Versatilità dell’ensemble e rigore dei solisti danno corpo a Bach e i suoi multipli

Recensioni Al Cortile del Museo Diocesano di Catania il concerto “Bach Mirrors” della Baroque Chamber Orchestra ha concluso la rassegna “Musica a corte” della Camerata Polifonica Siciliana. La versatilità dell’ensemble specialista nel repertorio barocco, e l’impeccabile rigore esecutivo dei solisti, sotto la vigile direzione del maestro Giovanni Ferrauto, ha dato corpo ai costrutti polifonici e al lavorìo tematico consoni alle partiture del maestro di Eisenach

Il Cortile del Museo Diocesano di Catania, in pieno centro storico, ha offerto una cornice gradevolissima  al concerto “Bach Mirrors” della Baroque Chamber Orchestra, che ha concluso la rassegna “Musica a corte” promossa dalla Camerata Polifonica Siciliana, presieduta dal musicologo Aldo Mattina. Il numeroso organico, sotto la vigile direzione del maestro Giovanni Ferrauto (da sempre direttore artistico dell’associazione), ha visto in campo sedici solerti musicisti alle prese col repertorio di Johann Sebastian Bach, tra le chances solistiche di Enrico Dibennardo al cembalo, nonché  Augusto Vismara e Gaetano Adorno alle viole,  a cui si univano  Maria Pia Tricoli e Francesco Zappalà al pianoforte. A ben realizzare, con esaustiva interazione strumentale, i costrutti polifonici e il lavorìo tematico consoni alle partiture del maestro di Eisenach, concorrevano una palese versatilità dell’ensemble specialista nel repertorio barocco, e l’impeccabile rigore esecutivo dei solisti.

Un progetto, quello di Bach Mirrors,  costruito sul numero tre e sui suoi multipli – come ha affermato Ferrauto – con le sorprese insite nella specularità esecutiva, come in “Specchio primo” Frammento dal Bwv 1060 versione per due violini, in apertura di serata. Interessante per la complessità dell’armonizzazione, di taglio novecentesco, l’Entrée a la Bwv 1060, composta dallo stesso direttore artistico, a preludio del Concerto in do minore BWV 1060 per due tastiere e archi, dove emergeva un piglio di agilissima quadratura espositiva dai pianisti Tricoli e Zappalà, la cui nettezza e fluidità sonora ben rendevano, nella trasposizione pianistica, la snellezza di scrittura dell’originaria versione clavicembalistica (il cui terzo movimento è stato poi bissato alla fine), e non da meno tali peculiarità si evincevano dal Concerto in do minore BWV 1062, anch’esso per due tastiere e archi: in entrambi il maestro concertatore ha ottenuto una rilevante coesione  d’insieme. 

Altresì efficace è risultata l’esecuzione dei Concerti brandeburghesi (tratti da un gruppo unitario di 6 concerti scritti da Bach  a Kothen nel 1721 per Christian Ludwig, margravio del Brandeburgo) la cui varietà formale nel titolo  Concerts avec plusieurs instruments, secondo l’intento bachiano, voleva manifestare la duttilità  del concerto quale genere solistico o d’insieme.  Nella cernita dal suddetto corpus, del Concerto brandeburghese n. 3 e del Concerto brandeburghese n. 6 per due viole e archi, l’ensemble ha messo in atto un incisivo fraseggio, il cui  dialogo è stato ben intessuto dai due gruppi strumentali, col ruolo solistico  di Vismara e Adorno. A fine serata la corposa platea tributava festosi e reiterati  applausi  ai validissimi artisti,  i quali, oltre al citato bis, eseguivano il secondo movimento dal Concerto bachiano in fa minore per clavicembalo, archi e basso continuo BWV 1056,  in un nuovo gioco di rivisitazione speculare tra i pianisti, su bassi sfrondati. Ancora una volta dopo ben tre secoli  il tempo non  ha offuscato la grandezza imperitura di Johann Sebastian Bach.

Da sinistra Francesco Zappalà, Giovanni Ferrauto e Maria Pia Tricoli, foto Gattopino

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