Camarrone: «I migranti hanno ragione: anche per noi il primo obiettivo è la libertà»

Sugnu Sicilianu Per il giornalista e scrittore palermitano, fondatore del festival delle Letterature migranti, nelle librerie con "Lampaduza" (Sellerio), la crisi dell'Occidente si può superare solo grazie a coloro che arrivano da lontano: «Lampaduza è il nome che i profughi danno all’Isola. E' un approdo salvifico, un luogo di convivenza, un’antica promessa di pace»

Il nostro dialogo con il giornalista e scrittore palermitano Davide Camarrone parte dalla sua concezione della letteratura, dalla sua visione dell’esistenza e si snoda attraverso l’analisi dei suoi libri da tematiche storiche a questioni di cogente attualità. Del resto non vi è comprensione del presente senza analisi storica, e la cultura permette di cogliere significati e contraddizioni della vita.

Come definirebbe la sua visione della letteratura?
«Non sono un critico letterario, e nemmeno un filosofo. La letteratura è per me ancora il libro che prendevo in mano da ragazzino in campagna, nei lunghi pomeriggi all’aperto, o in casa quando faceva freddo. E i libri sono stati compagni di giochi, e ancora personaggi in carne e ossa: prima quelli di Salgari, London, Dumas, e poi di Hemingway, Balzac, Stendhal, Flaubert. Ho amato molti autori, e ogni volta partendo da un romanzo o da un racconto e tornando indietro, fino a leggere tutto quel che riuscivo a trovare. Ma gli amori più grandi sono pochi. Stendhal, come dicevo, Mann, Roth, Sciascia. Ho cominciato a leggere i contemporanei americani e italiani solo verso i 16, 17 anni. Sempre con la nostalgia di un tempo straordinario, nel quale i libri potevano valere una vita intera. Ecco, ho ancora una visione romantica e ingenua. Dei fogli bianchi, una penna e una scrivania in penombra. Il sogno e la scrittura. E letteratura è stato anche il teatro, frequentare la scuola di Michele Perriera. Pronunciare la parola letta. Assaporarla. Decifrarla. Interpretarla».

Davide Camarrone

La riflessione sulla sua opera narrativa non può che partire dal suo ultimo libro edito da Sellerio, “Lampaduza”. Che già nella scelta terminologica del titolo contiene una visione cultural-storica ed antropologica. Qual è la genesi di quello che potremmo definire un racconto, un diario ed un reportage?
«La voglia di metter per iscritto un carico insopportabile di emozioni, ricordi, fatti, possibili interpretazioni di quei fatti, incroci tra esperienza e letture. Ho scritto un primo brogliaccio in pochi giorni. Riscritto e rimaneggiato più volte. Non sapevo, francamente, cosa stessi scrivendo, quale fosse la forma della cosa che stava prendendo vita sulla tastiera. Lampaduza è il nome che i profughi danno all’Isola quando cominciano a distinguerne la forma, arrivando da Sud. L’isola dell’antica lampaduzza che ardeva in una grotta nella quale potevano pregare cristiani e musulmani, fianco a fianco. Lampaduza è un’isola sconosciuta a noi stessi, e che i profughi vedono meglio di noi. Un approdo salvifico, un luogo di convivenza, un’antica promessa di pace».

Cos’è Lampedusa per il mondo? Come viene vista dal resto della Sicilia? Fuori dall’isola la vedono come un tutt’uno ma invece per molti siciliani è come fosse un mondo distante…
«Il resto della Sicilia l’ha vista – e in parte, oramai solo in parte, continua a vederla – così come certe forze politiche conservatrici italiane ed europee volevano che fosse: un purgatorio, un luogo di detenzione, una grande cella di sicurezza per centinaia di migliaia di persone in fuga dall’Inferno di dittature e povertà. Ma questi anni hanno dato torto ai manipolatori e ragione ai visionari. Francesco ha scelto l’Isola quale prima meta dei suoi viaggi per il mondo, ed è un Papa che conosce il linguaggio della profezia. Tanti isolani, tanti volontari, insieme al sindaco, Giusi Nicolini, hanno condotto migranti e lampedusani verso il futuro, indicando la strada all’Europa».

