l’arancina!!». «Certo sangu mio» risposero i venti congiunti adulti; così in quattro e quattr’otto i vassoi capitolarono sotto gli assalti dei parenti addolorati, che a mezza arancina alla volta, non lasciarono ai gatti della signora Rosa neanche un chicco di riso, neanche quello, per caso, appiccicato all’unto tovagliolo.

Dopo aver mangiato e bevuto, perché si sa, l’arancina fritta chiama la birra, molto appesantiti ma anche riconciliati con le attività terrene si disponevano a passare la lunga notte. Questa, infatti era ormai era calata su casa Troya e la porta di ingresso veniva chiusa alle visite e le luci attenuate.

Il consòlo in un disegno di Angelo Siciliano

L’imposta del balcone venne spalancata per fare cambiare l’aria appesantita dal profumo dei fiori, dal calore dei ceri e dalla presenza umana. «Curcatevi! domani sarà una giornata pesantissima» si dicevano tutti reciprocamente; «Ma cu ‘ava dormiri» rispondeva il coro.

Fu allora che le tre sorelle schiette del defunto attaccarono, ognuna con il proprio stile e metrica, a ribadire, questa volta, in tono più basso perché era notte e perché appesantite dalle arancine, le virtù eccellenti possedute in vita dallo scomparso fratello: «Quant’era bieddo» diceva la prima; «Quant’era oniesto», cantilenava la seconda e su tutte chiudeva la terza: «‘A buonanima da cruozza i me fratuzzo!!!».

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