Elvira Siringo, storia, finzione e mistero alla ricerca del Bardo siciliano

Libri e Fumetti La docente e scrittrice siracusana in “L’ultima erede di Shakespeare” mescola la storia dei Florio, a quella di William Shakespeare e a quella di John Dee, mago alla corte di Elisabetta I. Siringo va alla ricerca di misteri letterari e lo fa con una buona dose di divertimento mista a una grande e profonda curiosità storica e filologica. Il suo ultimo libro è il racconto di una teoria, l’origine siciliana del Bardo: «Il mio romanzo vuole dimostrare un “modello Shakespeare italiano” coerente e logico»

Elvira Siringo è una scrittrice particolare. Va alla ricerca di misteri letterari e lo fa con una buona dose di divertimento mista a una grande e profonda curiosità storica e filologica. Il suo ultimo libro risponde perfettamente a questo mix di interessi e stile. Si intitola “L’ultima erede di Shakespeare” , edito da Piemme, ed è il racconto di una teoria che emerge, di tanto in tanto, nel dibattito letterario: l’origine siciliana di William Shakespeare. Il racconto di una teoria poteva essere solo un romanzo.  L’ultima erede di Shakespeare” mescola la storia dei Florio, oggi tanto in voga, a quella del poeta inglese e a quella di John Dee, matematico e astronomo, perciò mago, alla corte di Elisabetta I. Non proprio e non solo John Dee ma Sean Connery, il primo 007 della cinematografia che, nel romanzo di Siringo, si trova a indagare, per conto di Sua Maestà, l’attuale Elisabetta, su fogli di poesie in siciliano antico appartenenti a un vecchio professore siciliano. Cosa contengono quei fogli? Dove è finito il professore? Cosa c’entra William Shakespeare? E cosa cerca e chi è Elisabetta Villa? Il libro strizza più di un occhio al giallo e quindi le risposte qui restano sospese. Il romanzo parte dalla storia del rapporto tra i rami della famiglia Florio e si muove tra passato (1580) e presente. Sullo sfondo la città di Messina e i luoghi attraversati dai Florio fino all’arrivo in Inghilterra. Una storia complessa e ricca di avvenimenti e personaggi, prestati a una scrittura fluida e accattivante. 

“L’ultima erede di Shakespeare” è un romanzo complesso che si pone come punto d’arrivo di una lunga tua ricerca sul grande drammaturgo e poeta inglese. E se l’ultima erede fosse Elvira Siringo?
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Ne condivido le iniziali, ma (sorride) non sono io l’ultima erede. L’unica cosa certa è questa. Semmai sono una delle tante eredi di una tradizione culturale che quattrocento anni fa si è imposta, incorporando ed elaborando quanto di meglio era già contenuto nella cultura dell’area mediterranea. C’è un filo di continuità che lega la nostra terra al teatro, dai greci a Pirandello, passando anche per Shakespeare».

Elvira Siringo e il suo romanzo “L’ultima erede di Shakespeare”

Quando è nata la passione per Shakespeare?
«Tutto ha avuto inizio intorno al 2010 con la lettura di un romanzo: Il manoscritto di Shakespeare” di Domenico Seminerio. Quando ho avuto occasione di conoscere Seminerio, mi ha colpito la sua sicurezza nell’affermare le presunte origini siciliane del Bardo. La  biografia  ufficiale è scarna, piena di ombre e lacune, che da sempre alimentano dubbi sulla sua vera identità, un tema che ciclicamente emerge e alimenta dibattiti senza pervenire a certezze. Incuriosita ho deciso di analizzare per bene i documenti storici e costruire una mia, di certezza».

