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Antigone generation

Blog Fernanda Pivano divulgò tanto la lost generation di Hemingway e Fitzgerald quanto la beat generation di Kerouac e Ginsberg. Né Hemingway né Ginsberg furono grandi autori ma una poesia straordinaria Ginsberg la scris­se, Kaddish, urlo d’amore per la mamma libertaria, mistero doloroso e glorioso afflato di emancipazione. Nei confronti di tanti figli adottati, da De Andrè a Jovanotti, anche Fernanda fu madre accogliente ed esortante a “nuovi doveri”. Fiera Antigone, messaggio di materna indulgenza

Ho appena visto su SkyArte (uno dei rarissimi canali TV che non propini intrattenimento per beoti o risse tra ciarlatani) un documentario su Fernanda Pivano, quella donna geniale (e fortunata) che frequentò e divulgò tanto la lost generation di Hemingway e Fitzgerald quanto la beat generation di Kerouac e Ginsberg.

Ernst Hemingway e Fernanda Pivano nel 1948

Miti e icone per due o tre generazioni fino alla mia, quella del ’68, a sedici anni ammaliata, leggendo Per chi suona la campana, dalle sirene di Eros e Polemos, a venti stordita dall’Urlo di Allen Ginsberg: «Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa…».

Quell’Urlo s’è spento da tempo, ingoiato dalla chiacchiera. Lo stesso vecchio Allen, del resto, negli ultimi anni annacquava i suoi veleni sovversivi, tagliando l’acido col miele, assimilandosi come monumento vivente al museo delle cere del mito americano. E infine l’abbiamo visto glorificato in mortem dalla stampa bempensante del villaggio globale.

Ebbene, lo dirò: Allen Ginsberg non era un grande poeta. Poesia gridata e facile, la sua, farraginosa e sconnessa. Prendete Walt Whitman, o William Carlos Williams, i mithmakers dell’epopea americana, e riduceteli a maniera e a melassa, mettendoci dentro lo sciocchezzaio degli anni ’60, i figli dei fiori e il viaggio in India, le canne e le chitarre, l’Om buddista e fate-l’amore-non-fate-la-guerra: otterrete da questa facile ricetta la poesia beat, la retorica beat, il mito beat.

Allen Ginsberg

Ma neanche Hemingway era un grande scrittore. Eppure è un mito, eppure era uno stile di vita, un uomo mas hombre (coi cojones, diceva la vecchia Pilar), una leggenda inossidabile. E fece storia: come Ginsberg. Che è stato un magnifico personaggio e un grande ribelle. E vederlo beatificato dai media fa la stessa impressione che aver visto il povero grande Mohamed Alì tremolare e sbavare sull’oscena ribalta degli Oscar. Sono scalpi esibiti da bounty killers, trofei impugnati dall’America più gretta. E fanno male al cuore.

Hemingway fotografato da Lloyd Arnold nel 1939 per la copertina della prima edizione di “Per chi suona la campana”

Fanno male al cuore di chi, e si era in tanti, negli anni Sessanta (anni duri e terribili: altro che “favolosi”!) sbatteva con rabbia la porta di casa, occupava le scuole e faceva l’amore nella Cinquecento; e tanto meglio se invece del micidiale LSD s’ingur­gi­tava vino, e se quella Cinquecento non era l’Harley Davidson di Capitan America: le visioni di Easy Rider e di Mr. Tambourine man facevano effetto ma, grazie a Dio o al buon senso, non lasciavano il segno.

E tuttavia una poesia straordinaria, straziante e insostenibile, Ginsberg la scris­se. È Kaddish, l’interminabile urlo di furore e d’amore per Naomi, la mamma ebrea e comunista, “sudata, con gli occhi spiritati, grassa, il vestito slacciato su un fianco”, dilaniata dagl’incubi e dall’elet­tro­shock, vittima sacrificale del turpe sogno americano e dispensatrice d’un messaggio di salvezza, per il figlio, e per tutti i figli ingrati e immemori che fummo, che siamo: “la chiave è tra le sbarre, nel sole della finestra”.

La madre libertaria, mistero doloroso e glorioso afflato di emancipazione, di fraternità nel dolore condiviso. Come la Madre-Concezione di Conversazione in Sicilia, che piacque a Hemingway che certamente ne avrà discusso con Fernanda Pivano. In fondo anche Fernanda volle essere questo, nei confronti di tanti figli adottati, da De Andrè a Jovanotti: madre accogliente ed esortante a “nuovi doveri”.

Fiera Antigone. Penso spesso, in questi giorni ad Antigone. Campionessa della solidarietà umana e dell’amore incondizionato che tutto abbraccia, in nome del quale dà sepoltura al fratello e rinnega la guerra, l’eroina di Sofocle si oppone allo Stato etico impersonato dal patriarcale Creonte. A costui che la rimprovera di pensare da “diversa”, Antigone risponde: «Non è per niente vergognoso, onorare chi è nato dalle stesse viscere». È fratello, cioè, anche colui che è morto contro, dalla parte sbagliata. L’Ade impone uguali riti: «Ma il buono – obietta Creonte – non è pari al cattivo nell’ottenerli»; e Antigone: «Chissà se sotterra è questa la pietà?». Ancora Creonte: «Ma il nemico non è mai caro, neppure quando sia morto». E ancora Antigone: «Non sono nata per condividere l’odio, ma l’amore».

Fernanda Pivano

Non dovremmo ricordarcene, di questo messaggio di materna indulgenza, di questa femminile pre-incarnazione in terra di Grecia del Dio di Gesù Cristo, in questi tempi disertati dalla pietà, in questi tempi di spietate divisioni, di contrapposizioni arroganti e oltraggiose? Dall’aldilà, ci permetterà Allen Ginsberg di parafrasarlo? «Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla rabbia e dalla paura, ho visto pro-vax e no-vax drogarsi di letali certezze e scagliarle gli uni sugli altri come ordigni di morte…».

Antigone ritratta da Frederic Leighton

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