Salvo Caffo: «Ho dimostrato
al mondo l’unicità dell’Etna»

Sugnu Sicilianu Co-autore con Sergio Mangiameli del manuale romanzato "Etna patrimonio dell'umanità", il vulcanologo catanese che ha redatto il documento che ha permesso l'iscrizione nelle liste Unesco, ricorda con emozione come si è arrivati a tale traguardo: «Il Vulcano è uno spazio dove si possono educare i giovani ad assaporare la sensazione di sentirsi parte di un tutt'uno»

Nel manuale “Etna patrimonio dell’umanità” (Maimone editore), scritto a quattro mani con lo scrittore e geologo (nonché amico personale) Sergio Mangiameli e illustrato da Riccardo La Spina, il vulcanologo catanese Salvo Caffo, fine conoscitore e studioso dell’Etna, racconta il grande vulcano e racconta se stesso. Un dialogo che intreccia l’attività scientifica a quella esistenziale.

Qual è la genesi del libro scritto da lei e Sergio Mangiameli?
«Circa due anni fa, sulla scia del successo dell’iniziativa “Storie sotto il vulcano. I ragazzi raccontano”, ideata e promossa dall’editore Maimone, Sergio ebbe l’idea di raccontare l’Etna, attraverso parole e illustrazioni, che potessero stimolare la corda profonda dell’emozione e contribuire a formare un’impronta nelle coscienze dei ragazzi. Con un linguaggio scorrevole e toni colloquiali, in questo libro abbiamo raccontato le esperienze durante un viaggio avventuroso di tre giorni e due notti alla scoperta dell’Etna, attraverso due personaggi, Geo e Vulc, che altro non sono che i nostri Avatar. Abbiamo cercato di trasporre le emozioni che noi stessi proviamo nei luoghi in cui si colgono i segni dell’evoluzione del complesso vulcanico. Il viaggio di Vulc e Geo, i protagonisti del libro, emotivamente coinvolgente e avventuroso, ha consentito di rendere poetici gli argomenti di rilevanza scientifica che descrivono minuziosamente le pagine rocciose della storia naturale dell’Etna, dal giugno del 2013, Patrimonio dell’Umanità proprio per gli aspetti geologici».

La sua vita è strettamente legata all’Etna: studio, lavoro e ricerca. Dal suo impegno, dai suoi libri e saggi, emerge non solo una solida conoscenza razionale ma anche una passione profonda per il vulcano, l’ambiente, la natura. Come è nata questa passione?
«Da bambino ho avuto il privilegio di poter ascoltare il professore Alfred Rittmann, scienziato di levatura internazionale, che raccontava storie fantastiche sull’Etna, mentre provava le scarpe che mio padre gli realizzava, su misura, nella bottega in cui ho trascorso la mia infanzia. Aspettavo con ansia che quel signore elegantissimo e la sua splendida moglie venissero a trovarci per poter assistere al rito delle storie che lui non disdegnava di spiegare a mio padre, calzolaio, e al suo giovanissimo figlio. Con parole dosate e misurate ma dense di conoscenza, spiegava a noi, entrambi con cultura elementare, concetti veramente fuori dalla portata delle nostre conoscenze, riuscendo ad alimentare in entrambi la passione per l’Etna e per la vulcanologia».

Può raccontarci un altro aneddoto su questa storia?
«Non c’era domenica che, con la mitica 600, non si partisse da Catania, insieme a mia sorella, ai miei genitori e alla nonna materna, per andare alla Pineta di Linguaglossa. Un vero e proprio viaggio che, per evitare di sentirmi male, trascorrevo con la testa fuori dal finestrino avendo modo così di memorizzare il percorso e il paesaggio. Nel 1971, durante l’eruzione laterale che colpì l’abitato di Fornazzo – avevo solo 11 anni e su questo episodio, Sergio Mangiameli, bontà sua, ci ha scritto una breve e toccante storia -, ho seguito di nascosto il professore Rittmann, senza che i miei genitori lo sapessero! Ho trascorso gli anni della formazione scolastica e universitaria andandomene in giro con i miei amici in escursione sull’Etna e imparando a conoscere questo straordinario territorio e soprattutto a vincere la paura di essere solo e lontano da casa. Sin da studente universitario, ho sentito l’esigenza di trasmettere le emozioni che si provavano nel conoscere il mondo dei cristalli, delle rocce, dei fossili degli invertebrati, insomma, di quanto apprendevo circa i temi relativi al pianeta su cui viviamo».

