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Emilio Greco, il buono

Blog Tratto garbato e perfino timido, il sorriso schivo. Leggendo il carteggio tra due grandi scrittori e “moralisti” meridionali, Leonardo Sciascia e Mario La Cava, l'artista catanese Emilio Greco era il "buono", che Sciascia reiterava in ogni lettera, associandolo a uno svantaggio, a quella insostenibile pesantezza dell’essere meridionali, e perciò marginali, sottovalutati. Quando a metà degli Anni 90 la sua Catania inaugurò il museo con le opere da lui donate, la sua fu la gioia dell’esule al rimpatrio

Leggendo il carteggio tra due grandi scrittori e “moralisti” meridionali, Leonardo Sciascia e Mario La Cava, mi sono imbattuto in alcuni passaggi che hanno sollecitato la riflessione e la memoria. Eccoli qui di seguito.

Sciascia a La Cava, 9 dicembre 1953, a proposito di un artista sfortunato: “La prossima volta che io e tu ci ritroveremo a Roma, lo porteremo un po’ con noi. C’è Greco che dovremmo fargli conoscere, per tante ragioni. Tu sai quanto è buono”.

La Cava a Sciascia, 23 giugno 1954: “A Venezia ho rivisto (…) il simpatico Emilio Greco, di cui ho molto apprezzato la semplicità e la bontà: per mezzo suo fui invitato a un pranzo ufficiale dato a palazzo Giustiniani in onore dei critici”. Ancora La Cava, il successivo 8 luglio: “A Venezia ho visto Emilio Greco, che mi ha fatto una grande impressione per la sua bontà e il suo equilibrio”.

Sciascia a La Cava, il 5 agosto: “Avrei tanto desiderio di incontrarmi con te. Tra giorni ci sarà l’occasione – solo che tu abbia voglia di venire a Catania, dove Greco mi aspetterà. (…) In salute non sto proprio bene, ma farò questa fatica per il piacere di rivedere due amici come te e Greco (anche Greco è un uomo buono – ed anche per lui la bontà è un handicap)”. E quel buono, reiterato in ogni lettera, ora addirittura lo sottolineava; e l’associava a uno svantaggio, a quella insostenibile pesantezza dell’essere meridionali, e perciò marginali, sottovalutati che è il tema dominante del carteggio con l’amico calabrese.

Buono, bontà: parole desuete, oggi che i mezzi hanno cancellato il fine, gli interessi hanno soppiantato i sentimenti e il cinismo legalizzato decreta la condanna del senso morale e dell’umano sentire, declassati con sprezzo a “moralismo” e “buonismo”. E quanto al nesso tra moralità e arte, mitezza ed estro, mi viene in mente un grande intellettuale siciliano, Giuseppe Antonio Borgese, che a proposito della propria opera scrisse d’aspira­re a un’unica lode: «che in nessuna mia pagina è fatta propaganda per un sentimento abietto o malvagio».

Emilio Greco

E tanto più mi vengono in mente il tratto garbato e perfino timido, il sorriso schivo dell’uomo Emilio Greco, quando ebbi la ventura di conoscerlo in occasione della consacrazione catanese da lui lungamente agognata, e lungamente negatagli dall’indifferenza o dall’ignoranza dei nostri amministratori. Da tanto tempo avrebbe voluto donare le sue opere alla città che gli aveva dato i natali, ma solo la giunta Bianco degli anni ‘90, di cui feci parte, raccolse quell’invito; e fu subito un concitato ed efficiente cantiere, quello che s’improvvisò nel settecentesco palazzo Gravina Cruyllas, dove si trova anche la casa-museo di Vincenzo Bellini, per regalare una sede degna a quella donazione. E nacque così il Museo Emilio Greco, delle cui sorti attuali nulla so, e preferisco non sapere.

Grande scultore e incisore, il catanese Emilio Greco, universalmente onorato e presente nei musei di tutto il mondo. Eppure, come tutti i nostri grandi, come Verga e De Roberto, ambiva al nostos, al ricongiungimento,  a radicarsi nelle vie tra l’Ogninella e la Civita, tra la via dei Crociferi e l’Antico Corso. Mi viene in mente la sua gioia, al Teatro Massimo Bellini e nel Museo finalmente dedicatogli, con noi della giunta comunale (e tra gli altri il caro Antonio Guarnaccia, che aveva collaborato al frenetico allestimento e ci ha lasciato troppo presto), con la figlia Antonella, col comune amico e organizzatore dell’evento Lorenzo Zichichi, col critico d’arte Giuseppe Frazzetto.

Emilio Greco, Enzo Bianco e Antonio Di Grado nel 1994 all’inaugurazione del museo dedicato all’artista catanese

Era la gioia dell’esule al rimpatrio, la gioia che manifestò ancora, giorni dopo, quando chiamò al telefono di casa mia raccontando ad Elvira la felicità di quel definitivo approdo. Poco dopo infatti scomparve, e il gonfalone della sua città sventolò nella chiesa romana dov’eravamo convenuti a salutarlo e a commemorarlo.

Con quel sorriso di fanciullo, con quelle stimmate di incancellabile “bontà”, mi piace pensare che Emilio Greco si aggiri ancora tra il loggiato di piazza Mazzini e il canto delle suore di san Benedetto, chiudendo gli occhi alla violenza del reale e schiudendoli a un sogno d’ineffabile, incontaminata purezza. Ininterrotto, quel sogno che durò una vita intera, e gli ispirò i suoi capolavori di scultore, pittore, incisore intento a modellare le sue forme al tempo stesso opulente ed eteree su quella impalpabile materia che è il desiderio, è il ricordo, è il rimpianto.

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