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Antonio Bruno, il poeta Joker di Biancavilla

Blog Nato nel 1891 ad ogni rientro a Catania da Firenze dove studiò, il poeta etneo informava gli amici delle novità letterarie, animando in provincia gli echi delle sperimentazioni delle avanguardie, elaborando lui stesso una poetica che dal tardo simbolismo e dal liberty si spinge fino alle intemperanze del futurismo. Il suo declino fu funestato da manie e visioni e culminò nel 1932 nel sontuoso suicidio liberty inscenato in una camera d’albergo traboccante di fiori

Antonio Bruno, chi era costui e perché parlarne? Nato a Biancavilla nel 1891, la sua infanzia agiata (era figlio d’un proprietario terriero) fu atrocemente segnata da una caduta che lo rese deforme, condannandolo allo scherno e all’emarginazione. Durante gli studi universitari a Firenze, entrò in contatto con gli ambienti intellettuali della “Voce”, di “Lacerba”, dell’“Italia futurista”, con i frequentatori delle “Giubbe rosse”, con Papini e Prezzolini, Soffici e Marinetti.  Ad ogni rientro a Catania, informava gli amici delle novità letterarie, animando in provincia gli echi delle sperimentazioni delle avanguardie, elaborando lui stesso una poetica che dal tardo simbolismo e dal liberty si spinge fino alle intemperanze e ai “fuochi di bengala” del futurismo.

Antonio Bruno

Nel 1915 Bruno fondava “Pickwick”, modellata sulla fiorentina “Lacerba”; laboratorio della giovane e insofferente intellettualità catanese, la rivista fu un efficace strumento di rinnovamento e di aggiornamento. Intanto Bruno pubblicava Fuochi di Bengala (1917), una raccolta di versi e prose sospesa tra decadentismo raffinato e sfrenato paroliberismo. Fu anche pregevole traduttore (Mallarmé e Poe fra gli altri) e acceso polemista: memorabile lo scontro con il “poeta di provincia” Giuseppe Villaroel, feroci i ritratti che di Bruno, delle sue stranezze e dei suoi rancori tracciarono Vitaliano Brancati e Antonio Aniante.

Ma Bruno fu anche e soprattutto un dandy, che si aggirava elegante ed estroso, originale e sprezzante, tra i caffè di via Etnea e i boulevard parigini. Sulla spalla una colomba: diceva, fosse beffa o follia, che era la Madonna. Fatto sta che, dopo la pubblicazione di 50 lettere d’amore alla signorina Dolly Ferretti (1928), iniziò il suo declino funestato da manie e visioni e culminato nel sontuoso suicidio liberty inscenato in una camera d’albergo traboccante di fiori. Era il 28 agosto del 1932; l’anno successivo sarà lo scrittore transalpino Raymond Roussel a suicidarsi in un altro albergo siciliano, con analoghe modalità e moventi – forse – non dissimili. E gli “atti relativi” a quella morte li studierà Sciascia, ricavandone un aureo libretto.

Tutt’altro che inferiore a un Roussel, Bruno non ha ancora trovato il suo Sciascia, nonostante il suo comune d’origine e qualche attento studioso abbiano fatto di tutto per sottrarre all’oblio le sue audaci prove d’autore, nonostante che a quel suicidio floreale Bruno Caruso abbia dedicato una memorabile icona. Ed è per questo che oggi ne scrivo, come se consegnassi alle onde un messaggio in bottiglia, che giunga a chi – narratore o esegeta – abbia tempo e passioni da impegnare in favore dell’eccentrico Joker di Biancavilla.

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