Il vulcanologo Salvatore Caffo

Dunque Rittmann è stato il suo modello ispiratore?
«Il mio pensiero è stato sempre rivolto al professore Rittmann di cui ho cercato di seguire le orme. E’ stato quasi naturale studiare Scienze geologiche, conseguire il Dottorato di ricerca universitario in Petrologia magmatica, diventare professore di Scienze naturali e infine vulcanologo del Parco dell’Etna: quasi una nemesi. Raccontare tutto questo durante incontri, convegni, conferenze rappresentava certamente un momento importante nel misurare la mia preparazione accademica, ma non mentirei se dicessi che ho sempre privilegiato il coinvolgimento emotivo per spiegare concetti e teorie del tutto avulse dalla nostra quotidianità».

Se dovesse definire sinteticamente l’Etna, quali parole userebbe?
«Una speciale “finestra astenosferica”, creata in un’area, dominata da processi tettonici di convergenza litosferica. Una straordinaria “risposta” al complesso processo di convergenza tra la placca africana a Sud e quella euroasiatica a Nord nonché ai molteplici eventi geodinamici che hanno caratterizzato il bacino del Mediterraneo nel corso di decine di centinaia di migliaia di anni. Una delle aree vulcaniche più belle del pianeta, dove la natura è selvaggia. Un luogo dove diventiamo un impasto della Terra che calpestiamo sino a divenirne parte del paesaggio stesso. Uno spazio dove si possono educare i giovani ad assaporare la sensazione di sentirsi parte di un tutt’uno».

L’Etna è uno dei luoghi che esercitano più fascino al mondo e per aspetti plurimi e diversi. Qual è la sua opinione in merito?
«L’Etna è uno dei più grandi e complessi laboratori naturali per lo studio dei fenomeni geologici e specificatamente vulcanologici a livello mondiale ed è in tale ottica che intere generazioni di studiosi delle Scienze della Terra si sono formati a livello internazionale anche per la possibilità di osservare direttamente elementi che hanno consentito di studiare le eccezioni e di ampliare e talvolta modificare teorie che venivano contraddette dalle esplorazioni. L’Etna presenta una rara combinazione, facilmente accessibile di paesaggi, di geo-diversità e di fenomeni vulcanici. Per il suo valore scientifico, le sue bellezze naturali, culturali ed educative, è considerato un sito vulcanico iconico. Apparati vulcanici, tunnel di lava, campi di lava e grotte con particolari mineralizzazioni e altre morfologie, testimoniano la continuità di eruzioni dell’Etna nella storia umana».

Ci racconti altri aspetti originali del grande vulcano…
«Per la sua latitudine e altitudine, per la sua posizione insulare e per la sua imponente forma conica, si staglia contro il cielo, incomparabile a qualsiasi altro rilievo montuoso in tutto il bacino del Mediterraneo, per il suo clima e i suoi fattori meteorologici, per la sua morfologia – con il suo aspetto unico e variabile legato sia all’attività vulcanica che alla degradazione esogena – mostra paesaggi lavici mozzafiato, alternati a strati rocciosi e pendii, selvaggi e aspri; bellissimi coni di scorie e valli profonde con massicce pareti di lava. Questi aspetti testimoniano l’incessante attività vulcanica che, fin dai tempi antichi, ha caratterizzato il paesaggio geologico dell’Etna».

Etna, magnifica veduta sulla valle del Bove

Può delineare ai lettori alcuni degli itinerari più suggestivi e spiegarne le origini storiche?
«Nel rispetto delle esigenze di conservazione dei valori naturali e delle attività di fruizione, in tutto il territorio del Parco è presente una rete di sentieri che, attraverso una conoscenza dei valori naturalistici, scientifici e culturali, consente ai visitatori di comprendere la necessità di preservare ecosistemi ed habitat eccezionali anche attraverso attività ricreative, escursionistiche e di tempo libero. I sentieri etnei si sviluppano in gran parte su colate laviche recenti e storiche, in aree boscate e in ambienti privi di vegetazione arborea nonché su terreni sottoposti da antica data ad attività rurale, presentando pendenze spesso mutevoli conseguenti alle morfologie dei luoghi. Insieme alla classica ascesa alle zone sommitali, l’escursione nella Pista Altomontana, sostanzialmente il giro dell’Etna a piedi, resterà impressa nella memoria del visitatore del Parco come un’esperienza unica, a contatto con un ambiente straordinario che offre una varietà stupefacente di paesaggi. L’anello della Pista, che si sviluppa all’interno del Demanio Forestale, lungo una pista di servizio dell’Azienda Foreste, ad una quota media di 1.750 metri sul livello del mare, aggira i versanti occidentale e settentrionale del vulcano, proponendo all’escursionista un affascinante spaccato della natura e della biodiversità vegetale del Parco dell’Etna, dei suoi boschi, delle lave antiche e recenti del vulcano, dei suoi panorami più suggestivi. E’ percorribile in tutte le stagioni dell’anno, tranne che in inverno; con la neve e la nebbia, la Pista va affrontata solo da persone esperte e adeguatamente attrezzate».

