venerdì 20 luglio 2018

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Una donna per Liborio

Poesia e racconti

Tradizioni può far rima con superstizioni. Non è vero, ma... crederci può far vivere più sereni. Per gentile concessione dello scrittore Domenico Cacopardo, pubblichiamo, in anteprima assoluta, dopo "L'omonimo", un secondo racconto inedito che farà parte di "Annilieti", raccolta di quindici racconti che saranno pubblicati prossimamente da Marsilio


di Domenico Cacopardo

"Annilieti", racconti. Uscirà prossimamente per Marsilio una raccolta di 15 racconti dello scrittore Domenico Cacopardo. Alcuni sono già apparsi su periodici vari. Dopo "L'omonimo", pubblicato lo scorso 27 ottobre, anche questo che mettiamo a disposizione dei lettori di SicilyMag è inedito.

Domenico Cacopardo

1.

Eravamo seduti a tavola, in un’osteria messinese di fronte all’Ospedale Piemonte, e avevamo da poco affrontato un enorme porzione di pesce stocco a ghiotta, una specie di rito sacrificale per gli abitanti della città dello Stretto, appassionati tutti dei merluzzi essiccati norvegesi, che considerano la vera, unica, inimitabile leccornia cittadina.
Infatti, dicono di Messina: «Stoccu sciroccu e malanova». L’ultima parola, «malanova», si riferisce a una tipica imprecazione locale con la quale si augura all’interlocutore con cui si dissente di avere una «cattiva notizia». Il che nel vocabolario italiano degli insulti è un unicum dalla cattiveria inimitabile.

Pesce stocco a ghiotta alla messinese

Ero con mio cugino Liborio, di tanti anni più giovane di me, figlio di Onofrio, più di un fratello caro e indimenticato: da quando lui era scomparso, seguivo assiduamente il suo unico erede, quasi fossi responsabile delle sue scelte, della sua carriera, della sua vita insomma. Dopo un diploma di geometra, strappato con i denti e con una raffica di raccomandazioni, l’avevo fatto entrare al Genio civile, che era in qualche modo il braccio operativo della Regione Sicilia sul territorio. Era l’ufficio, per capirci, che dava il benestare sotto il profilo della legislazione antisismica a ogni costruzione si volesse realizzare, magari un «jaddinaru», un gallinaio per esigenze familiari.

Liborio s’era comportato bene e io, che avevo le orecchie lunghe e belle antenne sulla città, avevo avuto continue conferme dell’onestà del giovane che mai aveva chiesto alcunché ai suoi numerosi frequentatori, si fosse trattato di impresari o di singoli cittadini senza particolare peso. Certo, se s’era presentato, come s’era presentato, il fratello dell’onorevole Lo Pesce, s’era fatto in quattro e aveva sistemato tutto, facendogli cambiare i disegni e i calcoli della palazzina che intendeva costruirsi in località Annunziata, uno dei posti più belli e panoramici della città.

L'impiegato modello

Glielo spiegavo ogni volta che lo vedevo: «Fai il tuo lavoro. Non chiedere né accettare soldi o altre cose della gente che ti interpella. Fai il tuo lavoro. Non ti vantare. Stai sotto traccia, senza dare fastidio a nessuno. Vedrai che, così facendo, farai carriera. A trentasei anni, infatti, era già diventato dirigente e, se avesse avuto uno straccio di laurea, avrebbe potuto aspirare alla direzione di un ufficio.

Quel giorno, però, volevo parlargli d’altro: del fatto cioè che avvicinandosi ai quarant’anni, doveva decidersi a prendere moglie, in modo da assicurarsi una vita tranquilla e una discendenza, cosa alla quale noi siciliani teniamo più di tutto al mondo. Anche per dare un futuro alla roba, la tanta roba che gli aveva lasciato il padre e quella, di valore almeno equivalente, che gli sarebbe arrivata quando sua madre fosse tornata al Signore. E sapevo che aveva avuto varie relazioni, l’ultima delle quali con una ragazza bresciana, più o meno della sua età, che lo veniva a trovare a Messina molto spesso, essendosi innamorata perdutamente.

Così, gli feci: « È ora che ti sistemi, Liborio. Che ti sposi una brava ragazza e metti su famiglia. Ti parlo come avrebbe fatto tuo padre Onofrio». Ho dimenticato di dire che la madre viveva al paese, Roccafiorita; non s’era mai voluta muovere, nemmeno per venire a vedere la casa del figlio in città; e che non apriva bocca sulle vicende del figlio. Forse era rassicurata dal fatto che me ne occupassi io. «Lo so, Vincenzo», mi rispose, «ma debbo ancora incontrare la persona giusta.» «E Vita?» Mi riferivo all’amica bresciana, con la quale l’avevo incontrato un paio di volte in Piazza Cairoli. Avevo offerto loro la granita di Irrera, e mi ero fatto l’idea che lei fosse una donna appassionata e appassionata proprio di lui. «’Na menza buttana», mi rispose con la caratteristica parlata delle nostre parti, per la quale «mezzo» e «mezza» diventano, appunto, «menzo» e «menza».