Si può definire “L’ultima erede di Shakespeare” un romanzo misto di storia e d’invenzione? Quanto di documentale c’è nel romanzo? Mi riferisco al legame tra Shakespeare e i Florio e allo scrigno che a un certo punto compare nel romanzo.
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Se per storia si considera la biografia ufficiale del Bardo, occorre precisare che in realtà si tratta solo di una costruzione posteriore, nulla appartiene ai tempi di Shakespeare, né il paese, né la casa, né i teatri, né le opere. Gli inglesi non hanno fatto altro che confezionarsi un “modello” del loro poeta nazionale, una leggenda piuttosto che un personaggio storico. In fondo non è dissimile dal “modello” messinese: la figura di Michelagnolo Florio a parità di scarse fonti, paradossalmente, appare perfino più coerente e credibile nello sciogliere alcuni enigmi. È certo che in Sicilia vissero gli Scrolla-lancia, nobili cattolici di origini milanesi, giunti a Palermo al seguito dell’imperatore Federico II. E’ certo che vi furono dei Florio provenuti dalla Spagna in Toscana e in Sicilia, ed erano ebrei sefarditi. Il giornalista Santi Paladino nel 1927 affermò, a proposito di documenti, di possederne tali da provare l’origine siciliana di Shakespeare: fondò l’Accademia Shakespeariana ma la censura fascista due anni dopo ne ordinò la chiusura e distrusse ogni atto. Forse vi era anche la famosa commedia Troppu scrusciu ppi nenti pubblicata dagli editori Spira a Messina nel 1580, diciotto anni prima che andasse in scena la versione inglese in teatro a Londra. Quanto allo scrigno, possiamo realisticamente presumere che all’epoca ne possedessero in abbondanza, per riporre i fogli da custodire con maggior cura. Confesso di non avere inventato molto, in realtà la nipote ed erede di Shakespeare, Elizabeth, ebbe a sua volta un erede che esercitava il mestiere di peltraio e fabbricava scrigni».

La presentazione siracusana del romanzo. Da sinistra l’avvocato Sebastiano Grimaldi, Elvira Siringo, e l’assessore Fabio Granata

Il libro ha una trama che segue due movimenti. Uno centripeto che mira a dimostrare le origini italiane del Bardo; l’altro centrifugo fatto delle storie dei personaggi che ruotano intorno alla vita di Shakespeare. Perché tutta questa folla di personaggi, peraltro ben disegnati tanto da far pensare a un romanzo corale?
«Per quanto riguarda il tema centrale del libro, ho avuto un approccio, per così dire fenomenico, al problema delle origini di Shakespeare. Il mio romanzo ha la pretesa di dimostrare un “modello Shakespeare italiano” coerente e logico, in grado di rispondere a tutte le questioni, anche quelle che, invece, il “modello inglese” lascia irrisolte. Naturalmente, perché Michelagnolo incontrasse Will, è stato necessario ricreare due contesti per ricostruire sia il microcosmo messinese che quello stratfordiano, entrambi popolati da una folta quantità di personaggi che ne riflettono e la vivacità culturale e le inquietudini. Inoltre c’è anche la ricostruzione di un terzo ambito, quel mondo shakespeariano dato dal suo teatro sempre corale: all’epoca fu una novità che gli permise di dettagliare molti tipi, così che ciascuno spettatore potesse trovare il proprio “doppio” e identificarsi in esso».

Il tema del doppio, infatti, attraversa il romanzo: basti pensare a Will e Michelangiolo, a Thomas e Lisa. Ma doppia è, a mio avviso, anche la scrittura, sospesa tra narrazione e metanarrazione. Ti sei divertita a citare Shakespeare e le sue opere, stravolgendole pure come per “Romeo e Giulietta”?
«Ogni personaggio ha un suo doppio perciò la storia non poteva che essere duplice, è un esperimento di rispecchiamento narrativo molto semplice che dimostra un vecchio assunto: l’immutabilità dell’animo umano, del suo patire, gioire, emozionarsi, ieri come oggi. È questa la cifra che affratella e supera le distanze fra i personaggi, non solo di spazio ma anche di tempo, generando un filo di continuità, un’eredità. Naturalmente ho lavorato anche alla scrittura modificandola per adeguarla ai due contesti storici, ma per quanto riguarda le opere non le ho volutamente stravolte, piuttosto ho cercato di immaginare da quali situazioni si siano generate, perché nel teatro “tutto è finto ma niente c’è di falso, e questo è vero”. Anche nel caso di Giulietta ho usato poco la fantasia e molto le tracce storiche alternative e non ortodosse. Pare, infatti, che la giovane sia realmente vissuta e che la sua disavventura sia stata ben più cruenta di come Shakespeare ce l’ha trasmessa».

