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Che singolari azzardi della fede in Val di Noto!

Blog Da una parte c'è Antonio Staglianò, il vescovo "cantante" di Noto che definisce “pop” la sua teologia e non si nega agli applausi e alle tv. Dall'altra c'è l'anziano asceta belga Ugo Van Doorne che medita in solitudine da mezzo secolo sui monti iblei del Siracusano. Due aspetti della passione delle viscere e dei sensi dell’Innamorato divino che una fede anestetizzata ha archiviato nello scaffale delle favole o delle patologie

Che incontri si fanno, quali insolite figure e singolari azzardi della fede, in val di Noto! Ero a Pozzallo, patria del “sindaco santo” Giorgio La Pira, uomo di fede e d’azione ma soprattutto missionario di pace. C’ero per un convegno sulla mitezza, organizzato dall’amico Claudio Saita. Bellissimo tema, sul quale ho provato a tracciare un itinerario che dalle Beatitudini trascorre a Dostoevskij, a Bernanos, a Pasolini. Ma il coordinatore avvertiva me e gli altri relatori della necessità di accorciare i nostri interventi, perché «vorremmo far cantare il vescovo».

Cantare? Un inno sacro? «No, Imagine di John Lennon»! Rimanevo un po’ basito, ma non troppo: il vescovo di Noto, monsignor Antonio Staglianò, l’avevo sentito predicare la sera prima, e mi aveva colpito l’impetuosa veemenza di quella omelia, degna di un Bernardino da Siena o d’un Savonarola, carica d’un pathos come non si avverte più sui nostri pulpiti abitati da troppi compunti burocrati della fede. In quell’omelia il vescovo si scagliava contro il cattolicesimo convenzionale di chi va a messa e ne resta incontaminato. A quel “cattolicesimo” pigro e ipocrita contrapponeva le scelte estreme, di amore e di abnegazione, di un “cristianesimo” autentico, vissuto, traboccante d’amore. Più che giusto. Ma il vescovo… canta. E non solo Imagine: anche i cantanti e le note di Sanremo irrompono nelle sue prediche, tanto da meritargli l’attenzione della stampa nazionale e numerose presenze in TV.

Don Antonio Staglianò, vescovo di Noto

Insomma, un prelato decisamente anticonvenzionale. E una comunicazione diretta e coinvolgente, franca e perciò polemica, e sensibile ai linguaggi e alle attese di quei giovani che da tempo disertano templi e riti. Il protagonismo attivo e loquace (anzi… canoro) di monsignore piace a molti e disturba altri: qualcuno, in quei giorni, mi sussurrava aspre critiche. Si sa, scelte così nette implicano dissensi, divisioni.

Ma ci sono altre scelte, altre figure, altri modi di vivere il Vangelo di cui vengo a sapere, in quel lembo bellissimo dell’isola. Da Pozzallo e Noto ad Avola: dove il mio amico Sebastiano Burgaretta, docente, studioso ed eccellente poeta d’ispirazione religiosa (sua la recente silloge L’azzurro velo, di cui ho scritto con gioia la prefazione), mi parla da tempo di un eremita belga che fino a ieri viveva nelle campagne avolesi in solitudine, in contemplazione, in preghiera. Sì, dunque esistono ancora gli anacoreti, i campioni della meditazione e dell’ascesi, gli abitanti del deserto, i figli del sant’Antonio egiziano in lotta col demonio e dei monaci santi, dei “folli per Cristo”, della Russia ortodossa. E uno di questi è appunto il frate oggi quasi novantenne Ugo Van Doorne, iniziato all’eremitaggio in Terra Santa e poi approdato nelle campagne che cinquant’anni fa patirono la repressione cruenta delle lotte bracciantili.

Il monaco belga Ugo Van Doorne

Di lui Burgaretta m’ha donato un libro molto bello, sul Cantico dei cantici: e cos’altro poteva scegliere, se non quel meraviglioso canto d’amore, un innamorato di Dio, di quel Dio che dà e pretende amore, autentico eros, di quel Dio che al suo popolo può dire: «Anche se i monti si allontanassero e i colli fossero rimossi, l’amore mio non si allontanerà da te», di quel Dio il cui Figlio a casa del fariseo accetta l’amore smodato della peccatrice e al padrone di casa dice: «Tu non mi hai dato un bacio»?

E il Cantico dei cantici come inizia? «Mi baci con i baci della sua bocca»! Van Doorne commenta: «Tutti e ognuno di noi siamo usciti, creati, pensati, voluti e chiamati dall’Amore Assoluto per l’Amore Assoluto. L’intima aspirazione di ogni creatura è il bacio della bocca di colui che ci ha dato la vita e chiamati per la Vita. Il bacio della bocca del Padre è il Figlio suo fattosi uomo».

Un vescovo che definisce “pop” la sua teologia e non si nega agli applausi e alle telecamere, un asceta che medita in solitudine come i padri del deserto… Risposte molto diverse, ma altrettanto estreme, a quell’Amore, a quel Bacio da glorificare cantando o da accogliere in povertà e in preghiera. Si potrà dissentire dall’una o dall’altra, ma non si potrà ignorare, o ridimensionare, il radicale estremismo, la rinunzia e l’abbandono, la passione anche delle viscere e dei sensi che l’Innamorato divino come ogni amante giustamente pretende, e che una fede disincarnata, anestetizzata, adattata a borghesie ottuse e feroci, ha archiviato nello scaffale delle favole o delle patologie.

Commenti

Post: 1
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    … quale migliore inizio di giornata … con questo blog di Di Grado mi canto il gregoriano da solo … grazie

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