lunedì 16 settembre 2019

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Tino Vittorio: «Università, la cooptazione è figlia di una legge criminogena»

Sugnu sicilianu

Premiato di recente per la piece teatrale "Mao e la mafia", lo storiografo catanese, ex docente dell'Ateneo al centro delle cronache giudiziarie, non criminalizza il metodo della scelta concordata dei vincitori dei concorsi universitari: «E' una pagliacciata la legge che permette di gareggiare e vincere il concorso, ma non conferisce l'assunzione. Non rimane che la cooptazione concordata»


di Salvatore Massimo Fazio

«È il mio lavoro, quello dello storiografo. Nascendo e vivendo in Sicilia, ce l'hai sempre davanti, quasi naturale ricercarne fonti e capirne significati e significanti». Più volte Tino Vittorio, storiografo catanese nonché ex docente di Storia contemporanea e metodologia della ricerca storica dell'Ateneo catanese ha indagato nella genesi della mafia e addirittura in altre occasioni, ne ha dato un'interpretazione che a troppi forse non interessava approfondire. Nel 1992 Tino Vittorio ha pubblica per C.U.E.C.M. Formicolii, un'antologia «per una storiografia dello scarto». Da uno di quei racconti, si è fatto ispirare per comporre una pièce teatrale. Un mese fa Vittorio ha ricevuto l'encomio del Presidente della giuria del “Premio Antonio Borgese” per quella pièce dal titolo Mao e la mafia, subito pubblicata da Il Convivio Editore.

Alla domanda se è pronta la sceneggiatura per metterlo in scena, sorridendo mi ha risposto con diniego dicendomi: «Pensaci tu!». Quando gli faccio una domanda sul suo discusso La mafia di carta”, pubblicato nel 1998 da Guaraldi e ripubblicato nel 2014 da Carthago, si allontana (siamo a casa sua), per tornare con alcuni volumi e mi incalza: «Avevo intervistato un mafioso del quale non potevo fare il nome all'epoca. Poi lo hanno ammazzato, ma comunque non mi va di farlo nemmeno adesso». Dettomi ciò, il mio obiettivo rimane l'intervista, ma la estendo alla sua letteratura in materia di mafia.

Tino Vittorio in una foto di Mario Lonero nel 2016

“La mafia di carta” di primo acchito sembrerebbe ricondurre al premiato “Mao e la mafia”: c'è una liaison?
«
Mi occupo di storiografia da tantissimo tempo come già detto e di fenomeni storico sociali. C'è il riferimento alla mafia, come è nel titolo, ma “Mao e la mafia” è ispirato da un capitolo di “Formicolii”».

Cosa narra quel capitolo che diventa pièce teatrale?
«La fine della mafia ad opera di uno studente prossimo alla laurea che spara in bocca a chi chiede il pizzo al proprio parente partigiano che, finita la guerra, riprende l'attività lavorativa, mette su famiglia e con fatica desidera che i figli studino. Il laureando, militante a sinistra, è il meno sospettabile: va lui a consegnare il pizzo ma all'incontro, estrae una pistola e uccide il mafioso. Così, metaforicamente, dovrebbe finire la mafia».

Quanto di biografico in questa rappresentazione?
«Molto, tranne l'incontro ad personam e l'omicidio. Cani sciolti, che quotidianamente disturbavano mio padre. Io che già non vivevo con la mia famiglia di origine, essendo il meno sospettabile, uno di quei giorni andai a casa dei miei, e sapendo che rispettavano sempre un orario per minacciarlo, risposi alla telefonata e li mandai al diavolo. Informammo le forze dell'ordine. Esito: telefono sotto controllo e dopo alcuni mesi li presero, mentre riscuotevano il pizzo chiesto ad un imprenditore».

Nonostante ciò, con la pubblicazione de “La mafia di carta” si solleva un polverone socio mediatico: cosa accadde?
«
Avevo dato quel titolo per il semplice motivo che volevo offrire una visione in carne e ossa della mafia, e non un'elucubrazione attraverso carte, libri, documenti, pertanto intervistai un mafioso. Accadde che all'uscita del libro, alcuni “lessero” che io avevo scritto che Pippo Fava non era stato ammazzato dalla mafia. Attenzione, io riportai l'intervista fatta al mafioso che sosteneva questa tesi e che alcuni avevano “letto”, nella logica dell'interpretatio, erroneamente».

