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“Casa La Gloria” nasce nella Catania infelix di Sebastiano Addamo

Blog Quest'anno a luglio saranno 20 anni che Addamo ci ha lasciato. Dai suoi racconti, e dai suoi giudizi, trassi ispirazione e materia per il mio cimento teatrale del ’92, "Casa La Gloria", espressionistica deformazione di quel microcosmo di scrittori e artisti isolani, di quel piccolo mondo antico astioso e maniacale, ma carico di disperata preveggenza. Era a lui che avrei dovuto dedicarlo; lo faccio ora, con gratitudine e rimpianto

Fra il trentesimo anniversario della morte di Sciascia, l’anno scorso, e l’anno prossimo il centenario della sua nascita, si affaccia il ventennale della scomparsa d’uno scrittore che di Sciascia fu amico, e che “a egregie cose” diede vita, per la letteratura del Novecento così come per la vita culturale della nostra città. La quale onorerà – voglio sperarlo contra spem – questa ricorrenza ricordando come merita l’opera e la figura (sì, è di lui che parlo) di Sebastiano Addamo.

Lentinese, e nella sua città impegnato sia nella scuola sia (da comunista, fino alla disillusione) nella politica, anche a Catania fu presente e operoso, dalla collaborazione negli anni Cinquanta con la rivista “Incidenza” di don Antonio Corsaro al definitivo trasferimento degli ultimi anni nella città etnea.

Sebastiano Addamo

Se nella cultura occidentale esiste ancora l’Insostenibile, se sopravvive il Tremendo, c’è solo un evento, una situazione, una figura, che può ancora incarnare quell’orrore, far tremare l’uomo sterilizzato del terzo millennio fin nelle sue viscere ancestrali. Quell’evento atroce, quella situazione insostenibile, è il suicidio d’un bambino. Un tabù che poche volte, quasi mai, la letteratura e le arti, pur così ricche di oltranze, hanno violato: e allora non sarà un caso se nel calvario dell’ultimo dopoguerra, in un breve volger d’anni, tre volte quell’interdetto venne infranto, e sempre con smisurate valenze simboliche. Penso al ragazzino tedesco che si slancia nel vuoto, dai ruderi d’un edificio bombardato, in Germania anno zero di Rossellini, penso a Mouchette che si lascia rotolare giù nello stagno, nel casto e dolente film omonimo di Bresson: immagini entrambe d’una sofferenza estrema, irredimibile, che affonda le radici negli orrori della guerra e della miseria, ma si leva fin nei cieli lividi disertati dal Deus absconditus.

E penso a Violetta. Violetta è il titolo d’esordio di Sebastiano Addamo, negli ultimi anni della temperie neorealista. E quel racconto si chiude con l’autodi­struzione d’una giovanissima vita, segno di scandalo sociale e d’irriducibile diversità antropologica. A quella diversità, a quella radicale disobbedienza al mondo com’è, è votata l’intera produzione di Addamo, è orientata la sua aspra meditazione. E valga, per tutti i suoi libri, romanzi o saggi o poesie, dire almeno d’uno: il romanzo Il giudizio della sera, pubblicato da Garzanti nel 1974.

Come il giacobino e truculento Domenico Tempio aveva ripercorso, devastandoli, i leggiadri sentieri dell’Arcadia del Meli, così Addamo in quel romanzo lacerava i fondali e abbatteva le quinte della Catania felix favoleggiata da Brancati per restituirci la Catania vera, miseria e tanfo, furori e ardori, luce e lutto, come un compito, come una urgenza di riscatto. E come il De Roberto dei Vicerè, l’autore del Giudizio della sera deformava lo spazio urbano della socialità e il tempo storico del millantato progresso nel grandangolo d’una implacata polemica, nel vortice d’una lettura della storia e della convivenza civile come degradata e degradante apocalisse. Una polemica, quella di Addamo, che suonava tuttavia come un allarme, come uno scontroso invito all’impegno, secondo la lezione dei suoi maestri e compagni di strada, da Vittorini a Sciascia.

Sempre più chiuso in questo suo ressentiment come in un orgoglioso bozzolo di preveggenza e rancore, Addamo ha vissuto gli ultimi anni assistendo, impotente, al tragico riflusso di quegli “astratti furori”, di quelle ostinate speranze. A Catania si era trasferito, dalla Lentini della scrittura e dell’impegno, pensando di trovarvi il conforto di chissà quali cenacoli di sodali, di chissà quali occasioni di confronto. Nulla di tutto questo: solo rancori e divisioni, in un tetro labirinto di esistenze segregate. E sì che proprio lui, l’autore dell’impietoso Giudizio della sera, avrebbe dovuto saperlo.

Ricordo lunghi conciliaboli intorno alla letteratura dei siciliani, io e lui soli negli inospitali saloni dei freddi alberghi isolani che ospitavano questo o quel convegno. E intorno alla “corda pazza” che vibra nelle pagine di Lanza o di Fiore, di D’Arrigo o di Castelli o di Mazzaglia. Dai suoi racconti, e dai suoi giudizi, trassi ispirazione e materia per il mio cimento teatrale del ’92, Casa La Gloria, espressionistica deformazione di quel microcosmo di scrittori e artisti isolani, di quel piccolo mondo antico astioso e maniacale, ma carico di disperata preveggenza. Era a lui che avrei dovuto dedicarlo; lo faccio ora, con gratitudine e rimpianto.

Sebastiano Addamo e Leonardo Sciascia a Parigi

Anche tra chi gli ha voluto bene, più d’uno (ma è ancora di me che parlo) sconterà il rimpianto d’aver­lo lasciato solo, d’avere infine troncato un’ami­ci­zia viva e palpitante (perché grande era il risvolto di tenerezza di que­st’uo­mo arcigno) per distrazione o, peggio, per disappunto. Devo dirlo? Mi offese un suo feroce articolo – uno dei suoi ultimi – sull’“Estate catanese”, in cui ero coinvolto con la cieca passione di chi si scommette, di chi osa e rischia.

Troppo tardi, vent’anni dopo la sua scomparsa, per fare ammenda, e troppo tardi per saldare i nostri debiti, ora che in solitudine se n’è andato: solo sì e in silenzio, ma non da sconfitto, ché verrà, dovrà venire il suo tempo.

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