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Mi chiamavano ‘u Turcu, Petru ‘u Turcu

Blog La periferia sud di Catania è la metafora perfetta della dicotomica salvazione e dannazione umana. Quella periferia dove sono nati e cresciuti da una parte i peggiori mafiosi ma anche la meglio gioventù come Pietro Anastasi, il terrone che avrebbe guadagnato più dei polentoni, il ragazzo del Fortino che sarebbe diventato la stella nazionale del calcio

La periferia sud di Catania è la metafora perfetta della dicotomica salvazione e dannazione umana: luoghi dove si fanno le ossa gli aspiranti boss di quartiere o luoghi di sport duri e bagnati di sudore, dove possono nascere campioni di calcio, rugby e pallanuoto. Pietro Anastasi fu il primo di questi eroi che dal povero Fortino conquistò la Torino bianconera e nazionale. Scuro di pelle come un marocchino giocava nei polverosi campi di via Acquicella militando nelle fila della Massiminiana, le stesse zone che frequentava da ragazzo Pippo Calderone, il primo referente catanese di Cosa nostra.

Dicevamo luoghi di perdizione e di riscatto, come per Petruzzu, che sembrava uscito da un racconto di Giovanni Testori (avrebbe ispirato Luchino Visconti per il capolavoro “Rocco e i suoi fratelli”). Eppure per quel ragazzo, nero come un “turco”,  il treno della sua vita non fu quello di emigranti che partivano per ilNord con le valigie legate con lo spago, ma il direttore sportivo del Varese calcio Alfredo Casati che aveva assistito alla partita Catania-Varese e che poi rinunciò al volo di ritorno per far posto a una donna incinta. Rimase un altro giorno nella città etnea e ne approfittò per vedere giocare questo ragazzo caparbio e talentuoso che scorazzava in area di rigore come un puledro da domare. Estasiato dalle doti straordinarie di questo ragazzo del Sud lo ingaggerà nel 1966 nel Varese che militava in serie B.

Pietro Anastasi ai tempi dei fasti juventini

Estro, caparbietà, potenza e ostinazione (le stesse doti che ritroveremo dieci anni in un altro mitico campione meridionale dell’atletica, Pietro Mennea), lanceranno Anastasi nel gotha del calcio. Sarà prima campione europeo con la maglia azzurra della nazionale, a fianco di campioni come Mazzola, Riva, Domenghini, poi, fortemente voluto da Gianni Agnelli, arriverà a Torino,alla corte della Juventus. E qui inizia un’altra storia, quella di terroni che hanno difficoltà a trovare alloggi, appunto perché meridionali, e che nel frattempo rappresentano la forza produttiva della più grande industria italiana, la Fiat. Come nei protagonisti del film di Visconti, il riscatto passa attraverso le imprese sportive.

Nella realtà sono quelle di Petru ‘u Turcu da Catania che infiamma ogni domenica i cuori di tutte le famiglie del Sud quando scende in campo, e soprattutto quando segna. Ogni sua rete è come se la realizzasse tutto il popolo meridionale: Mi chiamavano ‘u turcu, il turco, e la mia pelle appena prendevo un po’ di sole diventava nera come la pece. Così, negli stadi del Nord, mi urlavano “tornatene a casa tua terrone”. E io, ridendo felice, rispondevo: “Certo, sono un terrone. Orgoglioso e felice di esserlo. Ma parlo anche lombardo e soprattutto guadagno molto più di voi polentoni”.

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