venerdì 20 luglio 2018

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E il maggio siciliano antimafia è rimasto solo un inizio

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Mezzo secolo dopo il “Ce n'est qu'un début” del '68 francese, registriamo in Occidente il mezzo fallimento del più importante moto di rivolta della storia recente. "Quasi" 26 anni dopo il maggio siciliano di rivolta alle stragi mafiose registriamo che ancora oggi, a Palermo, non si appendono ai balconi i lenzuoli della legalità. La strada da percorrere è ancora lunga


di Gianni Nicola Caracoglia

E gira e rigira finiamo sempre per tornare al via, al punto di partenza. Ogni anno, quando arriva fine maggio e si avvicina la triste ricorrenza della prima delle grandi stragi di mafia, quella del 23 maggio che a Capaci segnò l’attacco diretto di Cosa Nostra allo Stato italiano facendo saltare per aria Giovanni Falcone, la moglie Francesco Morvillo, e Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani della scorta del magistrato palermitano, si rincorrono ricostruzioni e dietrologie per cercare di capirne di più di quella stagione militare della mafia siciliana capeggiata ai tempi dai corleonesi di Totò Riina. Ora è la volta della nuova dichiarazione “spontanea” dell’ex capo mafia Giuseppe Graviano il quale sollecitato in carcere da Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato al centro della seconda grande strage di quel terribile 1992, non solo ha fatto spallucce dichiarandosi innocente ma ha pure tirato in ballo Berlusconi, amico a suo dire, ai tempi, del cugino.
Troppo facile, così. Berlusconi non può essere la scusa per ogni misfatto. Il problema, però, non è tanto il muro di gomma del mafioso che in quanto tale a questo è preposto, a nascondere la verità, sempre e comunque, e a qualsiasi costo. Scrive la Borsellino in una lettera a “Repubblica”: “Sono andata da Giuseppe e Filippo Graviano con l’idea che può vivere e morire con dignità non soltanto il magistrato che sacrifica la propria vita, ma anche chi pur avendo fatto del male è capace di riconoscere il grave male che ha inflitto alle famiglie e alla società, è capace di chiedere perdono e di riparare il danno. Riparare il danno per me vuol dire non passare il resto della propria vita all’interno di un carcere, ma dare un contributo concreto per la ricerca della verità. Si tratta di un contributo di onestà che gli uomini della criminalità organizzata devono dare principalmente a loro stessi, perché chi uccide, uccide la parte migliore di sé. E poi soltanto contribuendo alla ricerca della verità, i figli potranno essere orgogliosi dei padri”.

Fiammetta Borsellino

La lagnanza forte della Borsellino, però, è che a distanza di un anno dalla sentenza del Borsellino Quater, non se ne conoscono ancora le motivazioni. Scrive ancora la Borsellino: “Pur nell’ambito del profondo rispetto che nutro per le istituzioni, e pur cosciente della complessità del percorso che deve portare i giudici della corte d’assise di Caltanissetta alla stesura delle motivazioni della sentenza del Borsellino quater, da figlia ritengo che il passaggio di più di oltre un anno per il deposito del provvedimento sia un tempo troppo lungo. Anche dal deposito di quelle motivazioni dipende un ulteriore prosieguo dell’attività giudiziaria, della procura di Caltanissetta e del silente Consiglio superiore della magistratura, per far luce su ruoli e responsabilità di coloro che hanno determinato il falso pentito Scarantino alla calunnia. A causa di questo depistaggio, sono passati infruttuosamente 25 anni”.
Il punto è proprio qui: di anni infruttuosi, fra non molto, ne saranno passati 26. E siamo sempre al punto di partenza, e la verità è sempre lontana. Almeno siamo arrivati alla verità che la trattativa Stato-mafia ci fu e certa politica fu coinvolta. Un po’ poco ma meglio di niente.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

In questi giorni si celebrano i 50 anni del maggio francese che rappresentò l’inizio del ’68 europeo, la stagione che doveva essere del grande cambiamento. Mezzo secolo dopo non abbiamo ancora capito se cambiamento effettivo ci fu, visto che, in tutto il mondo, e l’Europa per prima, i regressi sociali, politici ed economici sono sotto gli occhi di tutti (dal razzismo imperante ai femminicidi in Italia che manco nell’Afghanistan dei talebani, al lavoro sempre più precario e sottopagato). “Ce n'est qu'un début” urlavano i ragazzi francesi del ’68, è solo un inizio, ma tale rimase a conti fatti.

Anche in Sicilia abbiamo avuto un maggio di speranza, all’indomani della strage Falcone, quando non solo Palermo ma tutta l’Italia si sollevò contro lo strapotere mafioso. Anche quello fu “un inizio”, forte, autorevole di un cambio di passo. Anche quello è rimasto solo un inizio. Anche quello non ha prodotto i risultati veri, duraturi, buoni per tutti perché non è ammissibile che ancora oggi la gente di Passo di Rigano, a Palermo, dicano no ai lenzuoli della legalità sui loro balconi, lenzuoli realizzati dai bambini della scuola “Emanuela Loi”. Meno male che i vigili urbani abbiano scelto di renderli comunque pubblici affiggendoli sulla facciata della scuola. Un fatto molto grave che lascia l’amaro in bocca. Hai voglia a fare del 23 maggio la Giornata della legalità, hai voglia a trasmettere in tv quel giorno il film “Prima che la notte” di Daniele Vicari con Fabrizio Gifuni che racconta la vita e il sacrificio di Pippo Fava, hai voglia a eleggere Claudio Fava presidente della commissione parlamentare regionale antimafia. Qui ha ragione Maria Falcone, sorella del magistrato, la quale a commento della mancata esposizione dei lenzuoli della legalità a Palermo, ha dovuto ammettere che "Quanto accaduto, seppure limitato ad alcune persone, rende evidente però che la strada da percorrere verso la legalità è ancora lunga". Come darle torto.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 19 maggio 2018




Gianni Nicola Caracoglia

Una laurea in Scienze Politiche, una vecchia passione (mai sviluppata) per la carriera internazionale e una grande passione (poi sviluppata) per il giornalismo, in particolare per la musica e gli spettacoli. Ho diretto per 16 anni l'agenzia Blu Media, adesso dirigo SicilyMag.it. E coltivo un sogno: prima o poi andare in Brasile. "Socialmente" sono presente su Twitter, Facebook e Instagram.


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