venerdì 22 giugno 2018

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Giacomo Cacciatore: «Emanuele Piazza vittima di una Palermo che non perdona la fantasia»

Libri e fumetti

Tra realtà e finzione, lo scrittore palermitano ha costruito “Uno sbirro non lo salva nessuno. La vera storia di Emanuele Piazza, il Serpico palermitano" sull'assenza dell'ex poliziotto che nel 1990 finì vittima della lupara bianca armata da un intrigo di servizi segreti, mafia, omertà, e amicizie tradite: «Emanuele amava Serpico, ho creato aperture più letterarie su di lui che immagina di rivivere scene del film»


di Maria Enza Giannetto

«Questo è un libro costruito su un’assenza. Un romanzo che ha un protagonista sempre presente attraverso chi, e ciò che lo ricorda, nonostante lui non ci sia più». Lo scrittore e giornalista palermitano Giacomo Cacciatore («sono nato in Calabria da padre calabrese e madre catanese, ma vivo a Palermo da quando avevo pochi mesi», sottolinea) decifra così il suo libro-verità “Uno sbirro non lo salva nessuno. La vera storia di Emanuele Piazza, il Serpico palermitano” (p 192; 18 euro), edito da Dario Flaccovio Editore. In questo non fiction-novel, in libreria dal 12 ottobre, Cacciatore ricostruisce quella drammatica e inquietante vicenda di Emanuele Piazza - ex poliziotto sparito da Palermo a 29 anni, nel 1990 – che se non fosse stato per il giudice Giovanni Falcone e per l’ostinazione dei familiari del giovane palermitano, sarebbe rimasta irrisolta e catalogata come uno dei misteri d’Italia, tanto più che dietro al caso sarà svelato, moltissimo tempo dopo, un intrigo di servizi segreti, mafia, omertà, amicizia tradita e quanto di più oscuro si possa immaginare.
Quando decide di diventare un poliziotto, Piazza fa una scelta di campo. Ma è difficile strisciare inosservato fra due mondi. Questo giovane Serpico – come lo “sbirro” del cinema, suo eroe dell’adolescenza – è fuori dagli schemi: vive con una scimmia indiana, un pitone e un rottweiler, ama la lotta libera, le moto, le immersioni subacquee e quelle nella realtà criminale dei quartieri difficili. La sua esistenza “al limite” non conoscerà perdono in una Palermo dove uscire dal seminato significa dissolversi.

Piazza con la divisa della polizia

Con la prefazione dell'ex poliziotto Giuseppe Pizzo, autore e inviato della trasmissione “Chi l’ha visto?” di Rai 3 che si occupò del caso nel 1990, il libro di Cacciatore è frutto di un lavoro minuzioso basato su atti giudiziari e testimonianze dei familiari di Emanuele. Un libro molto diverso, per tanti aspetti, dai precedenti – “L’uomo di spalle" (Dario Flaccovio), "Figlio di vetro" (Einaudi), "Salina, la sabbia che resta" (Dario Flaccovio, scritto con due coautori), "La differenza" (Meridiano Zero) e "Se tornasse Natale" (Baldini&Castoldi) – in cui lo scrittore concede solo qualche brano alla divagazione letteraria su Frank Serpico ricostruendo, invece, con dovizia i particolari della vicenda e a fornire risposte a domande come “Perché Emanuele Piazza andava in giro con una lista di nomi di 136 sanguinari latitanti di Cosa nostra? Chi lo aveva incaricato? Perché, quando sparì, nessuno si assunse la responsabilità di quell’incarico?”.Cacciatore, com’è nato l’interesse per la storia di Emanuele Piazza?
«Emanuele era un giovane molto popolare a Palermo. Anche mia moglie (la giornalista ed editor Raffaella Catalano, nda) l’ha conosciuto quando era ragazza e mi ha sempre parlato di quanto quella vicenda scosse tutti i giovani della fine degli anni ’80. Mi ha molto incuriosito questa figura così singolare che viveva con il suo cane rottweiler, un pitone e una scimmietta indiana e spesso se ne andava in giro proprio con questa sulla spalla. E poi amava la lotta libera, le moto, le immersioni subacquee. E soprattutto, Emanuele, nato in una famiglia borghese, amava anche la vita di strada e si muoveva con disinvoltura tra vie dritte e trazzere tortuose, gente giusta e gente sbagliata».

