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Bartolo, quel treno che non si ferma

Blog Quando stai accanto a Pietro Bartolo è come se ti fosse passato accanto "Cassandra crossing", quel treno che non si ferma. Il medico e europarlamentare è a Catania per presentare il libro "Le stelle di Lampedusa" ma quasi non gli importa, attacca la sua spina alla presa umanitaria universale che di energia avvolge il mondo

Com’è che mi ritrovo Pietro Bartolo al mio fianco, di fronte a un cortile pieno di ragazzi e ragazze, uomini e donne? Dovrei intervistarlo sul suo nuovo libro “Le stelle di Lampedusa”, e questa è la sede del Cinap, il centro catanese per l’integrazione e l’accoglienza partecipata di Unict per gli studenti con disabilità. Ci metto cinque minuti a capire che lui è Cassandra Crossing, quel treno che non si ferma, ma questo non è un film e le immagini che cominciano a scorrere sullo schermo non sono affatto una finzione. Non gl’importa, a Pietro Bartolo, medico ed europarlamentare, di presentare il suo libro. Si alza e attacca la sua spina al cielo, alla presa umanitaria universale, che di energia avvolge il mondo.

Un giorno d’inizio estate, di fronte allo stesso mare che porta infinite, orribili storie di persone che vengono dall’Africa, Massimo Oliveri, nel ruolo di presidente del Cinap, mi aveva sparato: «Senti, vorrei che fossi tu a chiacchierare con Bartolo, che verrà a Catania, sul suo libro. Ma non sarai da solo: ci sarà il sociologo Carlo Colloca». Così, con l’onore e l’onere della questione, mi ero studiato “Le stelle di Lampedusa”, pronto per il 5 di luglio, la prima data poi spostata, perché nel frattempo Bartolo aveva vinto le elezioni europee, e il giuramento era stato fissato esattamente il 5 luglio. Per avere la massima concentrazione possibile, ero andato in ritiro montano sulle sponde di un laghetto sui Monti Nebrodi, con gli occhiali, la matita e il block-notes. E qualche lacrima si mischiò all’acqua delle rane. Perché questo non è un libro, ma un testo didattico, un volume di storia contemporanea che tutti dobbiamo studiare. E ripetere per contagiare e non dimenticare.

Ora, però, Carlo Colloca non c’era, per uno di quegli imprevisti che può capitare a chiunque abbia ancora un genitore anziano. Seconda pistolettata a bruciapelo di Massimo: «Sergio, Carlo non può esserci. Sarai da solo a condurre Bartolo». Questo, 45 minuti prima dell’inizio. Ho sperato che Pietro Bartolo arrivasse almeno un quarto d’ora prima, per concordare la direzione da prendere, i passaggi, le fermate, le letture di Aldo Leontini. Non avevo mai parlato con Pietro Bartolo prima.

Pietro Bartolo e Sergio Mangiameli

Pietro Bartolo e Sergio Mangiameli

Mi cambio la camicia e indosso la giacca, presentandomi con una certa eleganza al caldo opprimente di una serata tipica di settembre catanese. E comincio a sudare. Il cortile è pieno. Lui non arriva. Capisco che non ci sarà il tempo di discutere di niente, e penso alle centinaia di persone presenti, già sedute, magari convinte che “è tutto sotto controllo”.

Passa l’ora fissata, le 19.30, e il sudore diventa uniforme. Mi muovo piano, respiro piano. Mia figlia mi dice che preferisce stare sulla panca vicino all’impianto di amplificazione, per non perdersi niente, e io sono più contento, così nel mare grosso che immagino, non perderò i suoi occhi azzurri. Sento il peso della responsabilità tutto addosso all’improvviso, senza nemmeno aver potuto programmare un filo di traccia. Non so cosa abbia in mente lui. Proietta? Non proietta? Vorrà fare un monologo e poi parliamo del libro? E non si tratta di un’attrice che abbia scritto la sua biografia o di un gotico, pittoresco narratore di saghe. Qui, stasera, non si riderà. Qui, stasera, si dovranno tenere a freno le lacrime, e c’è già chi è pronto a coglierle e a descrivere l’orrore per il pezzo sul giornale.

Poi lui arriva. Sono quasi le 20.

Una stretta di mano, una guardata negli occhi e subito sotto le luci col pubblico di fronte. Lo misuro, accanto a me. Ha la stazza davvero di un pescatore. Lo chiamo però dottor Bartolo, non onorevole, e lui è d’accordo. Comincia a raccontare e do ragione a Roberto Saviano: “Se non racconti, il cambiamento non inizia”. Perché dopo pochi minuti, tutti tacciono, nessun bisbiglio, nessun colpo di tosse. E io, che ce l’ho a fianco, il dottor Bartolo, e non di fronte come il pubblico, avverto quasi lo spostamento d’aria del passaggio di un treno.

