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La casa delle parole

Una granita Fava, per favore

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Fabrizio Gifuni, in "Prima che la notte", ce lo ha fatto rivivere in maniera commovente, perfetto anche nella cadenza catanese. Pippo Fava incarnava il tipico catanese, amante della bella vita e godereccia che affrontava con coraggio e che respirava a pieni polmoni. Per rendergli omaggio io stesso vorrei mangiare la granita al caffè e panna che si faceva preparare al bar Calì, perché anche io sono un malinconico catanese, ma anche godereccio


di Domenico Trischitta

1984, esce il primo disco dei Denovo, “Niente insetti su Wilma”, e da quel momento a Catania non sarà più la stessa cosa. Adesso le strade nere e polverose hanno una colonna sonora che per contraddizione accompagna i morti ammazzati sui selciati e sui bar, incaprettati dentro i portabagagli delle auto. E tanta sfrontatezza nell’esibire benessere e soldi, rolex ai polsi e Lacoste ai petti, potenti moto di grossa cilindrata che sostano nei bar più alla moda di corso Italia, e in alto palazzoni eleganti che offrono viste impareggiabili sul lungomare. Questa è una delle sequenze iniziali e più significative del film “Prima che la notte” di Daniele Vicari che racconta l’ultima notte di Giuseppe Fava e tutto quello accade prima, dal suo ritorno da Roma nella città che lo aveva adottato. Fabrizio Gifuni, uno dei migliori attori italiani ce lo fa rivivere in maniera commovente, perfetto anche nella cadenza catanese. Quella città che molti vedono estranea alla mafia e che invece ha decretato la vittoria del suo unico padrone, Nitto Santapaola, più un Monarca che un rappresentante dell’oligarchia palermitana di Cosa Nostra. Ma tutti sapevamo in città, di quel calderone di connivenza tra poteri forti, economia e criminalità organizzata, ma di cui il solo Pippo Fava, dalle pagine de “I Siciliani” scrisse pubblicamente, e per questo pagò con la morte. Lui incarnava il tipico catanese, amante della bella vita e godereccia che affrontava con coraggio e che respirava a pieni polmoni, del mare di Ognina e dei frutti di mare, e di quella granita al caffè e panna a strati che si faceva preparare appositamente al bar Calì, e che io stesso vorrei mangiare, magari con Lucio Lanza che l’ha ricordata, perché anche io sono un malinconico catanese, ma anche godereccio. Così lo omaggerei, ordinando la granita “Fava”.

Fabrizio Gifuni-Pippo Fava e i carusi de I siciliani in Prima che la notte


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 28 maggio 2018



Domenico Trischitta

Sono stato concepito in un quartiere “fantasma” del centro storico di Catania, colpito a morte dallo sventramento. Nato nel 1960 e poi deportato in un agglomerato popolare della periferia, San Berillo nuovo, ci ho trascorso trent’anni della mia vita, prima a costruire capanne nella sciara, poi giocando a pallone con la maglia dell’Inter, e alla fine ascoltando hard rock assieme ad altri scunchiuruti. Lì mi sono formato.

Da questa dura memoria ancestrale ho tratto ispirazione per iniziare la mia carriera di dispensatore di emozioni. Scrivendo. Chi è il dispensatore di emozioni? Colui che vede un film di Truffaut e lo promuove, colui che ascolta un disco di Bowie e lo fa comprare, colui che si sofferma a guardare un mare in tempesta o calmo come un lago, o anche chi prova un’emozione e deve raccontarla.

Ah dimenticavo, amo profondamente la musica di Lucio Battisti. Anche quella vi consiglio. Le mie anime social sono su Facebook e Twitter


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