Mafia dunque, un fenomeno che studi, approfondisci e che ti ha portato scontri. E poi?
«Poi succede che durante una cena apprendo da un avvocato che un suo cliente si complimentava per il libro e che aveva anche riconosciuto il personaggio intervistato. Presentare la mafia in carne e ossa è altra cosa rispetto a quella ricavata dalle carte giudiziarie».

Chi era il cliente di questo avvocato?
«Mentre conversavamo chiesi all'avvocato chi fosse il cliente, mi rispose: “Il Signor Benedetto Santapaola”. Puoi immaginare quanto io rimasi di ghiaccio! Cosa stava succedendo attorno a quel volume che avevo da poco pubblicato?».

Cosa?
«Il mafioso intervistato, alla mia domanda sull'esistenza di un punto debole della mafia, rispose: “alla mafia tutti gliela possono 'annacare' ma c'è un unico tallone d'achille, che è il pentitismo”. (Oggi l'avallo è dato dal recente film di Bellocchio “Il traditore”, se ci fai caso). In tal modo capii cosa Santapaola avesse apprezzato di quel libro/intervista. Puoi ben immaginare cosa mi venne in mente...».

Nitto Santapaola

...cos'altro?
«Chiesi all'avvocato se il suo cliente, il Santapaola, fosse disposto a farsi intervistare. Il legale mi disse che per lui era impossibile accettare la proposta, avendola pure respinta a Enzo Biagi. Mi rassegnai. Trascorso qualche mese mi ricontattò dicendomi che il cliente accoglieva la proposta precedente. Chiamai subito Pietrangelo (Buttafuoco nda), gli spiegai il tutto proponendogli di realizzare l'intervista e cartacea e, dato che all'epoca lui aveva rapporti con Mediaset, televisiva. La cosa poteva andare in porto. Mi attivai per ottenere le autorizzazioni necessarie, senonché gli organi competenti del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria negarono la mia istanza. Chiesi perché e mi risposero che se fosse stato autorizzato questo progetto, non si poteva negare a quanti altri potevano richiederla per altri personaggi con provvedimento del 41bis».

Il premio della giuria è sempre un plus, quello del presidente è tre volte tanto. “Mao e la mafia”, pubblicato da Convivio Editore, si è aggiudicato il premio Antonio Borgese: emozionato?
«Beh, fa sempre piacere quando viene riconosciuto un merito, per una fatica lungamente e piacevolmente spesa».

Tino Vittorio a Punta Secca davanti il busto di Andrea Camilleri ora rimosso

Da fenomeni sociali come mafia e massoneria sino ad arrivare alla bomba shock nell'Ateneo catanese di alcuni giorni fa: cosa è successo?
«La cosa è complessa. Si parla di professori che hanno avuto un riconoscimento attraverso dei concorsi e che per una legge universitaria possono prendere servizio solo sulla base della disponibilità finanziaria del dipartimento di afferenza. Alla base c'è una procedura di cooptazione, che è molto discrezionale, ma è già un riconoscimento del merito. Tu vieni cooptato perché lo meriti, come studente universitario, come laureando e come allievo e collaboratore dell'Istituto di ricerca dentro cui fai i primi passi informalmente. Il cooptante è un professore a cui viene conferito dallo Stato l'incarico di gestire bene i suoi soldi per la ricerca scientifica. Questo significa che lui alleva allievi, stabilisce chi è bravo e chi non lo è. Pertanto quando io chiamo te a lavorare con me, perché ti ho addestrato, hai fatto tanti esami con me, la tesi con me, ti chiedo le prime collaborazioni, fino a ripromettermi di farti lavorare all'interno del mio istituto di ricerca. Ovviamente quanto detto, esclude il familismo, o il tribalismo elitario di chi pensa che ci siano cognomi destinati all'eccezionalità intellettuale; si esclude anche l'arroganza e la volgarità con cui si è espresso chi è stato intercettato, nei suoi azzardi cooptativi».

Qui sorge un fraintendimento: nepotismo o proseguimento per garantire la ricerca alla Stato da un tuo continuatore? Un discepolo insomma...
«Io garantisco allo Stato che chi proseguirà la mia ricerca scientifica è una persona affidabile. Io sto investendo sul mio allievo i soldi che lo Stato mi ha dato perché non si perdano.»