Paul Gauguin, La perdita della verginità, 1891, Metropolitan, New York

«Credevo che fosse innamorata». «Cotta è. Ma non era vergine, mi capisci?». Gli risposi di sì, che lo capivo, anche se, essendo ormai entrati nel terzo millennio, il problema anche da noi era stato archiviato: si diceva che le ragazze cominciassero ad avere esperienze complete intorno ai sedici anni e, quindi, credevo che Liborio fosse un uomo dei nostri giorni.

Mi sbagliavo. «Ma che tipo di donna cerchi?» volli domandargli. «Prima di tutto deve essere brutta, perché se è bella mi mette le corna». Trasecolai e gli risposi: «Ma questa è una grave dimostrazione di insicurezza. Se ti ama e finché ti ama non ti metterà le corna, bella o brutta che sia. Sta a te, poi, farti amare sia a letto che nei rapporti di coppia». Mi guardò con diffidenza, come se, per la prima volta, stessi pronunciando di fronte a lui un’inattesa bestemmia. Poi, con una certa condiscendenza, spiegò: «La donna bella è corteggiata. E, prima o dopo, incontra un uomo seducente e si fa sedurre. Questa è matematica. Tu mi parli di poesia.»

«Così vuoi dire che mia moglie Carmela, che era la più bella di Condrò, mi mette o può mettermi le corna. Ti rendi conto? Stai facendo un ragionamento offensivo per me e per la mia famiglia». «Ma questo non c’entra nulla. La cugina Carmela è una bella donna, ma è anche una madre di famiglia di cui non si può dire niente. Anzi, ovunque è apprezzata. Donna Felicia, la sorella di padre Lo Pò, ne parla come di un esempio da seguire». Aveva così rappezzato l’errore. A me non bastava ciò che avevo sentito e, quindi, lo spronai di nuovo: «Brutta e basta?». «No, quando mai. Deve anche essere delle mie parti e ricca. Delle mie parti perché deve saper fare le cose che piacciono a me. Soprattutto il cucito. Ma anche il mangiare. Ricca, perché altrimenti ci sarìa perdenza».

La dote

«Come? Perdenza?» La famiglia della mia preziosa Carmela era una dignitosa, così si dice in questi casi, famiglia di lavoratori, piuttosto poveri e io non m’ero mai posto il problema. Anzi, appena mi era stato possibile, l’avevo convinta a lasciare l’impiego e a finire l’università. E lei, dopo la laurea, aveva vinto al primo colpo un bel concorso a cattedra di matematica e fisica e ora insegnava nell’antico liceo La Farina. «Già -, mi fece lui -, se lei non ha picciuli, dote e corredo, tocca al marito provvedere e, quindi, c’è matematicamente una perdenza». «Apposta sei ancora scapolo. Donne brutte non ce ne sono più. E i soldi scarseggiano dappertutto. Scendi sulla terra, Liborio e cerca una brava ragazza che ti piaccia e di cui ti innamori. Questo è il segreto della felicità». «Cugino Vincenzo, la troverò come la voglio io, stai tranquillo. E se non la troverò, a quarantacinque anni abbasserò le pretese».

E con questa filosofia spicciola, intinse un bel pezzo di pane casareccio nel sughetto di pesce stocco a ghiotta e riprese a mangiare di gusto. Era una buona forchetta, Liborio, e nemmeno quel giorno smentì le sue doti.

2.

Saranno trascorsi sei mesi, non di più, da quel pranzetto messinese, che Liborio mi chiamò al telefono: «Cugino, t’aiu a parrari». «Certo, vieni a casa stasera. Verso le nove», da noi si va a tavola tardi. Non prima delle dieci. Così avremmo avuto un’ora per affrontare ciò di cui mi voleva informare. «Non mettetevi in complimenti, non mi fermo a mangiare». «Fra di noi? Quello che c’è, solo quello che c’è: solo un posto in più». «Allora, va bene. Grazie. A più tardi.»

Spuntò ch’erano da poco passate le otto. La casa era in piena confusione: i figli, finiti i compiti, facevano chiasso come sempre. Carmela aveva un diavolo per capello, visto che non aveva ancora finito di correggere le prove trimestrali di matematica dei suoi scolari. Decidemmo di andare in pizzeria, quando tutti sarebbero stati pronti. Io e Liborio, nell’attesa, ci ritirammo nello studiolo, il luogo in cui scrivo le perizie tecniche di cui di tanto in tanto mi incarica il tribunale.