Com’è cambiata l’immagine di Lampedusa in Italia ed a livello internazionale dopo la visita di Papa Francesco?
«In modo radicale. Oggi Lampedusa è tra le capitali del turismo mediterraneo, è tornata ad amare la natura e i suoi ritmi dopo averli ignorati per anni. Ma è ancora un luogo di profonde contraddizioni. Temo che, dopo Giusi Nicolini, l’Isola possa tornare indietro, che possano un giorno riaffacciarsi interessi inconfessabili anche attraverso prestanome insospettabili. Il sindaco precedente ha conosciuto condanne e patrie galere. Bisogna fare molta attenzione».

Papa Francesco a Lampedusa

Lampedusa è diventata luogo di ispirazione di libri, opere teatrali, film. Pensa che venga raccontata in maniera stereotipata o spesso invece ne viene colta l’essenza?
«Cogliere l’essenza di una contraddizione, dà luogo ad opere complesse. Spesso, si preferiscono altri linguaggi, più rassicuranti della rappresentazione di un dramma. Opere come Fuocammare, se è di questo che dobbiamo parlare, pur se a mio parere non rendono la complessità di ciò che accade a Lampedusa, hanno un merito straordinario: accendono e accenderanno ancora per qualche tempo i riflettori su un’Isola che per troppo tempo è stata lasciata sola a fronteggiare non un fenomeno con una durata prestabilita, ma un processo di lunga durata: la più grande migrazione della storia umana».

Perché Lampedusa e non altre isole del Sud del Mediterraneo (Pantelleria è la più vicina all’Africa) è il luogo “privilegiato” degli sbarchi? Quanto l’aspetto mediatico ed ancor più simbolico ha inciso su questo aspetto?
«Occorreva indicare un luogo che per posizione e storia fosse adeguato alla rappresentazione della migrazione come disastro. La prossimità alle coste libiche ne faceva uno dei luoghi possibili d’arrivo di barconi e poi di navi militari incaricate di raccogliere i migranti in mare. Ma non l’unico. Malta ha scelto prassi durissime di respingimento e incarcerazione, e per questo non ha ricevuto alcuna sanzione da Bruxelles. Pantelleria è stata solo lambita da questi traffici. Ma Lampedusa era l’isola dei missili di Gheddafi, e quasi per metà territorio militare, ha subito i pesanti oltraggi dell’illegalità e dell’abusivismo. Il teatro mediatico ostile alle migrazioni ne ha fatto un supercarcere. Finché poi qualcosa non è accaduto, e ha invertito il senso e la funzione dell’Isola al centro del Mediterraneo. È diventato un luogo di pace, conosciuto come tale in tutto il mondo, un grande faro acceso tra guerre e processi migratori, e il merito di tutto ciò si deve agli isolani e ai tanti volontari, e in primo luogo ad una persona straordinaria come Giusi Nicolini. Anche se poi arrivano gli eroi della Sesta giornata…».

