Francesco Randazzo e il confronto fre generazioni tra vita e morte

Libri e Fumetti Lo scrittore e drammaturgo siracusano parla del suo recente "Tu non lo sai da dove vengo", una discesa agli inferi a catania, la città della lava, attraverso un fitto confronto dialettico tra un uomo di mezz'età e un vecchio barbone: «Forse anche un solo personaggio che racchiude la disillusione del passato e l'indeterminatezza del presente»

Francesco Randazzo è uno degli autori più originali nel panorama teatrale italiano. Nato a Siracusa, è stato allievo di Andrea Camilleri alla “Silvio D’Amico”, nello scorso aprile è andato in scena alla Sala Musco di Catania il suo testo “Tre donne oltre il limite”, interpretato da Rossana Veracierta. Dimostra anche di essere un fine narratore con il suo recente libro “Tu non lo sai da dove vengo” (MZ editore), un lungo racconto che ha per protagonisti due uomini, uno di mezz’età e un vecchio barcollante che s’intrufola nella sua Renault Clio per essere accompagnato in una via di Catania. Inizia così una discesa agli inferi nella città di lava, attraverso un fitto confronto dialettico.

Francesco Randazzo al Musco di Catania, foto Antonio Parrinello

Chi è veramente l’anziano personaggio? Dice di essere un ex magistrato che si è ridotto a fare il barbone, simbolo metafora di un degrado sociale e della perdita dei valori. Ma forse è l’alter ego dello stesso uomo accompagnatore, che si ritrova a fare i conti con la sua esistenza, i suoi fallimenti. Sullo sfondo la città più noir d’Italia, e non solo per i suoi colori monocromatici, ma perché assurge a condizione di inconscio subliminale. Una sorta di entità oscura che scoperchia fantasmi e fallimenti dei due uomini. L’andamento è da monologo teatrale, flusso di coscienza che si dipana attraverso i meandri del centro etneo, con i suoi macabri misfatti, compreso l’assassinio di Giuseppe Fava. Ma l’autore si districa bene anche nelle dinamiche più prettamente narrative, il ritmo incalzante e l’equilibrio del plot che non hanno mai cedimenti di tensione. E la sciara nera dell’Etna suggella l’epilogo di questa storia on the road, di questo cavaliere errante, Empedocle moderno che svanisce nel nulla: «E’ come se tutto non fosse mai successo. Come se il vecchio non fosse mai esistito. Come se, soltanto, io mi fossi perduto. E lassù, nel sole, nel respiro di quell’aria tersa e pungente, tra le mani quel rosa soffice e sconosciuto, mi sono ritrovato. Non so per quanto tempo sono rimasto là. Poi sono sceso».

Randazzo, da dove viene questa storia?
«Da un’altrove che è “origine”, da un “hic et nunc” fuori dal tempo, dal voler raccontare una storia di generazioni a confronto, nelle mie notti insonni, popolate di dubbi e inquietudini, ma anche di immaginari slanci donchisciotteschi».

Perché Catania fa da sfondo? Non mi sembra solo un legame affettivo…
«Catania è l’alveo oscuro delle divinità ctonie, al contempo è la madre dirompente di lava, sole e mare: l’archetipo e l’ossimoro perfetto di tutte le contraddizioni. Tra infima bassezza e straordinaria elevazione, è per me un luogo di Erlebnis, condizione essenziale per cogliere tutto ciò che è vita, e contemporaneamente portatrice di Todesahnung, presentimento della morte».

Lei è principalmente un uomo di teatro, cosa avviene quando scrive narrativa?
«Che mi libero da tutte le costrizioni produttive, politiche e finanziarie che subdolamente agiscono sul drammaturgo, il quale sa che scrive perché altri realizzino concretamente l’opera. La narrativa è uno spazio di libertà e creazione assoluta, quasi anarchica, ma proprio per questo di grande responsabilità, nei confronti del proprio immaginario reso su carta, e dei lettori che dovranno entrare nelle storie e viverle personalmente, soltanto grazie alle parole, le tue».

Il vecchio del romanzo sembra lo specchio dell’altro, è così?
«Sì, volutamente la questione è ambigua, come se l’uno possa essere l’altro e viceversa, tutto trasfuso in un unico flusso di coscienza, forse anche un solo personaggio che racchiude la disillusione del passato e l’indeterminatezza del presente».

Una recente foto di Francesco Randazzo

Che cos’è per lei la scrittura?
«È il mio modo di avere un corpo a corpo col mondo. Parlo poco, scrivo molto, leggo altrettanto se non di più. Mi da la possibilità di vivere con più intensità di quanto saprei fare passando attraverso l’esistere».

E’ salvifica o una dannazione?
«Tutte le passioni sono salvezza e dannazione insieme, anche la scrittura. Ci si esalta e ci si strugge, plaisir d’amour, chagrin d’amour…».

Cosa ne pensa dell’attuale situazione culturale del Paese?
«Pessima. E in continua retrocessione. A dispetto del talento e dell’onestà di tanti operatori culturali, ci si ostina a gestire tutto con approssimazione e presunzione, attraverso modelli obsoleti, improvvisati, con una burocrazia aberrante. Provincialismo e paillettes. La cultura è un hobby superfluo, al massimo una vetrina di propaganda o merce di volgare scambio. Per fortuna ci sono tante persone, artisti e intellettuali che ostinatamente continuano a tentare di realizzare progetti di creazione; ma l’arte di arrangiarsi non è un sistema culturale, è al massimo sopravvivenza, che in questa desertificazione culturale ed etica, diviene sempre più spesso rimozione, nel migliore dei casi esodo, fisico o mentale».

Quali i suoi progetti futuri, teatrali e letterari?
«Due miei testi teatrali tradotti e presentati a Parigi e New York, un altro romanzo, e alcuni progetti teatrali in Italia sui quali, scaramanticamente e vista la situazione di cui parlavo prima, non aggiungo altro…».

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