Lorena Spampinato: «Rivoluzione e possibilità. Al centro de “Il silenzio dell’acciuga” c’è la libertà»

Libri e Fumetti Non è rientrata tra i 12 finalisti del Premio Strega la scrittice originaria di Belpasso che ha ambientato la sua favola cruda edita da Nutrimenti, di cui è protagonista una bambina di nome Tresa, nella Sicilia degli Anni 60. Dopo tanti viaggi e dopo aver vissuto a Roma e Londra, l'autrice ha scelto di ritornare in Sicilia: «E non posso essere più felice di così. Perché da poco ho capito che questa terra restituisce ciò che toglie, in molti modi»

È una corona siciliana a tre punte quella presentata al Premio Strega, e che però non ce l’ha fatta ad arrivare fra i dodici finalisti. A concorrere per il prestigioso premio, che sin dal 1947 permette gli autori nostrani di accedere all’Olimpo della letteratura, erano stati scelti Viola Di Grado, con il suo con “Fuoco al cielo” edito da La nave di Teseo, Rosario Palazzolo, con “La vita schifa” edito da Arkadia, e Lorena Spampinato con “Il silenzio dell’acciuga” pubblicato da Nutrimenti.

Lorena Spampinato

«Sono felice di aver condiviso, anche per poco, uno spazio importante – confessa Spampinato – in mezzo a libri e scrittori meravigliosi. Faccio gli auguri agli autori della dozzina. Sto leggendo proprio in questi giorni il romanzo di Marta Barone, Città sommersa, ed è bellissimo».
Catanese di Belpasso, classe 1990, Lorena Spampinato è stata un’enfant prodige; a diciotto anni esordisce con il romanzo “La prima volta che ti ho rivisto”, edito da Fanucci, e ottiene da subito un gran consenso da parte della critica. Un riscatto per tutta quella generazione considerata capace solo di scrivere sms e poc’altro.
«Ho sempre letto moltissimo, credo sia stato questo ad avvicinarmi alla scrittura – continua l’autrice -. Già da bambina scrivevo lettere e racconti. Quello edito da Fanucci era il mio primo romanzo. È iniziato tutto da lì, anche se il mio vero esordio è questo».

E l’esordio di cui parla la scrittrice è “Il silenzio dell’acciuga”, un romanzo stravolgente.
Ambientato negli Anni 60, la storia è tutta siciliana. Tresa è una bambina che è stata educata dal padre al silenzio e al rigore. In tutto lei deve assomigliare a Gero, il suo fratello gemello: stessi abiti e stessa compostezza. Del suo essere femmina a nessuno sembra importare, fino al giorno in cui suo padre parte per lavoro e lascia lei e Gero da una zia. Da quel momento il rapporto con il fratello si fa turbolento: Tresa sta crescendo e la zia crea distacco tra i fratelli. La casa della zia assomiglia a un antico museo e né Tresa né Gero capiscono bene che lavoro faccia, sanno solo che esiste un terreno dove un giorno d’estate li porta a lavorare. Per Tresa è quasi una liberazione, per lei la scuola è diventata gabbia e supplizio: tutti lì la chiamano masculina, perché come le acciughe non è aggraziata, né adatta alle tavole dei ricchi. Il terreno e la casa faranno da scenario al primo pericoloso innamoramento di Tresa, e saranno testimoni della scoperta del suo corpo, della vergogna e soprattutto dei segreti. In un contesto familiare in cui vige la solida regola del non dire, Tresa dovrà costruire sé stessa nel silenzio, capire cosa è il dolore e cosa il confronto, cosa è una donna e cosa la crescita.

Le scrittrici siciliane Viola Di Grado e Lorena Spampinato

«Tresa trascorre i primi anni di vita così– racconta l’autrice -, a nessuno sembra importare del suo essere femmina, fino a quando la zia le riconosce il suo futuro essere donna. Lì inizia per Tresa un percorso di scoperta di se stessa che passa prima di tutto dal corpo. Sono anche gli anni del primo innamoramento, della vergogna, e soprattutto dei segreti; di quel “silenzio” che segna la soglia di ingresso nel mondo degli adulti».

In “Il silenzio dell’acciuga” si respira anche tanta libertà, libertà d’essere. Innanzitutto quella dell’autrice, così forte e decisa nello stile, ma anche di Tresa, che la libertà, quella vera, la scopre piano piano. In un passaggio del romanzo, infatti, leggiamo “Mi aveva spiegato che essere femmina non aveva niente a che fare coi capelli, con i vestiti, con le cianfrusaglie che mio padre mi aveva vietato persino di desiderare […] Solo una cosa c’entrava, e mentre lo diceva Rosa stringeva entrambi i pugni per darsi più tono, solo una cosa: la libertà. La libertà di essere quello che volevo essere, quando volevo”.

«Libertà è una parola chiave nel romanzo – dice Spampinato -. È rivoluzione, possibilità. L’unica via per scardinare ogni tabù e affrancarsi da un destino già scritto. Dopo un’infanzia di costrizioni Tresa imparerà a liberarsi del peso che ha portato dentro, addosso».
La scrittura di Lorena Spampinato è solida come la roccia e va sempre al sodo. I voli della mente, così come le sincronicità junghiane, le scintille che accendono fuochi, la forza rivoluzionaria delle storie, i sistemi fallibili, le piante e la gentilezza, appassionano l’autrice siciliana a tal punto da spingerla non solo a raccontare le sue “storie rivoluzionarie”, ma a dedicare alla scrittura tutta la sua vita, tanto che lavora anche come editor.

Lorena Spampinato a Roma, dove ha vissuto per alcuni anni

La Sicilia non fa da sfondo, ma è protagonista viva della storia di Tresa: «Quando ero più giovane – conclude Spampinato – ero presa dall’urgenza di andare via e scoprire, e conoscere e approfondire. Ho viaggiato molto, ho vissuto a Roma e a Londra, adesso sono tornata alle origini e non posso essere più felice di così. Da poco, infatti, ho capito che questa terra restituisce ciò che toglie in molti modi, in molte forme».

“Il silenzio dell’acciuga” è una favola cruda siciliana che, indipendentemente dallo Strega, non può non essere letta.

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