Un ruolo importante lo svolgono i rifugi.
«Diversi rifugi gestiti dall’Azienda regionale foreste demaniali sono dislocati lungo le piste. Tra essi ricordiamo partendo dal cancello della Filiciusa-Milia e procedendo in direzione Nord: Rifugio San Giovanni Gualberto; Rifugio Galvarina, 1987 metri sul livello del mare; Rifugio Poggio La Caccia, 1905 metri; Rifugio Monte scavo, 1740 metri; Rifugio Monte Maletto, 1698 metri; Rifugio Case Nave, 1450 metri; Rifugio Monte Spagnolo, 1440 metri; Rifugio Saletti, 1600 metri; Rifugio Timpa Rossa; Caserma Forestale Pitarrone, 1421 metri».

Salvatore Caffo, Sergio Mangiameli e Riccardo La Spina

Lei è uno di coloro che più si sono battuti per far diventare l’Etna patrimonio dell’Unesco. Ed ha avuto un ruolo di primo piano in quanto dirigente del Parco dell’Etna. Quali sono la genesi e l’evoluzione di questo passaggio storico?
«Nel gennaio del 2011 l’Etna venne inserita nella Tentative List dal Ministero dell’Ambiente. Francamente, anche se avevo partecipato attivamente alla revisione del documento, redatto dal Ministero dell’Ambiente sotto il profilo geologico e vulcanologico, non mi aspettavo un simile risultato. Nel giugno del 2011 il commissario straordinario pro tempore dell’Ente Parco dell’Etna mi diede l’incarico di realizzare il documento per la candidatura dell’Etna a Patrimonio dell’Umanità. Il documento, da consegnare al Centro del Patrimonio Mondiale di Parigi per la revisione e la verifica della completezza, doveva essere corredato da numerosissimi allegati cartografici e iconografici e avrebbe dovuto coinvolgere una pluralità di soggetti: Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Università di Catania, Commissione nazionale italiana per l’Unesco, Ministero dell’Ambiente, Ambasciata italiana di Parigi, Iucn (Unione internazionale per la conservazione della natura). Non rimaneva altro da fare che iniziare il prima possibile. Intrapresi da subito la ricerca della documentazione geologica e vulcanologica esistente. Contattai diversi colleghi per chiedere loro di aiutarmi in questa avventura anche attraverso contatti con il Ministero dell’Ambiente».

Vi è stato un passaggio importante che ricorda in particolar modo?
«Dopo alcune settimane ero a buon punto con la stesura della parte geologica e vulcanologica, quindi chiesi al Commissario straordinario di costituire uno staff di lavoro e nominare un coordinatore, inserire nel gruppo di lavoro altri colleghi e nominare una traduttrice-interprete. Il testo che avevo già predisposto rispondeva al criterio VIII dell’Unesco, uno dei cosiddetti “criteri naturali”: “Essere uno degli esempi rappresentativi di grandi epoche storiche a testimonianza della vita o dei processi geologici”. Da quel momento vi è stato un continuo riunirsi dello staff, prendere decisioni anche importanti in poco tempo, lavorare singolarmente al report per poi verificarlo collegialmente. Occorreva coniugare il formalismo richiesto dal format con le specificità e complessità geologiche e biologiche, soprattutto nell’ambito di una interrelazione tra territorio, norme, uomini e attività. Non c’era un attimo di tregua. Si scriveva e dopo si era spesso costretti a riscrivere interi capitoli. Il documento lentamente prendeva forma grazie ai suggerimenti dei collaboratori».

Etna, fontana di lava

Come ha vissuto quelle fasi?
«Avevo la consapevolezza che toccava a me, vulcanologo del Parco dell’Etna, l’onere e l’onore di rappresentare al mondo la testimonianza scientifica di giganti della Geologia che da centinaia di anni avevano scritto pagine straordinarie nel campo delle scienze della Terra e avevano lasciato il testimone a una nuova generazione di geologi e vulcanologi. Nel poco tempo a disposizione e con la paura di non riuscire a essere esaustivo, occorreva comparare l’Etna con decine e decine di vulcani di tutto il mondo già inclusi nella World Heritage List o, come il nostro, speranzosi di entrarne a far parte. Il resto è ormai storia recente».

Leggi il documento redatto dal Parco dell’Etna per l’iscrizione dell’Etna nella lista mondiale Unesco dei beni patrimonio dell’Umanità.

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