Immigrati sbarcati a Lampedusa

In un altro suo libro, edito da Sellerio, “Questo è un uomo”, è palese l’ispirazione ad un intellettuale del calibro di Primo Levi. Quanto è attuale la sua lezione?
«È un libro capitale del Novecento, la lettura più appassionante, interessante, utile che abbia mai fatto sul Novecento. Primo Levi lo scrisse poco dopo la liberazione da Auschwitz. La sua storia editoriale – poche centinaia di copie nel 1947, con una piccola casa editrice torinese, poi la fortunata ristampa con Einaudi, undici anni, dopo, dicono di una difficoltà ad ascoltare quel racconto. Della sua oscenità e della sua necessità. Il racconto della spaventosa e indicibile “Banalità del male”, per citare un altro libro, di Hannah Arendt. Levi è stato uno dei più grandi intellettuali italiani. Ci ha detto, fra l’altro, di quanto sia gravosa l’esperienza di una vittima costretta ad assistere allo sterminio di altri uomini. Determina nei sopravvissuti una colpa insanabile. Come si fa a coltivare l’amor sui, l’amor di sé, laddove la lotta è per i bisogni primari, con il vicino che può esser tuo fratello? Nel racconto puntuale – direi scientifico, dello scienziato e letterato Primo Levi, che non risparmia nulla nell’osservazione e nel ricordo -, ciò che fa più male non attiene alla violenza di coloro che siamo abituati a considerare carnefici: che le SS facciano del male, è connaturato al loro ruolo, ci indigna ma non scuote le nostre certezze, le nostre coscienze. Ciò che le squassa senza rimedio è la violenza messa in atto dalle stesse vittime. L’uomo che lotta per mezzo pane. Che cioè lo sottrae al vicino. Che distoglie lo sguardo quando viene scelto e accompagnato al supplizio. Bisogna provare a immaginare cosa accade a chi passa per quel genere di esperienza. Primo Levi si suicidò nel 1987. Quando cominciai a documentarmi per un racconto che non sapevo ancora che forma, che soggetto e che titolo avrebbe avuto, lessi i rapporti delle ONG dalla Libia, dai campi di Kufra e Misurata nei quali la polizia e l’esercito libici, pagati dagli europei, stipava i migranti in arrivo dai tanti inferni africani. E quel che leggevo mi spinse immediatamente a cercare nella memoria fatti e parole antichi. Quelli di Primo Levi ad Auschwitz. Ho immaginato che quel che accadeva lì fosse già stato, e che ancora una volta noi stessimo fingendo che nulla accadesse. Così, ho chiamato il mio racconto ‘Questo è un uomo’, e poi il racconto, pubblicato in un’antologia, è diventato un romanzo. E il romanzo uno spettacolo teatrale. Molte scuole italiane lo hanno letto, messo in scena, e ancora adesso mi capita di esser invitato a parlarne».

Quanto ha inciso ed incide sulla sua scrittura la professione di giornalista?
«Molto e nulla. Ho il vantaggio dell’interesse al mondo e lo svantaggio di dover dimenticare la scrittura giornalistica per raccontare quel che voglio. Poi, però, accadono cose impreviste. Torna d’interesse un giornalismo narrato, e “Lampaduza” mi ha spinto alla ricerca di nuove forme di scrittura».

E come se il libro fosse nato da una profonda esigenza interiore. E come se il racconto giornalistico avesse bisogno della letteratura per cogliere delle verità essenziali che rischiano di sfuggire anche alle più acute interpretazioni razionali…
«Proprio così. Quel che accade a volte è incomprensibile senza una memoria lunga e l’invenzione letteraria. Ci sono tanti riferimenti, in questo senso, un arco che va dalla letteratura d’invenzione al racconto in senso proprio del reale. Gide, ad esempio, o Capote. Fino ai nostri tempi. Fino a Ellroy».

Il cambio di guida negli States e le scelte di politica estera ed interna di Trump così come diversi movimenti e partiti politici europei si muovono nella direzione opposta all’accoglienza ed all’apertura, come vive questa fase storica?
«Come se avessi compreso che è il nostro turno. Siamo nella stessa situazione nella quale i nostri nonni o i nostri genitori si trovarono con l’ascesa al potere di dittatori e gerarchi. I primi atti e le prime scelte di Trump contraddicono ogni singola conquista democratica del dopoguerra. La lettura di importanti biografie, come quella di David Cay Johnston, pubblicata da Einaudi, è agghiacciante: ci parla di un contesto razzista e criminale nel quale Trump è cresciuto e si è arricchito. L’Europa deve trovare in sé la forza di reagire».

Non crede che la globalizzazione spinta, il neoliberismo selvaggio, scelte sbagliate di politica economica e finanziaria a livello internazionale ed europeo, che hanno portato all’impoverimento di buona parte dei ceti medi occidentali, stiano incidendo negativamente sulla percezione dei migranti? L’indebolimento del tessuto connettivo sociale che porta alla disperazione molte persone non è un elemento disgregante sul piano sociale e civile?
«I migranti hanno priorità differenti dalle nostre. La libertà è il loro primo obiettivo. Noi ci preoccupiamo in primo luogo del nostro benessere ma l’impoverimento degli ultimi dieci anni negli Usa e in Europa è l’effetto di scelte economiche e politiche di vertici guerrafondai. Penso che i migranti abbiano ragione, e che dobbiamo considerare anche noi che la libertà è il primo dei nostri obiettivi, e che le migrazioni, la libertà di migrare e di convivere tra diversi, possono costituire un’opportunità di crescita economica, una risposta alla crisi. Ci indicano la strada».

