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La piuma bianca

Certo che ce la facciamo

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Il 31 luglio di novant'anni fa la 16enne americana Betty Robinson vinceva l'oro dei 100 metri alle Olimpiadi di Amsterdam, la prima per le donne. A Berlino, nel 1936, rivinse l'oro nella staffetta. Nulla di strano se non fosse che 5 anni prima era stata data morta dopo un incidente aereo. Dedicato ai sedicenni di oggi e ai loro sogni. E a chi indirizza i loro sogni, e li aiuta a trovare l'antidoto che supera ogni caduta


di Sergio Mangiameli

Oggi, novant’anni fa, accadeva che Betty Robinson, americana, ad Amsterdam vinceva la prima corsa dei 100 metri piani alle Olimpiadi, finalmente aperte al femminile.

Ma non è tanto questo.

Vinceva con 12,2 secondi, un soffio in più del suo record mondiale secco (12 netti), conquistato una decina di settimane prima al suo debutto assoluto. Ma non è nemmeno questo.

Betty Robinson (n 879) vince i 100 metri alle Olimpiadi di Amsterdam nel 1928

Betty aveva solo sedici anni, l’età in cui la puntura della vita arriva dritta, con quel tanto di veleno e del suo antidoto in dosi esatte, che sappiamo solo noi e che ci portiamo dappresso fino alla vecchiaia, ricordandoci per sempre l’attimo del pizzicotto originale.

Ma non è ancora questo, il punto preciso.

Tre anni dopo, Betty rimase vittima di un incidente aereo, in cui la credettero morta e la portarono all’obitorio. Ma non lo era, morta. Era molto ferita, con qualche osso rotto e una profonda commozione cerebrale. Uscì dal coma dopo quasi due mesi e ci vollero due anni perché riprendesse a camminare.

Betty voleva tornare a correre. E questo è un punto preciso.

Perché c’era già stato qualcuno, un’insegnante di educazione fisica, che l’aveva vista correre sul marciapiedi della stazione a rincorrere il treno, che stava partendo. E aveva strabuzzato gli occhi di fronte a quella falcata pazzesca da sicura campionessa mondiale, e per quel che poi sarebbe seguito con il record e la medaglia d’oro: “Vieni Betty, che ti faccio fare un test”.

Questo è l’altro punto preciso: qualcuno che ci creda.

Betty tornò a correre e mentre correva, riprese la vittoria nella staffetta delle Olimpiadi di Berlino del 1936: la medaglia d’oro davanti allo squadrone delle tedesche e al loro pubblico. Una cosa inimmaginabile per tutti, tranne che per Betty. Perché era già stampato nella sua mente, questo disegno.

Questa storia di mezza estate, poco conosciuta, ma così straordinaria da poterci fare un film, la dedico ai nostri figli in crescita, in sella ai loro sedici anni, perché puliscano il contorno del loro punto preciso, che adesso gli si para abbozzato davanti. Lo pronuncino, il loro sogno. Usino parole sempre più adatte per nettarlo bene, quel sogno.

La dedico a noi genitori, la storia di Betty, per non perdere l’attenzione sull’altro punto preciso: le falcate dei nostri figli che ci scappano davanti, quasi imprendibili o invisibili. Noi conosciamo quell’abbrivio, che è una sfida lanciata: sappiamogli indicare la direzione – ce la facciamo, certo che ce la facciamo! –, che da soli non saprebbero vedere con certezza.

Alla fine di oggi 31 luglio, col sole tramontato, le ombre dei due punti precisi sono diventate una sola. L’incanto notturno dello stesso cielo stellato della prima volta di assoluta armonia, quando abbiamo scoperto, in sella ai nostri sedici anni, che stavamo vivendo davvero. E abbiamo sentito la vita pungerci con l’irripetibile pizzicotto: il bacio celeste e il veleno nascosto di certe cadute e l’antidoto che teniamo per risorgere sempre. Certo che ce la facciamo, anche stanotte.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 31 luglio 2018



Sergio Mangiameli

Il senso di appartenenza, come ostinato segnavia, con l’ambiente naturale. Sono presente su Facebook


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