«Tutto bene?» cominciai. «Sì, tutto bene. Trovai la ragazza che cercavo. Mi sposo, ma prima voglio che tu e la cugina Carmela la conosciate». In quel momento, solo in quel momento, mi tornò in mente il suo ragionamento: brutta, delle mie parti e ricca. Pensai: “Dove l’avrà trovata questa campionessa? E come l’avrà trovata?”.

«Spiegami tutto, Liborio. Il modo in cui vi siete incontrati è importante forse più di quello che è accaduto dopo». Mio cugino rimase in silenzio e si passò la mano sinistra sulla bocca, come per asciugarla. Sembrava stesse riflettendo, prima di affrontare il mio giudizio. Poi, roteando gli occhi - il suo modo di mostrare soddisfazione - raccontò. Con una lentezza esasperante. «Mia madre, se ne occupò». Era già un pessimo viatico, vista la natura introversa e silenziosa della vedova di mio cugino Onofrio. «Aveva parlato con un sensale …» lo interruppi di botto: «Quindi, ce ne sono ancora. Non credevo che negli anni duemila ci fosse qualcuno che procacciasse mariti o mogli.

Antonio Chiarello, Matrimonio alla sicliana, acrilico su tela

Mi guardò interdetto, comprendendo la disapprovazione e la critica insite nelle mie parole. «Cugino non capisci. Aspetta che ti finisca di raccontare. Questo sensale, dopo qualche mese - avevamo perduto le speranze - ci propose una signorina di Mandanici, figlia unica di un ricco possidente, produttore di olio d’oliva. Una figlia di famiglia come si deve e come si usava cent’anni fa». «E quanti anni ha questa creatura eccezionale?». C’era dell’ironia nel mio tono. Me ne pentii e precisai: «Non scherzo, sono ammirato». «Ha la mia età precisa: due mesi di meno». «E soldi?». «Sua zia è la vedova Ricordato, non so se mi spiego e non ha altri nipoti. Solo lei. Eredità: un grande patrimonio. Basterebbe una delle case di Taormina per rendere ricco chiunque. Ed è una femmina di casa: mi cucinò diverse volte, tutti i piatti che fa mè mammà: perfetta».

«E nessun uomo? In passato?». «No. E ho chiesto e avuto un certificato di verginità, redatto da un ginecologo dell’ospedale Regina Margherita». Non ci potevo credere. Stavo per dirgli “Ma la verginità si aggiusta”, ma mi fermai in tempo, prima di un irreparabile patatrac. «E … l’hai vista?». «Dopo l’istruttoria», parlava come se fosse al Genio civile, alle prese con una pratica edilizia, «ci siamo incontrati e, poi, ci siamo frequentati ogni domenica. A messa, a pranzo a casa sua e poi una passeggiata accompagnati dalle sue cugine».

Non ce la feci più e gli posi la domanda che mi urgeva sin dall’inizio della conversazione: «E com’è?». «È normale, cugino Vincenzo. Non è bella e non è brutta… solo un problema…». «Quale problema Liborio, non lasciarmi sulle spine». Invece, rimase in silenzio per una decina di minuti, soppesando il pro e il contro di una rivelazione. Alla fine, si rese conto che era io l’unico maschio adulto che gli era vicino e riprese: «La gente dice che è jettatrice. Come suo padre e suo nonno. Per questo, tanti si sono proposti e poi sono scappati».

Ritratto di donna brutta con braccia incrociate sul seno di Pietro Nicosia, acrilico su tela, 2015

Rimasi di sasso. Questo non ci voleva. Il riemergere delle peggiori superstizioni, capaci di condannare una persona all’isolamento e alla dannazione in terra. E ora dovevo capire quale fosse la reazione di Liborio: «E tu?». «Mi rivolsi a Filippo Andò, quel giovanotto di Letojanni che leva il malocchio». Continuava sulla brutta strada, il mio parente. «E che ti disse, Filippo Andò?». «Mi disse che ero ‘dducchiatu», intendeva preso d’occhio, «ma senza cattiveria. E che la dovevo sposare a Idria, così si chiama la mia fidanzata. Altrimenti, mi sarebbe successo qualcosa di brutto. Com’era successo a tutti i pretendenti che l’avevano avvicinata ed erano poi scappati. Filippo mi fece l’olio», voleva dire che versò delle gocce d’olio in un bacile pieno d’acqua, leggendone i movimenti, «e stabilì che al minimo, se, dopo averla incontrata a scopo matrimoniale, non la sposavo, proprio al minimo mi sarebbe venuto un tumore fulminante».

