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L’umile “buon senso” dell’uomo comune

Blog Oggi dire di qualcuno che è un cretino è più infamante che dirlo disonesto. E la mia accorata simpatia va all’“uomo comune” e alla sua indolente bonomia, al suo istintivo disprezzo per ogni sorta di fanatismo. Come i "poveri di spirito" privilegiati dal Messia ebraico più di duemila anni fa. Che mai avrebbero immaginato che dall’occitano chretién, cristiano, sarebbe nata la parola cretino

Dire di qualcuno che è un cretino è oggi più infamante che dirlo disonesto. L’intelligenza, intesa come furbizia, calcolo, spregiudicatezza, efficienza, supponenza, è bene supremo. Categorie come “moralismo” e “buonismo” valgono come damnatio di vecchie virtù ottocentesche quali lealtà, zelo, pudore, probità, modestia. E sul povero “cretino” fioccano aforismi, satire, pamphlet, anche d’autore. Perfino la cultura di sinistra, che dovrebbe inclinare alla solidarietà, sceglie invece come bandiera il “merito”: ovvero la destrezza e l’efficacia del più forte.

Poveri “cretini”! Li sdoganò Berlusconi, li adescò con le TV private e con le barzellette scollacciate, li sguinzagliò in tutte le pubbliche assemblee dove, fino ad allora, avevano pudicamente taciuto. Ma la mia accorata simpatia non va certo al tifoso del bunga-bunga o peggio dei travasi di bile irrorati dalla Lega. Va all’“uomo comune” e alla sua indolente bonomia, al suo istintivo disprezzo per ogni sorta di fanatismo, di imperiosa e fastidiosa mobilitazione, di rissosa violazione della sua tranquillità. Va al suo dialetto carico di ironia, va alla sua salutare diffidenza. Va al liutaio Belacqua, che nel Purgatorio dantesco deve espiare la sua leggendaria pigrizia, e ai proclami dell’amico Dante che vanta la sua ascesa verso il Paradiso replica annoiato con un meraviglioso “Or va tu su, che se’ valente!” (dal toscano al siciliano: “Vacci tu, ca si’ spertu!”).

Dante e Virgilio con Belacqua al Purgatorio, Bodleian Library di Oxford

Tra i nostri scrittori, l’unico a rivalutare l’umile “buon senso” dell’uomo comune, le sue stolte e innocue manie, come antidoto alla sicumera dei fanatici, è stato Brancati; l’unico anche, assieme a Sciascia, a sentir sfiorare la propria attrezzatissima mente dall’ala della stupidità. Dello sciasciano maestro Laurana di A ciascuno il suo, antagonista e vittima del “contesto” politico-mafioso, si dirà del resto, in conclusione: “Era un cretino”. Vale a dire incontaminato, pateticamente onesto. E delle provincie siciliane un tempo inviolate dalla mafia si diceva che erano “provincie babbe”, ossia sciocche, maldestre, sprovvedute.

 

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Anche l’istruzione, non più affidata a benevole e sfiorite maestrine dalla penna rossa ma ad algidi calcolatori di tassi di rendimento, servirà ormai soltanto ad escludere, a punire, a selezionare efficienti lacchè. Ai docenti – così come ai cultori di quella che un tempo si chiamava “ricerca pura” – è richiesto già oggi di assecondare le urgenze del mercato, di operare scelte e proporsi fini strettamente “funzionali”.

È l’esito del millenario, arrogante, fallimentare percorso del Logos occidentale. Contro il quale s’era levata solo la voce d’un messia ebraico che duemila anni fa privilegiava i “poveri di spirito” e disprezzava i coltissimi (e progressisti) farisei; e che, sovvertendo l’idea platonico-aristotelica di scuola, di magistero e discepolato, scelse dodici allievi che più ottusi di così non potevano essere, anche quando non erano autentiche canaglie come Matteo o Giuda oppure, come quest’ultimo e Pietro, pronti a tradire. Poi vennero gli intellettuali, come san Paolo e come gli evangelisti: ma questa è un’altra storia. E né san Paolo né i primi cristiani avrebbero potuto prevedere che dalla parola “cristiano” sarebbe derivato quell’infamante epiteto, “cretino”.

Già, proprio così: il termine cretino deriva dall’occitano chretién, cioè cristiano. Sospettati nella Francia provenzale e nelle valli occitane del Piemonte di ipotiroidismo congenito, che si manifestava con un rigonfiamento del collo (il gozzo), accompagnato da un presunto ritardo mentale che li rendeva bonaccioni e sempliciotti, i cristiani di quei luoghi, oltretutto poveri e malnutriti (e infatti ancor oggi si dice, del mendicante e dell’indigente: “un povero Cristo”), incorsero in quell’ingiusto anatema.

Meditate, gente, meditate.

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