Il Chandos Portrait di William Shakespeare, National Portrait Gallery, Londra

Al centro del romanzo c’è la massoneria. Anche in questo caso la finzione letteraria ha dovuto fare i conti sulle notizie, diremmo rumors, intorno al rapporto tra Shakespeare e i massoni. C’è inoltre l’inquietante figura del mago e il tema esoterico. È un romanzo massone che strizza l’occhio alle passioni di Umberto Eco? O nasce da una tua conoscenza diretta del mondo massone?
«Più che altro direi che al centro del romanzo c’è un po’ della storia del pensiero occidentale e il suo sviluppo, dalla culla del Mediterraneo verso l’Europa e poi oltre l’oceano verso il mondo intero. La prima associazione massonica è posteriore alla morte di Shakespeare di almeno un secolo, la prima loggia si costituisce in Inghilterra nel 1717 e considera i rappresentanti del movimento Rosacroce come i diretti progenitori. Ma anche la relazione di Shakespeare con l’Ordine dei Rosacroce va letta inversamente, cioè furono loro a trarre nome e ispirazione dal suo pensiero. Infatti, il terzo manifesto rosacrociano “Le nozze chimiche di Christian Rosenkreutz” pubblicato nel 1616 (anno di morte di Shakespeare) prende nome da un personaggio dell’Hamlet andato in scena circa dodici anni prima. È un personaggio controverso perché è un amico ma poi tradisce e la sua azione gli si ritorce contro provocandone la morte, come per una sorta di karma, di riassestamento di un ordine superiore, che è proprio ciò che desiderano raggiungere i Rosacroce, un equilibrio improntato alla giustizia, un’armonia che si generi dall’unione alchemica fra mercurio e zolfo, due elementi superiori, nobili. Tutta la storia della cultura del 16° e 17° secolo è permeata da questo passaggio, dalla vecchia magia “bassa” alla nuova scienza “alta” del mago filosofo (come il sovrano della “Nuova Atlantide” di Francis Bacon) ed è poco comprensibile se si priva di questo tassello. Naturalmente le mie conoscenze in questo ambito sono molto superficiali, si fermano all’osservazione dei simboli e allo studio esterno dell’evoluzione storico-filosofica di questo fenomeno che pure tanto ha inciso (e forse continua ad incidere) nel muovere le azioni politiche». 

A proposito di citazioni e con la più che dovuta presa di distanza, cosa ci fa James Bond in un’indagine che somiglia tanto a un romanzo di Dan Brown?
«Il complimento mi lusinga enormemente, ammetto di avere un debole per il ritmo dei romanzi di Dan Brown che tengono inchiodati fino all’ultima pagina: è uno dei miei maestri di tecnica narrativa, ma temo di esserne ben distante. Quanto a James Bond non poteva certo mancare, lui è il “doppio” del mago di corte John Dee che nel 16° secolo fu il primo 007 della storia. Lo stesso Jan Fleming ammise di essersi ispirato al celebre mago rinascimentale, che firmava i messaggi in codice per la regina con i suoi occhi seguiti dal numero perfetto 7, di averne tratto il nome destinato poi a diventare l’archetipo dell’agente segreto. Sean Connery ebbe quel ruolo nel primo film solo perché la produzione voleva risparmiare e lui era un attore sconosciuto e a buon mercato. Ma la regina dovette esserne favorevolmente colpita infatti, molto tempo dopo, ebbe modo di dichiarare alla stampa che avrebbe avuto molto piacere di interpretare la parte della bond girl, se non fosse stata alquanto impegnata a salire al trono. Così, all’apertura delle Olimpiadi di Londra del 2012, qualcuno dovette ricordarsene e le diede modo di coronare quel vecchio sogno segreto».

Sean Connery nei panni di James Bond

Le donne hanno una gran parte in questo romanzo. Te ne cito tre: Elisabetta (la prima e l’attuale), lady Diana e Susannah. C’è molta ironia nei loro ritratti.
«Il tono ironico talvolta è indispensabile, nella narrazione serve a sdrammatizzare i toni, nella vita reale serve proprio a sopravvivere. È una risorsa preziosa per le donne di ieri e di oggi. In realtà ne citi quattro, la prima Elisabetta fa da “doppio” all’attuale, il filo che le lega è la forza inossidabile, la capacità di restare in piedi davanti a tutto e l’obbedienza cieca alla ragion di Stato. Lady Diana invece, come Susannah, è piegata da un destino che ha scelto solo in parte e che non riesce a dirigere come vorrebbe, secondo i propri desideri. Entrambe sono velate di tristezza ma hanno delle grandi risorse e lasciano comunque una grande eredità al mondo, materiale e spirituale».