Crescono anche fenomeni di xenofobia che a volte appaiono totalmente slegati dai fenomeni economico-sociali, sono il frutto di paure endemiche oppure vi sono striscianti forme di razzismo che in realtà hanno da sempre pervaso una minoranza dell’opinione pubblica europea?
«A Venezia, un migrante gambiano sfuggito ad una dittatura violenta e di rapina, sbarcato in Sicilia e richiedente asilo, decide di suicidarsi. Attende un permesso per motivi umanitari, essendo fuggito da una dittatura, che il nostro Paese inspiegabilmente gli nega. Ha 22 anni. Si getta in acqua nel Canal Grande. Davanti a centinaia di persone. I filmati girati coi telefonini ci mostrano lui che affoga tra risate e insulti. Nessuno prova a gettarsi in acqua. Gli lanciano due salvagenti. Muore. Lo ripescano un’ora dopo, incastrato tra i pali che sostengono i palazzi di una città museo. C’è chi nega risate e insulti. E c’è chi non spinge la sua analisi oltre la constatazione che molti profughi vivono in miseria, in Italia. E dunque, che ci vengono a fare? E perché stupirsi delle reazioni degli italiani? C’è un azzeramento di umanità, un disimpegno degli intellettuali, un analfabetismo di ritorno. E tutto questo ci prepara ad un futuro oscuro: un futuro già passato per l’Europa, nella prima metà del Novecento».

La xenofobia europea in una vignetta di Carlos Henrique Latuff de Sousa

Vi è il rischio che alla società aperta di Popper si sostituisca la società della paura?
«La società aperta è un’acquisizione recente: il pluralismo, il multiculturalismo. La società della paura era già nel Novecento il nemico da combattere. L’Occidente aveva avuto paura degli ebrei, del socialismo, della modernità, e in nome di questa paura, aveva scelto di far le sue guerre. Ma era stato l’Occidente stesso a trovare il rimedio, in se stesso. La democrazia e il progressismo furono la buona medicina dei padri fondatori d’Europa e di una parte dei democratici americani. Ora, la merce cattiva in circolazione è la paura dell’Islam e dei migranti, associata ad una crisi economica che non passa. Spacciano rassicurazioni violente e conflitti per buoni farmaci. Costruiscono strampalate impalcature intellettuali che giustifichino questo nuovo imperialismo. Va di moda dare addosso ai Social. In realtà, se a veicolare forme di reclutamento violento è il web, a dissodare il terreno democratico da buone regole e buone prassi, a impoverirlo irrimediabilmente, sono i vecchi mezzi d’informazione».

La società della paura porta alla crescente richiesta dell’uomo forte (e non solo nel senso legittimo del decisionismo costruttivo ma di un potere libero dai controlli democratici). Vi è il rischio che modelli consolidati come le democrazie occidentali imbocchino vie negative? Al di là dei luoghi comuni non è forse questo il volto più insidioso dell’antipolitica a livello internazionale?
«Dallo scioglimento dei ghiacci sovietici è riemerso il germe antico del fascismo, un virus elementare che non sappiamo combattere, per il quale sembra non esistano antibiotici. Non tra gli ignavi, non tra i disattenti. Ci sono governi, come in Polonia, Ungheria, Russia, per non dire degli stati satellite di Mosca, che possono tranquillamente esser definiti autoritari. La Turchia ha riscoperto l’imperialismo ottomano. L’Arabia Saudita ha finanziato il terrore. In Russia, in Turchia, in Arabia Saudita, il dissenso si paga con la libertà personale e spesso con la vita. Dovremmo prender le distanze. E invece, Bruxelles versa 3 miliardi di euro nelle casse di Erdogan perché trattenga i migranti, così come ha fatto in passato con Gheddafi: soldi in cambio del lavoro sporco e occhi chiusi sulle violenze interne. Nell’Europa continentale prima e in Italia adesso prosperano movimenti e partiti xenofobi, populisti e nazionalisti. È nata un’Internazionale populista che va da Trump a Putin ed Erdogan passando per l’Europa. E Grillo plaude agli uomini forti, salvo poi scrivere sul suo blog d’esser stato frainteso. Peccato che la giornalista francese che lo ha intervistato, Camille Neveux, abbia rivelato come Grillo stesso avesse riletto e approvato il testo dell’intervista rilasciata al Journal de Dimanche».