Un dubbio: e il concorso?
«È sempre avvenuto così, che io insegnante, stabilisco chi deve concorrere e vincere».

La sede centrale dell'Università di Catania

Ma questo è legittimo?
«Questo è ciò che avviene. E la cooptazione, che già è meritocratica, non è reato. Nel momento in cui io ti scelgo, riconosco il merito. Non è che il merito lo riconosce il concorso. Questa apparente contraddizione, a chi non è dentro a questo meccanismo, non è facilmente comprensibile».

Cooptatore e cooptato però possono fare giochi sporchi...
«Ascolta: se è così come ti ho detto, diventa importantissimo il controllo sulla cooptazione, perché essendo la discrezionalità nelle mani del monocrate si deve evitare che, e rendo atto ai tuoi dubbi, si facciano giochi sporchi. Il controllore deve essere un giudice che appena sbagli, fa fuori te e il discente futuro erede. Perché il rischio c'è: di familismo, tribalismo, nepotismo, clientelismo, partitismo, insomma tutte le porcherie che può fare un individuo ab soluto da etiche statuali. È così e non può cambiare, non c'è una maniera diversa di pensare al reclutamento della ricerca accademica che non sia cooptativo».

Dunque, significa che è al limite con l'illegalità?
«Il problema nasce dal concorso pubblico e dall'autonomia degli atenei. Esempio, siamo in tre che partecipiamo ad un concorso e lo vinciamo tutti e tre, ma la Facoltà di riferimento è finanziata solo per assumere uno dei vincitori: cosa fanno gli altri?»

Cosa fanno?
«Data la pagliacciata che lo Stato ha creato, facendo una legge che ti permette di gareggiare e vincere il concorso, ma non ti conferisce il riconoscimento cioè l'assunzione, non rimane che la cooptazione concordata».

Perché è una pagliacciata?
«Perché un tempo, chi vinceva il concorso, quando era tutto centralizzato, veniva pagato dal Ministero. Con l'autonomia non è più così. Il concorso possono vincerlo tutte le persone che si presentano, ma non avendo soldi, qualcuno dei vincitori deve essere non vincitore, perché non lo si può pagare. Ma se si superano quattro o sei anni e nessuna Facoltà ti ha chiamato, devi rifare tutto daccapo. I concorsi sono liberi, ma il riconoscimento reale, cioè l'assunzione, avviene all'interno della Facoltà. Ma se siamo in tre ad averlo vinto chi entra? Ecco che subentrano gli accordi, lasciando in attesa, forse illusoria, l'escluso, prossimamente toccherà a lui entrare. In questa maniera la legge è criminogena, e ti spinge a fare reato. Pertanto la cooptazione non può cambiare. Ovviamente c'è lo stile, e lo stile lo fa l'uomo».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 09 luglio 2019
Aggiornato il 29 luglio 2019 alle 19:49





Salvatore Massimo Fazio

Nato a Catania nel 1974, scrittore, filosofo e pittore. Si laurea con una tesi di estetica presso l’Università degli Studi di Catania dal titolo “Cioran e Sgalambro: un confronto”. Esordisce nel 2005 con I dialoghi di Liotrela. L’albero di Farafi o della sofferenza, edito da C.U.E.C.M, un dialogo tra un filosofo, un demiurgo e un uomo di autostrada, elaborato insieme al poeta e scrittore Giovanni Sollima. Nel 2009 esce il racconto Villa Regnante per i tipi di enricofolcieditore. Insonnie, C.U.E.C.M. 2011, è il suo capolavoro indiscusso, strutturato in tre parti nella forma della prosa, della poesia e dell’aforisma, nel quale coinvolge il lettore sulle grandi tematiche etiche ed ontologiche dell’uomo, scarnificandone i concetti precostituiti con un nichilismo definito cognitivo che si scaraventa con smania distruttiva contro la filosofia accademica, la procreazione in un mondo occidentale dove tutto crolla costantemente verso l’edificazione del niente. Nel 2016 viene pubblicato da Bonfirraro Editore, l’addio al nichilismo, omaggiando con suicidio letterario i suoi due maestri, il titolo suscita subito qualche disagio e parecchie polemiche nell’area intellettuale italiana: Regressione suicida, dell’abbandono disperato di Emil Cioran e Manlio Sgalambro. Gestisce il blog letterario Letto, riletto, recensito


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