Dal lavoro filologico sui sonetti per scoprire le ricorrenze dal siciliano all’inglese pervieni alla certezza che Shakespeare sia siciliano. Possiamo capire le ragioni della corona inglese, ma fuori dalla finzione narrativa, quale importanza riveste questa scoperta dal punto di vista strettamente letterario?
«La questione dei sonetti, che ho ricostruito nel libro “Codice Shakespeare”, mi ha scombussolato e costretto a ripensare l’intero impianto del romanzo. La ricorrenza dal siciliano all’inglese è del tutto inventata, però nel leggerli mi sono accorta di quanto spesso fosse libera la loro traduzione. L’intera vicenda della loro pubblicazione nel 1609 è una storia romantica e avvolta nel mistero, ma ciò che più mi ha incuriosito è stato il testo della dedica. La storia ufficiale inglese ci propone una sequenza di incongruenze messe in fila per offrire un raccontino facile, ma in realtà vi è certezza che i sonetti non furono pubblicati da Shakespeare. Dunque, perché ostinarsi a chiedere a chi lui li dedicò? Semmai dovremmo chiederci: chi fu a dedicarli a lui, come è scritto in dedica: “to the only begetter” – all’unico padre».

Il “Codice Shakespeare” del 2015

C’è un passaggio che mi piacerebbe commentassi alla fine della nostra chiacchierata “Tanto nel campo della poesia quanto della vita, qualunque imitazione che sia solo una copia diventa un’ignobile finzione della verità”.
«Il tema della finzione è estremamente complesso, lo storico israeliano Yuval Noah Harari in “Da animali a Dei” la definisce: “il tratto più esclusivo del linguaggio sapiens… parlare di cose che non esistono veramente”. La finzione, se si spaccia per verità, esercita il potere di indurre gli umani ad agire attraverso la credenza in miti comuni, proprio per questo diventa uno strumento pericoloso. Essere “uguali” è uno dei miti più insidiosi, perché induce a perdere di vista se stessi per uniformarsi e combaciare disperatamente con un modello dato. La mia riflessione è legata anche al tema del doppio, che a ben vedere non è mai perfettamente tale. Dovremmo avere tutti più coscienza di essere unici, irripetibili e perciò preziosi. Tuttavia, la finzione può trovare un suo legittimo spazio nel mondo se, e solo se, ammette di essere tale. Allora può trasformarsi in un sogno, in un’imitazione creativa, in una vita parallela, con la piena consapevolezza di essere altro. Perché i sogni non devono per forza realizzarsi e diventare realtà, anzi nel loro rimanere sogni possiedono una dimensione magica in cui ci immergiamo, che ci fa stare bene. Se volessimo scomodare Aristotele,  potremmo chiamarla “funzione catartica”, o più semplicemente, abitare altre vite ogni qual volta ci caliamo nell’avventura di leggere un romanzo».

“L’ultima erede di Shakespeare” campeggia fra le novità librarie dell’ultimo mese

ELVIRA SIRINGO è nata a Siracusa, dove vive, lavora e scrive. Insegna filosofia e storia presso il Liceo Quintiliano della sua città. È sposata e ha tre figli. Si dedica alla scrittura da sempre, da giovanissima ha collaborato al quotidiano Il Diario ed è stata fra i soci fondatori del settimanale cattolico Cammino. In anni più recenti ha pubblicato alcuni contributi su riviste di storia locale, confluiti poi nel saggio storico Sogno di indipendenza. È inoltre autrice di racconti e di alcuni romanzi. I suoi interessi attuali sono tutti rivolti all’età shakespeariana, ha condensato i frutti degli ultimi anni di studio in Il Codice Shakespeare (autopubblicato), in seguito al quale è stata ammessa a far parte della Iasems (Italian Association of Shakespearean and Early Modern Studies). Dal felice incontro fra le vicende storiche inglesi e quelle siciliane, è scaturito l’intreccio del suo ultimo romanzo, L’ultima erede di Shakespeare.

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