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Un tir in mezzo al mare

Blog Sulle sedie del cordoglio per il lavoro perso a 50 anni mi addormento cercando momentanea pace. La mente è turbata e la coscienza assopita lascia campo all’inconscio. Entro in un mare sabbioso dal colore della ghiaia. Incontro anche i resti di poveri migranti. Finché un tir si avvicina minaccioso...

Vivo il dramma del nostro tempo: ho perso il lavoro come molte persone specialmente quando hai più di cinquant’anni, specialmente in questa terra di Sicilia.

Lo piango a casa mia, di notte. Puzza di morto ma lo veglio e non mi voglio staccare ancora da lui. Ho disposto le sedie intorno alla sua bara e mi siedo a giro occupandole in sequenza per fargli capire quanto mi manca. Sulle sedie del cordoglio mi addormento cercando momentanea pace.

Ma la mente è turbata e la coscienza assopita lascia campo all’inconscio. Entro in un mare sabbioso dal colore della ghiaia, procedo con fatica contro onde non violente ma lunghe e compatte; sono inevitabilmente spinta da una volontà che non è la mia e proseguo in questo luogo senza colore, senza data e senza ora. Il mare mi sbatte in faccia cercando di farmi cadere e comincio a saltellare in modo da non bere come facevo da bambina, solo che ora saltello in silenzio e mi difendo dal flutto che, solido quasi come un muro, mi graffia e mi ferisce.

Nel mare ci sono rifiuti di ogni genere: catrame, bottiglie di plastica, scuri cartoni zuppi d’acqua che sembrano giganteschi biscotti della colazione di un gigante.

Incontro anche i resti di poveri migranti che, falliti predoni del mare, hanno concluso qui la loro guerra. Sfarinati dal moto ondoso si spargono e si diluiscono, frammenti di carne putrida in dense molecole d’acqua.
I fantasmi che ci ricordano l’orrore del nostro tempo. Gli parlo, mi rispondono e mi stupisco di come capiscano la mia lingua ed io la loro: forse è la comunicazione dei disperati, degli ultimi ma sono anche spiritosi, mi dicono che si sentono a pezzi ed io rido per l’opportuna battuta infelice.

Una donna giovane senza un braccio e con la faccia mangiata dai pesci mi chiede se ho incontrato il suo uomo: si chiama Hamed “aiutami a trovarlo era con me, aiutami”, aiutami a cercare il mio uomo… mi si attacca con quell’unica mano; ha le dita scure gonfie di acqua; si aggrappa,  mi fa andare sotto; la spingo con forza – io sono ancora viva; l’allontano e, per fortuna  lei stacca la mano fradicia e così mi molla; ma mi circondano altri, ognuno con una domanda una richiesta: “mio figlio, mia moglie, mio padre, dov’è la terra?”

Allora urlo:“ basta con le vostre storie  lasciatemi in pace, io ho già  le mie”. Capiscono che non li posso aiutare, che sono come loro anche se ancora ho  apparentemente braccia e gambe e mani. Mi lasciano andare, orda di annegati infelici che non sanno di essere morti che non si rassegnano come fanno i sopravvissuti al mare che languiscono ai semafori lavando parabrezza.

Non li vedo più: sono di nuovo sola e continuo il mio viaggio, procedo con un certo timore, improvvisamente ho davanti un ruota… una grossa ruota, ho quasi il sapore del copertone in bocca, ma non è sola,  fa parte di altro: alzo gli occhi e vedo un mastodontico camion che fluttua di lato sospinto dalle onde: è gigantesco e pericolosamente incombe su me, ma come ho fatto a non vederlo prima?; l’istinto di sopravvivenza mi attiva la mente e, a fatica comincio ad allontanarmi mentre si avvicina. Si avvicina e si allontana sospinto dal moto ondoso, palazzo di scure lamiere arrugginite che mi sovrasta occultandomi cielo e visuale. Stremata aggiro la sua mole, aiutandomi anche con i piedi. Alterno così passi lenti a piccole bracciate incurante di inghiottire acqua sporca e sabbia; ora sono davanti ma tengo gli occhi bassi per non spaventarmi; voglio distanziarmi il più possibile.

Rabbrividendo in questa tiepida salamoia giro finalmente la testa e lo vedo nella sua imponenza: è un Tir, è enorme! Mi fa grande impressione vederlo in un luogo così lontano da qualunque strada, come sarà arrivato in un contesto così diverso dal suo; penso di essere in salvo, ma, appena cerco di  riprendere fiato e forze si para davanti la fiancata di un altro camion, sempre fluttuante, sempre arrugginito, sempre enorme; mi sforzo a guardare e ce ne sono altri e poi altri  non c’è dubbio sono finita all’interno di un banco di Tir.

A fatica, per istinto riguadagno la riva dove senza più fiato mi lascio cadere su uno scuro arenile in un’alba immobile. Sono bagnata zuppa e colo acqua sporca dai capelli e dai vestiti appiccicosi per la sabbia impastata ad acqua salata e gasolio; ho un odore disgustoso ed in bocca un sapore orribile, quasi di pestilenza. Mi giro a guardare verso il mare e capisco che le carcasse dei camion mi seguono, vogliono come me ritornare alla riva, alla vita; sono talmente vicini che sento lo sfregare della lamiera con la sabbia ma sono distrutta, mi possono passare di sopra… anzi, quasi lo desidero.

Chiudo gli occhi ed aspetto la fine.  Mi sveglio, sono quasi le tre.

 

 

 

 

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