«Garantito?» lo sfottei. «Certissimo. Così chiesi la sua mano al padre e ci sposiamo tra un mese, la seconda domenica di aprile». «Allora, auguri. Lo dico a Carmela e festeggiamo. Invece di andare in pizzeria andiamo da Alberto e ci regaliamo una bella cena». «Grazie, Vincenzo. Sei un padre. Anzi un fratello. Ora ti faccio vedere la fotografia».

L'olio per togliere il malocchio

Me la mostrò. Aveva ragione, non era né bella né brutta, solo una donna informe senza fianchi, abbigliata senza gusto. Le gambe erano coperte dai jeans. Il viso tondo e l’occhio porcino. “Da sporcacciona” pensai. “Quando succederà, farà impazzire Liborio".

Carmela si affacciò: «Siamo pronti». «Arriviamo… Carmela, c’è una bella…». Mi fermò: «Prima di informare la cugina ti debbo chiedere una cosa…», anche questa volta si interruppe per ponzare bene le parole. Carmela e i miei figli, nell’altra stanza fremevano. D’improvviso, si sbloccò: «Ci fai da testimone? Lo dissi a Idria che rimase contenta». Un regalone avrei dovuto comprare agli sposi e non era il momento per me e la mia famiglia di affrontare una spesa.Tergiversai: «Sarà difficile. Ho un processo a Brindisi. Sarò interrogato sulla perizia… sai, tra di noi non ci sono problemi. La tua proposta mi onora e mi rende felice, però… mi dovrai scusare».

Il testimone

Fece la faccia seria e compunta, prima di replicare: «È che glielo dissi a Idria. E che se tu mi dici di no, lei si offende… capisci cosa voglio dire?». Compresi al volo, immaginai disgrazie inenarrabili e cambiai idea: «Sai che faccio? Mi darò malato e sarò il tuo testimone. Non ci perderemo il matrimonio. E, mi raccomando, mettete subito in cantiere l’erede…». Liborio, finalmente felice, mi abbracciò con trasporto. Aveva concretamente constatato di avere ottenuto, con Idria, una marcia in più.

© Domenico Cacopardo

www.cacopardo.it


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 18 dicembre 2017
Aggiornato il 29 dicembre 2017 alle 18:36





Domenico Cacopardo

Nato a Rivoli (Torino) il 25 aprile 1936, da famiglia di Letojanni nel Messinese, vive a Parma. Laureatosi in giurisprudenza nel 1957 nell’Università Federico II° di Napoli, nel 1971 ha assunto al carica di Vicemagistrato per il Po, a Parma. Nel 1977 e il 1978, è stato Vicemagistrato alle acque a Venezia, nel 1979 Provveditore alle opere pubbliche per l’Emilia-Romagna. Nel 1980 diventa Consigliere di Stato. Dal 1974 al 1976 ha insegnato ‘Diritto del territorio’ alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Torino, dal 1980 al 1987, ha insegnato ‘Diritto pubblico dell’economia’, alla Facoltà di Scienze politiche dell'Università LUISS e nel 1994, ‘Contratti di appalto’ , a Giurisprudenza sempre alla Luiss. Nelo 1999 è stato Commissario per la liquidazione dei danni per il disastro del Cermis. Nel 2004, all'Università di Sassari, Facoltà di lingue, ha tenuto un 'Laboratorio' sugli scrittori siciliani del secondo '900. È componente a vita del Board dell’Aspen Institute Italia, in quanto ne è stato fondatore.
È autore di articoli e monografie di carattere giuridico in materia di lavori pubblici e in materia di partecipazioni statali. È stato il direttore della rivista tecnico-giuridica ‘Rassegna dei lavori pubblici’.
È inoltre autore dei sagg: “Sul pensiero di Bergson”, Parma 1972, e “È libera la radio-televisione americana?”. E' autore delle opere di narrativa: "Il caso Chillé", Venezia 1999; "L’endiadi del dottor Agrò", Venezia 2001; "Cadenze d’inganno", Venezia 2002; "Giacarandà", Venezia 2002; "La mano del Pomarancio", Milano 2003; "Virginia", Milano 2005; "Carne viva", Milano 2007; "L’accademia di vicolo Baciadonne", Milano 2008; "Agrò e la deliziosa vedova Carpino", Venezia 2010; "Agrò e la scomparsa di Omber", Venezia 2011; "Agrò e il maresciallo La Ronda", Venezia 2012; "Il verso dell’innocenza", Catania, 2013; "Il delitto dell’Immacolata", Venezia, 2014; "Maddalena", Verona 2015; "Semplici questioni d’onore", Venezia 2015; "Amori e altri soprusi", Venezia 2017.
Collabora stabilmente come editorialista con La gazzetta di Parma e Italia Oggi.


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