Perché uno scrittore decide di raccontare una storia già nota, rinunciando alla suspense e, in parte, alla creatività?
«Mi sono chiesto anch’io perché ho deciso di affrontare questa sfida. La cosa più interessante è stata quella di partire da una storia che si sa già come finisce, anche nei dettagli, e riuscire a mantenere una tensione narrativa, di ritmo, attesa e sospensione per il lettore. Poco mi interessava dare il colpo di scena finale come si farebbe in un giallo. Mi sono ritrovato a costruire una storia attorno alla vittima di un’assenza e a ricostruirne la personalità attraverso ciò che il suo non esserci poteva raccontare. Il libro, di fatto, è basato per almeno l’80% sugli atti processuali e sulle testimonianze del padre di Emanuele, l’avvocato Giustino Piazza e di uno dei fratelli, Andrea che mi ha molto aiutato con informazioni private e materiale video e fotografico, come la foto inedita che abbiamo usato per la copertina. Non nascondo che ho fatto un po’ fatica a tenere a freno la mia vena letteraria e rimanere dentro il solco della cronaca, anche se mi ha molto aiutato la mia esperienza giornalistica e la mia passione per il True Crime americano. Di fatto, non sono riuscito a trattenere fino in fondo la parte immaginifica e, siccome sono un appassionato di cinema, ho agganciato a questa passione quella verificata e documentata di Emanuele per il personaggio di Serpico e ho creato aperture più letterarie su di lui che immagina di rivivere scene del film».

Questo libro, questa storia, si prestano a diventare un film.
«Me lo dicono in tanti, come è successo per altri miei libri in passato. Posso solo dire che, purtroppo, nella pellicole, troppo spesso il senso del romanzo viene capovolto e i risultati non sempre mi convincono. Mi sono, quindi, ripromesso che se qualcuno mi dovesse chiedere il soggetto, non collaborerei, ma rileggerei solo alla fine la sceneggiatura».

Che idea si è fatto di Emanuele?
«Era un ottimo poliziotto. Era anche riuscito ad arrivare in una zona di eccellenza ma poi dalla Narcotici di Roma era uscito senza dare tante spiegazioni perché, pare, si fosse scontrato con una realtà sotterranea che lo aveva disgustato. Il bacillo dell’investigatore non lo aveva però abbandonato tanto da pensare di entrare nei servizi segreti. Di sicuro, nonostante questo suo modo di fare apparentemente infantile e disincantato, non era affatto un bambino e per nulla uno sprovveduto. Suo padre raccontava spesso di come lui sapeva tacere lungamente oppure raccontare con tanto di quel fumo da ottenere lo stesso effetto del silenzio. In qualche modo, mi sono convinto, che anche questo fosse un vantaggio per il suo lavoro, perché era davvero in grado di mantenere un segreto e di confondere le acque. Anche questa sua appariscenza, chissà, forse era un modo per mascherarsi per celare tutto ciò che si portava dentro».

Giacomo Cacciatore

Anche in questo libro Palermo ha un ruolo da protagonista. Senza questa città, Giacomo Cacciatore sarebbe lo stesso scrittore?
«Non so se è stata questa città a ridurmi così (ride). Sono cresciuto all’Albergheria a Ballarò, che è un po’ il nucleo della Palermo più vera e forse per questo, sin da piccolo, ho deciso che volevo raccontare storie, anche se in realtà avrei voluto fare il regista. In questo romanzo, di fatto, c’è il quadro di una Palermo che non perdona la fantasia e l’innocenza, forse un po’ la mia cifra stilistica in tutto quello che ho scritto finora: il tema dalla disillusione di chi si avvicina con innocenza a una realtà dura senza conoscerla e si fa male, psicologicamente e persino fisicamente».

Il libro sarà presentato il 27 ottobre, alle 18, al Punto Flaccovio, in via Federico Garcia Lorca 5 a Palermo. Interviene il giornalista Salvatore Cusimano, le letture saranno di Massimo De Trovato.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 23 ottobre 2017
Aggiornato il 02 novembre 2017 alle 21:01





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