Torniamo all’ambito più strettamente letterario. Ha pubblicato sempre per Sellerio dei gialli: da “Lorenza e il commissario” a “L’ultima indagine del Commissario”. Cosa rappresenta per lei questo importante genere narrativo che vive una fase di grande successo in Italia ed all’estero?
«Un genere narrativo che Sciascia rilesse e reinterpretò come possibilità di narrazione del reale. Il giallo si presta a parlare del nostro tempo ed è anche un sofisticato gioco intellettuale. È denso di regole da violare. È multiforme. Assume i colori e i toni della commedia o della tragedia. Può esser popolare e colto, e può infrangere i confini tra tutte queste forme. Ma è per l’appunto un genere tra tanti. E tanta altra letteratura, in questi anni, è nata in luoghi lontani, raccontandoci il mondo e generando nuove forme espressive. Alcuni tra i più bei romanzi di questi anni appartengono ad altri generi letterari e a luoghi lontani dalla nostra Europa».

Sta lavorando ad un nuovo romanzo?
«Ho terminato una riscrittura di un classico. Un testo e un autore universali, che molti prima di me hanno letto e scomposto, eviscerato e riscritto. Una delle più belle sensazioni di scrittura. Spero possa esser pubblicato».

Accanto alla sua attività di giornalista e scrittore, lei svolge con costanza e lungimiranza l’attività di ideatore e coordinatore di iniziative culturali. Quanto sono importanti per la sua crescita culturale ed umana?
«Il Festival delle Letterature migranti ha avuto già due edizioni. E mi piacerebbe che la terza fosse differente. Non dobbiamo pensare all’ennesima stazione della via crucis degli autori in Italia. Ci sono straordinari Festival letterari che si occupano del mercato editoriale e delle nuove tendenze letterarie. Festival che hanno cambiato profondamente la storia di alcuni luoghi del Paese. Le letterature migranti o non esistono (la Letteratura è di per sé migrante) o è il pretesto per dire di migrazioni fisiche e immateriali. Del tempo nuovo che stiamo vivendo. Dell’incontro fra culture e modalità narrative differenti. Stiamo ragionando, con i nuovi consulenti, della prossima edizione. E speriamo di fare un buon lavoro. Palermo Capitale della Cultura chiama ad un impegno straordinario, e il Festival è parte di un grande progetto orientato al dialogo e all’inclusion».

La prima edizione del festival delle letterature migranti

Sta lavorando a qualche nuova iniziativa culturale?
«Sì, ma è ancora presto per parlarne».

Da siciliano e palermitano come giudica le condizioni politiche della Regione siciliana e della sua città?
«Mai visto un disastro del genere, in Sicilia. Nessuna visione, nessuna scelta interessante. Molta propaganda. Palermo, invece, ha fatto molti passi in avanti, ponendo l’accento sulla modernizzazione, sull’efficienza amministrativa, su alcune opere pubbliche e sulla convivenza tra diversi. E il riconoscimento prima di Capitale dei giovani poi della Cultura, qualcosa significherà».

Commenti

Post: 0

SicilyMag è un web magazine che nel suo sottotestata “tutto quanto fa Sicilia” racchiude la sua mission: racconta quell’Isola che nella sua capacità di “fare”, realizzare qualcosa, ha il suo biglietto da visita. SicilyMag ha nell’approfondimento un suo punto di forza, fonde la velocità del quotidiano e la voglia di conoscenza del magazine che, seppur in versione digitale, vuole farsi leggere e non solo consultare.

Per fare questo, per permettere un giornalismo indipendente, un’informazione di qualità che vada oltre l’informazione usa e getta, è necessario un lavoro difficile e il contributo di tanti professionisti. E il lavoro in quanto tale non è mai gratis. Quindi se ci leggi, se ti piace SicilyMag, diventa un sostenitore abbonandoti o effettuando una donazione con il pulsante qui di seguito. SicilyMag, tutto quanto fa la Sicilia… migliore.