La quantità di energia che la mia pelle misura è da spavento. Capisco che potrò solo rallentare la sua corsa, farlo passare a passo d’uomo ai bordi di qualche stazione di certa importanza, quelle dei cartelli “Accoglienza”, “Solidarietà”, “Moglie”, “Amare” e cose di questo genere. Abbandono l’idea dell’intervista classica, butto la scaletta, chiudo il libro, invento. Non penso più al dottor Bartolo, ma all’uomo Pietro. Gli corro al fianco. Striscio sui 25 ragazzi morti asfissiati nella stiva di un’imbarcazione: lui li mostra così com’erano subito dopo la vita, in una foto che sembra un disegno colorato di forme curve, quasi dolci, forse anche armoniose, come se la morte avesse restituito loro la dose originale di bellezza rapita. E da quella stiva, lo faccio rallentare, leggo il passo di quando lui stesso chiede all’ambasciatore di chiamare Anila per dirle di persona che potrà riabbracciare presto sua mamma. Cerco di far risalire alla luce tutti noi. C’è speranza, allora? «Sì che ce n’è – fa lui -. Con la politica, perché possiamo manifestare, arrabbiarci, scrivere. Ma è la politica che deve far cambiare i governi e i regolamenti comunitari e gli accordi vergognosi con la Libia».

Poi daccapo il treno scappa. E io a fianco. Lo agguanto daccapo: lei, dottor Bartolo, è un combattente, per quali ragioni si deve combattere ancora? ci sono molti ragazzi e ragazze, qui stasera. «Per i valori di accoglienza, solidarietà, fratellanza, uguaglianza. Ma voi lo sapete che i neri nascono bianchi? E diventano neri dopo due settimane? E’ solo un vestito, la pelle. Non esistono le razze». Riparte e io pure, di lato. E giù immagini di ragazzi scuoiati vivi, decine di morti in fondo al mare, una ragazza paralitica per le violenze sessuali subite, un parto per terra, donne ustionate dalla micidiale miscela di benzina e acqua, che non possono nemmeno camminare, e tutte le femmine (cioè anche le bambine) violentate nei campi di detenzione libici. Tutte.

Silenzio.

Tutti.

«Impotenza, rabbia, orrore – spiega il dottor Bartolo – mi assalgono ogni giorno da venticinque anni. Ho ispezionato 350mila cadaveri. Sto male quando devo farlo, a volte vomito quando devo spezzare un dito al cadavere di un bambino per dargli un nome e un cognome. Ma devo farlo per la sua dignità». Lo tocco: però, la sera, a casa, lei scrive che sua moglie Rita trova sempre le parole giuste per restituirle la pace. E domattina, lei non vedrà l’ora di abbracciare sua nipote di 10 mesi: è un valore, la famiglia, dottor Bartolo? «Se non l’avessi, la mia famiglia, non sarei nessuno».

Alt gioco. Fermi tutti e palla al centro. Ragazzi, ascoltate. Siete connessi? Qui stiamo parlando della guerra e del suo antidoto, del rifugio umano alla fine di ogni giorno, di sguardi, parole e abbracci così precisi e potenti da sconfiggere qualsiasi dolore. La pace si costruisce e ci si prende cura di chi si vuol bene, perché da soli saremmo perduti. E la famiglia, qualsiasi famiglia etero o omosessuale, religiosa, civile o di fatto, è la salvezza per condividere e continuare a vivere insieme.

E allora, alla fine di questo tobogan che mi ha tolto due tonnellate di energia, l’ultimo grammo lo uso perché mi viene in mente di parlare di un certo Omero Ciai, ultimo inviato speciale nominato da Mario Calabresi, quando era ancora direttore di Repubblica. Racconto che la sera del 6 marzo 2006 a Cartagena, una città della costa caraibica colombiana, Gabriel Garcia Marquez stava festeggiando il suo 79esimo compleanno, quando dopo cena prese il suo amico Omero e, di fronte al mare, gli confidò il segreto più importante della vita. “Non c’è niente al mondo di più bello che essere amati, amico mio”. Ecco, io credo che quanto stia facendo Pietro Bartolo da venticinque anni nei confronti delle centinaia di migliaia di persone (“non di migranti, tanto meno di clandestini”) che vengono proprio dal mare, sia esattamente il pensiero di Gabo. La cosa più bella del mondo.

Ora posso lasciare libero Pietro col suo treno, che certamente non finirà di correre.

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