mercoledì 19 settembre 2018

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Pietro Bartolo: «Rosi è stato una lampada di Aladino per Lampedusa e i migranti»

Sugnu sicilianu

Il medico lampedusano, che "Fuocoammare" di Gianfranco Rosi ha reso famoso nel mondo, ospite del Blue Sea Land a Mazara del Vallo, e forte del premio Brancati a Zafferana per "Lacrime di sale", parla del rapporto speciale, nato per caso, con il regista e della sua vita dopo il successo del film: «Continuo a fare il medico nella mia isola ma porto la mia testimonianza di uomo di frontiera nel mondo»


di Rosalba Cannavò

Gli occhi e lo sguardo di suo padre lo hanno salvato, a 16 anni, mentre di notte era caduto in mare dal piccolo gommone attaccato al barcone da pesca. Comincia così il racconto della sua vita, Pietro Bartolo, medico a Lampedusa, che il mondo ha conosciuto grazie al film-documentario “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi, mentre descrive la sua intensa missione di soccorritore, scritta a quattro mani nel libro “Lacrime di sale” con la giornalista Lidia Tilotta. Lo abbiamo incontrato durante la sesta edizione 2017 del Blue Sea Land, l'Expo dei Cluster del Mediterraneo, dell'Africa e del Medioriente, che si è tenuto a Mazara del Vallo, in provincia di Trapani.

Firmacopie per Pietro Bartolo con Lidia Tilotta per Lacrime di sale, foto di Rosalba Cannavò

Il dottor Bartolo ha lasciato il lembo di terra più a sud dell'Europa per le magiche atmosfere di Mazara del Vallo. Il Distretto della pesca e crescita blu della cittadina trapanese, per l'impegno riconosciuto a livello internazionale nell'integrazione e nel soccorso in mare, è stato candidato al premio Nobel per la pace dai 58 Paesi presenti al Blue Sea Land, durante la Preghiera per la pace dei popoli, tenutasi tra l'antica chiesa di San Francesco e la moschea Ettakwa, alla presenza di rappresentanti delle religioni cristiana, cattolica e ortodossa, ebraica, bektashi e musulmana.

Dottor Bartolo, ci racconta come è iniziata la sua missione di medico di frontiera?
«
E' iniziata nel 1991 con i primi sbarchi di migranti sulle coste di Lampedusa. All’inizio erano solo in tre, negli anni sono diventati migliaia e sappiamo come sta andando».

Il dottor Pietro bartolo, foto di Rosalba Cannavò

Il suo incontro con il regista Gianfranco Rosi com’è avvenuto?
«
Per caso, nel dicembre 2014, anno in cui si era incendiato il centro e a Lampedusa non c'erano migranti. Rosi venne nel mio studio perché stava male, ma oltre a una consulenza medica cominciò a farmi delle domande. Non lo conoscevo e questo suo incalzare di domande mi irritò, il mio studio era pieno di pazienti. Dal mio volto capì che doveva presentarsi. Mi disse che era un regista e voleva girare un cortometraggio su Lampedusa e sull'accoglienza dei migranti, ma stava per ripartire perché al centro migranti non aveva trovato nessuno. Ho capito che dovevo fare qualcosa. Chiusi la porta a chiave, gli diedi la mia pendrive che conteneva foto e momenti della mia esperienza al centro migranti, gli dissi che doveva restare e realizzare il suo progetto».

E il film, infatti, si è fatto.
«
Qualche giorno dopo è tornato, sorridente, mi disse che il documentario andava fatto. E' un uomo che ho paragonato ad una lampada di Aladino per Lampedusa e per le storie dei migranti. Infatti è con "Fuocoammare" che tutto di ciò che stava accadendo nel nostro mare, nel Mediterraneo, è arrivato al mondo intero. Prima a Berlino, nel cuore dell'Europa, dove ha vinto l'Orso d'Oro e poi a Los Angeles, nella notte degli Oscar, in quell'America che aveva da poco eletto Trump come presidente, la cui posizione sui migranti sappiamo qual è».

Bartolo con Gianfranco Rosi e l'Orso d'oro a Berlino

Come è cambiata la sua vita dopo il successo del film?
«
Continuo a fare il medico nella mia isola, ma porto la mia testimonianza di uomo di frontiera nel mondo. Continuerò ad incontrare i giovani nelle scuole e nelle università, per fare cadere i pregiudizi, i luoghi comuni e le bugie sui migranti, messi in giro da tanta false comunicazioni. Oltre al libro ed al film di Rosi, stiamo già lavorando ad un altro film per la Rai di cui ancora non posso dire molto».

Bartolo durante un salvataggio a Lampedusa

Tra i suoi premi c'è anche quello intitolato a Vitaliano Brancati, che ha ricevuto, nei giorni scorsi a Zafferana Etnea.
«
Sì, ne sono molto orgoglioso. Per venticinque anni sono stato senza “voce”, quella che invece mi è stata data dal mondo dell'arte, in tutte le sue manifestazioni. I libri, le foto, il film, hanno raggiunto il cuore e la mente della gente. La cultura può cambiare il mondo».

Lei ha definito i giovani migranti “uomini feriti nell'anima”.
«
Sì, sono quasi tutti feriti, molti nel corpo ma anche nell'anima. Il mio compito di medico non finisce curando il corpo, bisogna dare anche conforto. Convincere questi giovani, che attraversano il mare nella speranza di un futuro migliore, dei buoni principi che la gente che li accoglie ha verso di loro, dissuaderli così dallo sconforto e dalla paura che hanno vissuto e provato durante il cammino verso l'Europa».

Lei è un uomo che emana dolcezza mentre parla, cura e salva da anni uomini e donne disperati che hanno anche subito violenze e soprusi di ogni tipo da altri uomini. Che cosa significa per lei essere uomo?
«
Alla base di un uomo, lo dice la parola stessa, dovrebbe esserci l'umanità, cioè amore, accoglienza e rispetto dei diritti, se in un uomo non ci sono questi principi, non resta nulla».



© Riproduzione riservata
Pubblicato il 06 ottobre 2017
Aggiornato il 21 ottobre 2017 alle 01:28





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